Alcool in gravidanza, la giornata contro i rischi

Il consumo di alcol in età fertile non è dannoso solo per la salute del consumatore ma anche del feto se la coppia che programma una gravidanza o va incontro ad una gravidanza non si astiene dal consumo di alcol. I metaboliti dell’alcol passano la barriera placentare e causano danni permanenti al feto esposto, che sono sintetizzati nello Spettro dei Disordini Feto-Alcolici (FASD), la cui manifestazione clinica più grave è la Sindrome feto-alcolica (FAS). Si tratta dalla più grave disabilità permanente che si manifesta nel feto esposto durante la vita intrauterina all’alcol consumato dalla madre durante la gravidanza. L’alcol ingerito dalla madre giunge dopo pochi minuti nel sangue del feto, ma il feto non può metabolizzare l’alcol perché è privo degli enzimi adatti a questo compito, di conseguenza l’alcol e i suoi metaboliti si accumulano nel suo sistema nervoso e in altri organi danneggiandoli, perciò il consiglio dei professionisti della salute – in occasione della giornata dedicata alla sensibilizzazione sullo spettro dei disturbi feto-alcolici, che si celebra il 9 settembre – è di astenersi dal bere durante la gravidanza. Le disabilità primarie della sindrome feto-alcolica includono dismorfismi facciali facilmente evidenziabili tra gli otto mesi e gli otto anni (occhi piccoli e distanziati, naso corto e piatto, solco naso-labiale allungato e piatto, labbro superiore molto sottile, padiglioni delle orecchie scarsamente modellati, ipoplasia mascellare e mandibolare), ritardo nell’accrescimento con valori inferiori alla media per altezza, peso corporeo e circonferenza cranica (segno di danno cerebrale, cui possono aggiungersi malformazioni cardiache) e anomalie nello sviluppo neurologico del sistema nervoso centrale con alterazioni cognitive e comportamentali. Le disabilità secondarie compaiono più tardi nel corso della vita come conseguenza di una mancata diagnosi e quindi di un mancato trattamento delle disabilità primarie, e includono problemi di salute mentale, assenza di autonomia, problemi con il lavoro, esperienza scolastica fallimentare, problemi con la legge, isolamento e inappropriato comportamento sessuale. La prevalenza della FASD è difficile da stimare, a causa delle difficoltà legate alla corretta diagnosi e alla diagnosi differenziale, e ai limiti nella rilevazione dell’esposizione prenatale all’alcol. Studi a livello europeo, evidenziano che circa il 10% delle donne nella popolazione generale consuma alcol durante la gravidanza, fattore chiave di rischio.  

