Trump, “abbiamo vinto guerra, non avevamo bisogno dell’Europa”. Ma l’Iran lo smentisce

L’ennesima svolta radicale nella gestione del conflitto mediorientale è stata annunciata nella notte italiana dal presidente americano Donald Trump il quale si è lasciato andare a una serie di trionfalistiche dichiarazioni nel corso di una teleconferenza a sostegno del candidato governatore della Georgia Burt Jones: “oggi – ha detto il tycoon – abbiamo posto fine alla guerra con l’Iran”. Secondo quanto affermato dall’inquilino della Casa Bianca, la diplomazia americana avrebbe raggiunto un traguardo decisivo sul dossier nucleare: gli iraniani “hanno accettato di non dotarsi mai di armi nucleari, cosa su cui abbiamo insistito; questo era l’obiettivo principale. Rappresentava il 95% dell’accordo”. Trump ha inoltre ventilato l’ipotesi di una imminente cerimonia di firma in Europa, ipotizzando la partecipazione del vicepresidente JD Vance per siglare un testo descritto dallo Studio Ovale come un “memorandum d’intesa molto solido”, sebbene definito al contempo “un po’ concettuale”. Tuttavia, ad emergere con forza è ancora una volta la consueta strategia comunicativa della presidenza statunitense, volta a spendere successi geopolitici immediati sul piano interno – come i comizi elettorali – prima ancora che i passaggi tecnici e formali siano effettivamente consolidati. L’enfasi posta sulla capitolazione di Teheran (che al momento sembra essere reale solo nella mente di The Donald) parrebbe voler l’intensa pressione bellica esercitata nelle ultime settimane, accreditando – soprattutto agli occhi di un fronte interno sempre più critico nei confronti della presidenza – la tesi che solo la forza possa piegare la resistenza della Repubblica Islamica.

I RETROSCENA DEL NEGOZIATO E IL NODO DEL NUCLEARE. Nelle ore successive, durante una telefonata serale con i propri sostenitori, Trump ha rivelato ulteriori dettagli sul contenuto delle trattative bilaterali, evidenziando una specifica integrazione del testo negoziale relativa non solo alla produzione, ma anche all’importazione di tecnologie atomiche. “La cosa fondamentale è che in Iran non ci saranno armi nucleari. Ciò significa che non verranno sviluppate né acquistate”, ha spiegato il presidente. Il leader statunitense ha poi descritto la dinamica del confronto diplomatico con un aneddoto: “Avevano una clausola che vietava lo sviluppo. Ho chiesto: ‘E per quanto riguarda gli acquisti?’. Loro hanno risposto: ‘Beh, non l’abbiamo previsto’. Così, due giorni dopo, hanno accettato. Abbiamo ottenuto tutto ciò che volevamo”. Se però la Casa Bianca sta cercando in tutti i modi di accreditare l’immagine di un negoziato serrato in cui Washington stia riuscendo a imporre un blocco totale sulle ambizioni militari di Teheran, chiudendo ogni possibile scappatoia legale o commerciale, a smontare una tale narrativa sono le dichiarazioni della controparte iraniana.

LA SMENTITA DI TEHERAN E LO SCETTICISMO INTERNAZIONALE. A poche ore dai proclami di Washington, infatti, il regime di Teheran ha gelato gli entusiasmi, delineando uno scenario assai differente da quello descritto dall’amministrazione americana. Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baghaei, ha dichiarato ufficialmente alla televisione di Stato che il paese non ha ancora adottato alcuna decisione definitiva in merito a un potenziale piano di pace. L’alto funzionario ha liquidato le indiscrezioni diffuse da Trump definendole “mere speculazioni” aggiungendo che “nulla è stato finalizzato”. Si tratta di una netta asimmetria narrativa che dimostra come la Repubblica Islamica rifiuti l’idea di apparire sottomessa ai diktat militari occidentali.

