Attualità
La crisi tra Usa e Iran prosegue senza sosta
La crisi tra Stati Uniti e Iran non trova sbocchi diplomatici e mostra, al contrario, un progressivo irrigidimento delle posizioni sul campo. Quella a cui la comunità internazionale assiste appare una volta di più una crisi al momento senza una via d’uscita, dalla quale il regime di Teheran, nonostante il tentativo americano di decapitarlo attuato nei primi giorni del conflitto, al momento appare decisamente rafforzato nella sua tenuta e nella sua capacità di risposta asimmetrica. Al contrario, la posizione del presidente americano Donald Trump appare di settimana in settimana sempre più compromessa sul fronte del consenso interno. L’aumento del prezzo del petrolio e il timore di un prolungamento delle operazioni militari pesano sul dibattito politico negli Stati Uniti, mentre le forze armate americane continuano a rispondere alle azioni iraniane nelle rotte commerciali strategiche del Medio Oriente. Le immagini dei mercati energetici sotto shock, con il prezzo del barile schizzato a livelli record, e il timore di un coinvolgimento permanente delle truppe statunitensi in un nuovo pantano mediorientale stanno logorando la narrazione dell’amministrazione repubblicana. La promessa di una campagna rapida e risolutiva si sta scontrando con la realtà di una guerra di logoramento in cui Teheran dimostra di poter incassare i colpi e di saper ripagare con la stessa moneta le offensive avversarie, sfruttando a proprio vantaggio la vulnerabilità delle rotte commerciali del petrolio e dei paesi alleati degli Stati Uniti nella regione.
LA GUERRA DEI PETROLIERI: I RAID NEL GOLFO DELL’OMAN E A KHARG. Nel quadro di questa escalation a tutto campo, il teatro marittimo si conferma l’epicentro dei combattimenti più cruenti. Ieri l’esercito statunitense ha sferrato un duro colpo alla flotta mercantile legata al regime iraniano, attaccando e colpendo cinque petroliere in due distinti settori strategici. Secondo quanto ufficializzato dal Comando Centrale degli Stati Uniti, quattro delle imbarcazioni prese di mira si trovavano nelle acque internazionali del Golfo dell’Oman, mentre la quinta è stata centrata nelle immediate vicinanze dell’isola di Kharg. L’incursione su quest’ultimo sito riveste un significato politico e strategico fondamentale: l’isola rappresenta infatti il vero e proprio cuore pulsante dell’infrastruttura energetica di Teheran, il terminale da cui passa oltre il novanta per cento dell’intero volume delle esportazioni di greggio iraniano.
Tra le unità colpite, la nave identificata come M/T Riesco ha riportato danni devastanti. Un video reso pubblico su X dal CENTCOM ne mostra le fasi drammatiche: l’imbarcazione si presenta avvolta da imponenti fiamme ed enormi colonne di fumo nero, in procinto di affondare nelle acque del Golfo dell’Oman. I vertici militari di Washington hanno sottolineato che, prima di dare il via al fuoco dell’artiglieria e dei raid aerei, le forze armate statunitensi hanno intimato agli equipaggi di evacuare e abbandonare le imbarcazioni. La conferma dell’avvenuta messa in sicurezza dei marittimi è giunta indirettamente anche dai media statali iraniani, i quali hanno riportato che il personale di due navi è stato recuperato a bordo di scialuppe di salvataggio.
L’azione dimostrativa delle forze americane non è giunta a ciel sereno, ma si inserisce in uno schema di ritorsioni incrociate. Ieri il CENTCOM ha chiarito che l’attacco alle cinque petroliere ha rappresentato la risposta diretta a due tentativi infruttuosi compiuti da Teheran nei due giorni precedenti per colpire una nave da guerra della Marina statunitense in pattugliamento nell’area. L’imbarcazione americana è riuscita a schivare i missili balistici e ha proseguito la propria missione nelle acque regionali senza riportare danni né contare feriti tra il personale di bordo. Un copione che si era già ripetuto lo scorso fine settimana, quando le forze di Washington avevano distrutto altre tre petroliere iraniane dopo che un attacco coordinato con droni e vettori balistici aveva preso di mira una portaerei e un cacciatorpediniere lanciamissili statunitense.