Le giovani donne sono sempre più consapevoli dei rischi legati al consumo di alcol durante la gravidanza e, nella maggior parte dei casi, dichiarano di evitarlo. Ma tra ciò che viene riferito e ciò che i dati mostrano sembra esserci una zona d’ombra: rimane infatti sottovalutata l’abitudine a bere occasionalmente, specie in compagnia. E’ quanto indica un’analisi su campioni biologici materni e infantili condotta dal Centro nazionale Dipendenze e Doping dell’Iss nell’ambito del progetto “Salute materno-infantile: formazione degli operatori sociosanitari ed empowerment delle giovani donne (18-24 anni) sui rischi connessi al consumo di alcol in gravidanza”. Gli esperti partendo da questi dati puntano sulla necessità di rafforzare la formazione degli operatori e l’informazione alle giovani coppie che cercano una gravidanza. “Il messaggio è chiaro: zero alcol in gravidanza – sottolinea Simona Pichini, direttore del Centro nazionale Dipendenze e Doping dell’Iss. Promuovere questa consapevolezza significa intervenire prima del concepimento, durante la gravidanza e, più in generale, aumentare la consapevolezza dei rischi legati al consumo di alcol durante la gestazione. L’astensione non è una questione che riguarda solamente la donna ma coinvolge il partner e coloro che ruotano intorno alla coppia”. Il consumo di alcol in gravidanza è stato monitorato analizzando 83 campioni di capelli di gestanti tra i 18 e i 24 anni e 147 campioni di meconio neonatale nell’ambito del progetto, cercando tracce di etilglucuronide (EtG), un indicatore utilizzato per valutare l’esposizione all’alcol, insieme a uno screening per altre sostanze psicoattive. Il dato più significativo riguarda i campioni materni, dove soltanto due campioni hanno mostrato livelli di EtG vicini alla soglia indicata dalla letteratura scientifica come riferimento per un consumo cronico di alcol, mentre in 34 casi, pari al 41% del campione, le analisi dei capelli hanno evidenziato un profilo compatibile con quello definito in letteratura come “bevitrice sociale”. Il risultato assume particolare rilievo perché, nelle interviste, le donne avevano dichiarato di non consumare alcol, di essere astemie oppure di aver interrotto il consumo durante la gravidanza, sebbene il dato non significhi che il 41% delle gestanti sia consumatore cronico di alcol né consenta da solo di stabilire quantità e frequenza del consumo durante l’intera gravidanza, trattandosi di un risultato preliminare che dovrà essere ulteriormente approfondito anche attraverso una pubblicazione scientifica, come evidenzia Adele Minutillo del Centro nazionale Dipendenze e Doping dell’Iss. Diverso il quadro emerso dalle analisi del meconio, che hanno generalmente confermato quanto dichiarato dalle madri registrando soltanto un campione vicino alla soglia considerata indicativa di esposizione neonatale all’alcol. Per rafforzare la prevenzione, una delle principali azioni del progetto ha riguardato la formazione di circa 20mila operatori sociosanitari attraverso quattro corsi di formazione a distanza, affiancati da un’importante attività di informazione e sensibilizzazione della popolazione con materiali specifici distribuiti tramite i Centri Collaborativi e i canali digitali dell’Istituto Superiore di Sanità, inclusi quattro video brevi dedicati alla Fasd e alla prevenzione diffusi sui social media. L’Osservatorio nazionale alcol dell’Iss ha inoltre messo in campo diverse iniziative, tra cui la traduzione e diffusione di una scheda informativa dell’Oms e dell’Unicef e la partecipazione al progetto europeo Far Seas per la definizione di linee guida di prevenzione. Inoltre in occasione del 9 settembre, Giornata Mondiale della sindrome feto-alcolica, il Ministero della salute, in collaborazione con l’Istituto Superiore della Sanità (ISS) lancia la campagna informativa “Zero alcol in gravidanza”, avvalendosi di contenuti scientifici prodotti insieme ad esperti dell’ISS e della Società Italiana di Ginecologia e Ostetricia (SIGO) con lo sviluppo di video interviste ad hoc. La campagna viene veicolata tramite i canali social ufficiali del Ministero e dell’ISS (Instagram e Youtube) per spiegare che non esiste una quantità sicura di alcol nel periodo della gestazione e proseguirà fino alla fine di novembre.  (9 set – red)

FISICA, UN FOTONE CHE SFIDA EINSTEIN:

Roma, 8 set – Come ha fatto un fotone a sopravvivere a un viaggio di oltre due miliardi di anni luce quando, secondo la fisica conosciuta, avrebbe dovuto essere assorbito molto prima di raggiungere la Terra? È la domanda da cui parte il nuovo studio firmato da Giorgio Galanti (INAF) e Marco Roncadelli (INFN), pubblicato su Physical Review Letters. La ricerca affronta uno dei più affascinanti enigmi dell’astrofisica contemporanea e propone una possibile spiegazione per il fotone più energetico mai osservato proveniente da un lampo gamma, suggerendo che, in condizioni estreme, lo spazio-tempo possa comportarsi in modo diverso da quanto previsto dalla relatività di Einstein.

Protagonista della vicenda è il lampo gamma più luminoso mai osservato, GRB 221009A, soprannominato dagli astronomi BOAT (Brightest Of All Time, ovvero il più luminoso di sempre). L’esplosione, avvenuta a circa due miliardi di anni luce dalla Terra e osservata il 9 ottobre 2022, ha raggiunto il nostro pianeta sotto forma di un’enorme pioggia di fotoni, le particelle elementari della luce. Tra questi ce n’era uno davvero fuori dall’ordinario. È stato rivelato da Carpet, un rivelatore di raggi cosmici ad altissima energia situato presso l’Osservatorio del Baksan, nel Caucaso russo, e trasportava un’energia di circa 300 teraelettronvolt (TeV), la più alta mai osservata per un fotone proveniente da un lampo gamma. È proprio questa energia record ad aver messo in crisi i modelli attuali. Secondo la fisica conosciuta, infatti, un fotone del genere non avrebbe dovuto riuscire a raggiungere la Terra.