LA POSIZIONE DI ISRAELE E LE DIVERGENZE STRATEGICHE. Da parte sua, il Primo Ministro Benjamin Netanyahu ha voluto marcare i confini geopolitici dello Stato ebraico rispetto alle mosse americane, specificando che “Israele non è parte dell’accordo con l’Iran”. Nonostante il distanziamento formale, la nota ufficiale diramata dall’ufficio del Primo Ministro esprime un chiaro orientamento strategico, lodando la fermezza dell’alleato: “il Primo Ministro ha espresso il suo apprezzamento per l’impegno del Presidente Trump affinché l’accordo finale raggiunto al termine dei negoziati includa la rimozione del materiale arricchito, lo smantellamento delle infrastrutture di arricchimento, limitazioni alla produzione di missili e la cessazione del sostegno dell’Iran ai suoi gruppi terroristici nella regione”.

Questa dichiarazione mette in luce nuovamente il punto di frizione tra l’agenda di Washington e le aspettative di Tel Aviv. Nelle ultime settimane, infatti, Trump ha concentrato la sua azione diplomatica esclusivamente sul programma nucleare e sulla cruciale riapertura dello Stretto di Hormuz. Il presidente ha deliberatamente evitato di sollevare questioni relative all’arsenale di missili balistici iraniani o al finanziamento delle milizie sciite nel quadrante mediorientale. Si tratta di temi che Teheran considera linee rosse non negoziabili e che l’amministrazione statunitense ha scelto di accantonare per non far fallire sul nascere la possibilità di una tregua energetica e nucleare.

LE REAZIONI REGIONALI E I TENTATIVI DI MEDIAZIONE. Sul piano diplomatico allargato, i paesi dell’area osservano gli sviluppi con una miscela di sollievo e cautela. Il governo dell’Egitto ha lanciato un appello formale, esortando Washington e Teheran a cogliere l’attuale “opportunità” per giungere a un accordo stabile. Il Cairo ha sottolineato che la recente decisione americana di cancellare gli attacchi di ritorsione previsti contro il territorio iraniano rappresenta un’occasione imperdibile per disinnescare una spirale bellica dalle conseguenze imprevedibili per l’intera stabilità del Nord Africa e del Medio Oriente.

L’ESCALATION MILITARE: KHARG ISLAND E GLI SCONTRI AERONAVALI. La cornice diplomatica continua, tuttavia, a muoversi parallelamente a un contesto operativo estremamente volatile. Sempre ieri, Trump aveva innalzato i toni dello scontro minacciando l’occupazione militare o il bombardamento strategico dell’isola di Kharg, l’hub nevralgico situato nel Golfo Persico che gestisce circa il 90% delle esportazioni di petrolio greggio dell’Iran. La minaccia di assumere il controllo dei mercati energetici iraniani ha scosso i mercati globali prima che il presidente revocasse i nuovi raid notturni. Le ostilità sul campo restano quotidiane e si estendono su più fronti. Nello Stretto di Hormuz, le forze militari statunitensi hanno riferito di aver intercettato e abbattuto diversi droni iraniani che sorvolavano le acque dello stretto, a testimonianza di come la sorveglianza e la tensione aeronavale rimangano ai massimi livelli di allerta.

Nel Libano meridionale, l’esercito israeliano (IDF) ha confermato l’abbattimento di un drone nello spazio aereo del sud del paese, confermando la persistente minaccia rappresentata dalle milizie filoiraniane lungo la linea di demarcazione settentrionale. Per quanto riguarda le basi regionali, Teheran ha confermato di aver preso di mira le infrastrutture militari statunitensi nella regione durante la notte, colpendo per il secondo giorno consecutivo installazioni in Kuwait, Giordania e Bahrain in risposta ai precedenti attacchi americani. Tutto ciò detto, appare dunque chiaro che l’architettura del presunto accordo – qualora fosse effettivamente raggiunto – poggerebbe su una fragile transazione: la promessa iraniana di congelare le proprie ambizioni atomiche (sia nello sviluppo che nell’acquisto) in cambio della revoca del blocco navale e delle sanzioni economiche. Nonostante la Casa Bianca sostenga che la leadership di Teheran abbia “subito un colpo come pochi altri potrebbero sopportare”, l’effettiva tenuta di un’intesa definita “concettuale” rimane legata a nodi politici non ancora sciolti e a un bilanciamento militare precario sul terreno.

Fonte: 9Colonne