LA RISPOSTA DI TEHERAN: LA RIVENDICAZIONE DELLE GUARDIE RIVOLUZIONARIE. Se il tentativo americano era quello di neutralizzare la capacità navale dell’avversario o di ridurlo a più miti consigli, la risposta di Teheran non si è fatta attendere ed è arrivata con la massima veemenza. Oggi le Guardie Rivoluzionarie iraniane hanno diffuso una nota formale per rivendicare l’esecuzione di un’imponente operazione militare di ritorsione condotta nello Stretto di Hormuz e nelle aree limitrofe. Secondo la ricostruzione diffusa dall’agenzia di stampa ufficiale IRNA, l’Esercito Ideologico dell’Iran ha dichiarato di aver ingaggiato e colpito due navi da guerra appartenenti alla Marina americana, oltre a otto petroliere e ad altre dieci imbarcazioni di vario tipo. Il comunicato diramato da Teheran evidenzia la volontà di far passare il messaggio che nessun attacco rimarrà impunito. L’offensiva, si legge nel testo diffuso dagli apparati di propaganda del regime, è stata sferrata “in risposta all’aggressione e alle azioni ostili dell’esercito terroristico americano, che ha attaccato cinque petroliere iraniane nel Golfo Persico”. Leggendo tra le righe di questa dichiarazione, appare evidente come la leadership iraniana punti a far percepire l’amministrazione americana come il soggetto aggressore e destabilizzante, giustificando di fronte all’opinione pubblica interna e del mondo arabo-islamico qualsiasi tipo di rappresaglia, compresa la chiusura di fatto o la messa in sicurezza coercitiva dello Stretto di Hormuz, snodo cruciale per il commercio mondiale di idrocarburi.
IL FRONTE GIORDANO E GLI ULTIMATUM NEI CONFRONTI DEGLI ALLEATI DI WASHINGTON. L’ampiezza dello scontro ha ormai travalicato i confini delle acque del Golfo, investendo direttamente gli equilibri politici e la sicurezza dei paesi confinanti. Oggi la Repubblica Islamica ha alzato ulteriormente il livello dello scontro lanciando una raffica di missili balistici verso il territorio della Giordania, solido alleato strategico di Washington e tassello fondamentale per la presenza militare americana in Medio Oriente. I media statali di Teheran hanno confermato il raid precisando di aver puntato l’attacco contro installazioni e basi militari statunitensi dislocate all’interno del regno hashimita. Le notizie giunte da Amman attestano la portata dell’attacco e la prontezza dei sistemi di contenimento. L’esercito giordano ha reso noto che le proprie batterie di difesa aerea sono uscite in allarme riuscendo a intercettare e abbattere 18 missili balistici diretti verso obiettivi strategici sul proprio territorio. Altri due vettori sono sfuggiti all’intercettazione ma sono precipitati in aree deserte e disabitate, senza provocare vittime né danni materiali di rilievo. La posizione geografica e politica della Giordania, che ospita da anni basi e contingenti militari americani, la rende un bersaglio naturale per la strategia di Teheran, tesa a dimostrare come la vicinanza a Washington comporti un costo d’uscita elevatissimo e insostenibile per i governi della regione.
In questa medesima logica di pressione psicologica e militare si inquadra il durissimo avvertimento diramato oggi dalla Marina delle Guardie Rivoluzionarie. Con una nota dai toni perentori, i Pasdaran hanno intimato agli equipaggi delle petroliere e dei mercantili ancorati o in transito nei pressi dei porti del Kuwait e del Bahrein di abbandonare immediatamente le imbarcazioni. L’Esercito Ideologico ha chiarito che tali navi potrebbero diventare bersagli di imminenti attacchi missilistici o di incursioni navali, come ritorsione per la presunta complicità di quei paesi e per gli attacchi statunitensi alla flotta iraniana. Un messaggio diretto non soltanto ai marittimi, ma alle monarchie del Golfo, nel chiaro intento di spingerle a negare l’uso delle proprie infrastrutture e dei propri spazi aerei alle forze armate degli Stati Uniti.