Il motivo è che l’Universo non è completamente vuoto. Lungo il suo viaggio avrebbe dovuto interagire con i fotoni della radiazione cosmica di fondo, il debole bagliore residuo del Big Bang che permea tutto l’Universo, trasformandosi in altre particelle e scomparendo molto prima di raggiungere la Terra. È come lanciare una freccia attraverso una foresta fittissima lunga due miliardi di anni luce aspettandosi che non colpisca nemmeno un albero. Secondo la fisica attuale è praticamente impossibile. Eppure quel fotone è arrivato fino a noi.

Negli ultimi anni una possibile soluzione era stata proposta chiamando in causa le Axion-Like Particles (ALP), particelle ancora ipotetiche estremamente leggere. Secondo questo scenario, i fotoni potrebbero trasformarsi temporaneamente in ALP durante il viaggio attraverso l’Universo, per poi tornare a essere fotoni nei pressi della Via Lattea. Questo meccanismo riesce a spiegare i fotoni osservati fino a energie dell’ordine di alcune decine di teraelettronvolt, ma non è sufficiente nel caso del fotone da 300 TeV.

“Siamo partiti da una domanda molto semplice: come ha fatto questo fotone a sopravvivere a un viaggio che, secondo la fisica conosciuta, avrebbe dovuto distruggerlo?”, spiega Giorgio Galanti, ricercatore dell’INAF e primo autore dello studio. “I nuovi dati dell’esperimento Carpet ci hanno mostrato che le spiegazioni proposte finora non erano più sufficienti. Abbiamo quindi cercato uno scenario teorico capace di descrivere in modo coerente ciò che osserviamo, senza ricorrere a correzioni arbitrarie delle equazioni”.

Da qui nasce il nuovo studio. Per la prima volta, i ricercatori hanno combinato il meccanismo delle ALP con una possibile violazione dell’invarianza di Lorentz, una delle proprietà fondamentali della relatività speciale di Einstein. Secondo alcuni modelli di gravità quantistica, alle energie più estreme questa proprietà potrebbe modificarsi leggermente, cambiando il modo in cui i fotoni si propagano nello spazio.

In questo scenario, il fotone riesce a evitare le interazioni che, secondo la fisica standard, lo avrebbero distrutto durante il viaggio. L’Universo diventa quindi, per queste energie eccezionali, molto più “trasparente”, permettendo alla particella di raggiungere la Terra. In pratica, secondo il nuovo modello, il fotone trova una sorta di “corsia preferenziale” attraverso l’Universo. Non perché cambino le leggi della fisica in generale, ma perché, a energie così elevate, potrebbero entrare in gioco effetti mai osservati prima.

Ma c’è un altro elemento che rende il risultato particolarmente interessante. Il modello non si limita a spiegare come il fotone sia riuscito a raggiungere la Terra, ma prevede anche un secondo effetto osservabile. Secondo i calcoli, infatti, il fotone da 300 TeV dovrebbe arrivare circa un’ora dopo quelli meno energetici rivelati dall’osservatorio cinese LHAASO (Large High Altitude Air Shower Observatory). Ed è proprio ciò che è stato osservato.

“L’aspetto più interessante del nostro lavoro è che unisce, per la prima volta, due idee sviluppate finora separatamente”, aggiunge Marco Roncadelli, ricercatore INFN e co-autore del lavoro. “Se questo scenario fosse confermato da future osservazioni, l’Universo diventerebbe un laboratorio naturale per studiare la gravità quantistica a energie enormemente superiori a quelle raggiungibili da qualsiasi acceleratore costruito sulla Terra.” Con un’unica spiegazione, quindi, il modello riesce a rendere conto di due fenomeni diversi: la sopravvivenza del fotone più energetico mai osservato da un lampo gamma e il suo ritardo rispetto ai fotoni di energia inferiore. Un risultato che rafforza la proposta teorica, anche se saranno necessarie nuove osservazioni per verificarla.