TENSIONI A MARGINE E LA BATTAGLIA DIPLOMATICA CON LONDRA. Il clima di generale insicurezza che respira l’intera regione ha registrato ulteriori momenti di apprensione anche in altri scali navali del Golfo Persico. Oggi la protezione civile del Qatar è dovuta intervenire d’urgenza nel porto di Al Wakrah per domare un incendio scoppiato a bordo di un’imbarcazione appartenente alla marina militare locale. Il ministero dell’Interno di Doha ha rilasciato una nota ufficiale per precisare che l’intervento tempestivo dei vigili del fuoco ha consentito di estinguere le fiamme senza che si registrassero feriti o intossicati tra il personale di servizio. L’episodio, pur circoscritto, evidenzia lo stato di allerta massima in cui versano tutte le forze di sicurezza della penisola arabica.
Sul versante strettamente politico e diplomatico, il confronto si sta inasprendo anche sui tavoli europei. Il Regno Unito ha deciso di allinearsi alla linea della fermezza imponendo un nuovo pacchetto di sanzioni economiche e finanziarie nei confronti delle entità legate al regime di Teheran. La reazione della diplomazia iraniana è stata immediata e improntata al massimo rigore. L’ambasciata iraniana a Londra, attraverso una dichiarazione ripresa dall’agenzia di stampa semi-ufficiale Mehr, ha condannato con fermezza la decisione britannica definendola del tutto «illegale» e priva di qualsiasi fondamento giuridico.
Nel testo diffuso dalla rappresentanza diplomatica viene espresso un “profondo rammarico” per le scelte compiute dal governo britannico, avvertendo che simili provvedimenti punitivi non otterranno alcun risultato se non quello di “approfondire il muro della sfiducia” e di distruggere definitivamente i residui spazi per la cooperazione bilaterale. L’ambasciata ha tenuto a ribadire che l’Iran “è sempre stato fedele al diritto internazionale” e ha ricordato come il proprio programma nucleare continui a svolgersi sotto la costante e piena supervisione dei tecnici dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica. La diplomazia di Teheran ha quindi lanciato una frecciata a Londra, invitando il governo britannico a condannare piuttosto l’“azione aggressiva” condotta dagli Stati Uniti e da Israele contro la sovranità territoriali dell’Iran, bollata come una palese violazione delle norme internazionali.
LE PROSPETTIVE DEL CONFLITTO E LO STALLO DELLA DIPLOMAZIA. L’analisi dell’evoluzione del conflitto fa emergere un quadro complesso e dagli esiti imprevedibili. Il tentativo dell’amministrazione Trump di risolvere la partita con l’esibizione della forza muscolare non sembra aver sortito gli effetti sperati. Sebbene la potenza di fuoco americana sia in grado di infliggere perdite gravissime alle infrastrutture e alla flotta di Teheran, la dirigenza iraniana ha mostrato un’inaspettata capacità di riorganizzazione, facendo perno sul patriottismo e sul controllo inflessibile del dissenso interno per compattare la popolazione attorno alla bandiera. Al contrario, per l’inquilino della Casa Bianca il fattore tempo rischia di trasformarsi nel peggiore dei nemici. Con il passare delle settimane e con il perpetuarsi dell’instabilità nello Stretto di Hormuz, l’aumento dei costi energetici e dell’inflazione negli Stati Uniti minaccia di trasformarsi in un boomerang politico di primissimo piano. L’assenza di un canale negoziale aperto e l’irrigidimento delle rispettive posizioni lasciano presagire che la fase di stallo attuale non sia destinata a risolversi a breve, lasciando il Medio Oriente e i mercati globali in balia di una pericolosa guerra di logoramento.
