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Raid Usa e ritorsioni, escalation nel Golfo
“Quando il popolo iraniano si solleverà e combatterà?”. È con questo interrogativo, lanciato sui propri canali social dal presidente americano Donald Trump in concomitanza con la ripresa dell’operatività bellica degli Stati Uniti in Iran, che appare ormai evidente il salto di qualità verificatosi nella traiettoria dello scontro nel Golfo. Nel medesimo intervento, il tycoon ha rimarcato come la leadership di Teheran stia “semplicemente assistendo all’inevitabile”, descrivendo un Paese con la propria “economia in totale collasso” e spingendosi ad affermare con perentoria chiarezza: “Non mi interessa minimamente se firmano un accordo che, per loro, non ha alcun valore”: esternazione che restituisce la misura esatta dell’inasprimento in corso, mentre le dinamiche sul campo registrano un’accelerazione estrema.
L’appello del capo dello Stato americano rivolto alla popolazione iraniana affinché prenda l’iniziativa contro il proprio regime riprende direttamente l’esortazione formulata nelle prime ore del conflitto, a fine febbraio, quando l’inquilino della Casa Bianca aveva incitato gli iraniani a “prendere il controllo del proprio governo”. Se in un primo momento il presidente degli Stati Uniti aveva sostenuto le proteste di piazza per poi ridimensionare la retorica del regime change — sostenendo di non essersi mai interessato al cambio di regime e che le perdite subite dai vertici teocratici rappresentassero già di per sé una forma di avvicendamento — l’attuale ritorno a toni di aperta insurrezione evidenzia la frustrazione per un confronto armato che, lungi dal risolversi nelle poche settimane inizialmente preventivate, si sta trascinando da mesi. Il tentativo diplomatico intrapreso dallo stesso Trump a giugno, quando definì la controparte “molto razionale”, appare oggi completamente sopraffatto dalla logica del confronto muscolare.
I BLITZ DEL CENTCOM E LE REAZIONI NEL GOLFO. A innescare la fiammata delle ultime quarantotto ore sono stati gli attacchi sferrati dal Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM). Come precisato dallo stesso comando militare attraverso un messaggio diffuso su X, l’operazione condotta ieri dalle forze armate americane è scattata esattamente alle ore 19.30 locali (le 18 in Italia). Gli attacchi aerei hanno preso di mira specifici target strategici legati al Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, tra cui “siti di difesa aerea, sistemi radar, risorse e infrastrutture marittime, capacità di posa mine e siti di comunicazione”. Una successiva nota del CENTCOM, pubblicata alle ore 02:03 locali (le 00:33 di oggi in Italia), ha decretato la conclusione formale dell’ondata di bombardamenti.
Secondo la ricostruzione fornita dalla presidenza americana, le incursioni militari si sono rese necessarie in risposta ai recenti tentativi iraniani “contro il traffico marittimo commerciale nello Stretto di Hormuz e contro le truppe americane schierate nella regione”, oltre che per ritorsione contro il fallito attacco condotto a inizio settimana da Teheran contro una base militare statunitense situata in Giordania. Il tycoon ha contestualmente avvertito che qualsiasi ulteriore contromossa iraniana comporterà una risposta “molto più dura”, prospettando conseguenze ancora più devastanti per la struttura militare della Repubblica Islamica.
Questa nuova serie di raid segue la ripresa degli attacchi reciproci avvenuta nella notte tra domenica e lunedì, la prima registrata dopo oltre un mese di sostanziale stasi, e rischia di spazzare via le residue speranze di stabilizzazione. Gli effetti delle operazioni statunitensi hanno provocato vittime civili e danni ingenti. Nel meridione dell’Iran, il vice governatore della provincia di Hormozgan, Ahmad Nafisi, ha denunciato alla televisione statale che due persone sono rimaste uccise e diverse altre ferite a causa di un missile americano che ha centrato un’abitazione: “Un’abitazione privata è stata attaccata mentre si stava celebrando un matrimonio”, ha confermato il funzionario locale. Parallelamente, nella provincia di Khuzestan, attacchi missilistici americani contro tre località hanno provocato la morte di sette persone e il ferimento di altre otto, come dichiarato dal vice governatore provinciale per gli affari di sicurezza alla stampa.
LA RISPOSTA STRATEGICA DI TEHERAN E IL COINVOLGIMENTO DEI PAESI ARABI. Non si è fatta attendere la contromossa ideologica e militare dell’Iran. La Guida Suprema Mojatba Khamenei, nel suo primo messaggio ufficiale diffuso da quando la ripresa degli attacchi ha spezzato la fragile tregua delle ultime settimane, ha espresso la determinazione di Teheran affermando che le forze armate iraniane hanno in serbo “lezioni indimenticabili” per Washington. Le parole del leader supremo segnalano la volontà della teocrazia di non cedere alle pressioni occidentali, a costo di estendere il teatro bellico all’intero scacchiere mediorientale. La minaccia si è concretizzata ieri con un’azione di ritorsione a ampio raggio: l’esercito iraniano ha lanciato attacchi diretti verso i territori di Giordania, Bahrein e Kuwait, sfidando apertamente i moniti della Casa Bianca. Il posizionamento politico di Teheran è stato esplicitato dal generale Yadollah Javani, vice capo politico delle Guardie Rivoluzionarie, il quale si è rivolto con toni perentori alle nazioni arabe della regione: “È meglio espellere gli americani dai vostri paesi e riprendervi le basi”. Javani ha ammonito che la Repubblica Islamica ha dimostrato di essere pronta a reagire con decisione da qualsiasi base utilizzata per attacchi contro l’Iran, citando specificamente Kuwait, Bahrein e Giordania.
L’effetto di tali avvertimenti è emerso con estrema nitidezza oggi nelle monarchie del Golfo. Solo un’ora fa, il Ministero dell’Interno del Bahrein ha emesso un terzo allarme relativo a una “potenziale minaccia”: il sesto in sei ore. Le autorità di Manama hanno invitato nuovamente i residenti a mantenere la calma e a recarsi nel luogo sicuro più vicino, raccomandando di seguire gli aggiornamenti attraverso i canali ufficiali per la propria sicurezza.
L’ESTENSIONE DEL FRONTE. L’instabilità generata dallo scontro diretto tra Washington e Teheran si sta estendendo a cascata sui quadranti periferici del Medio Oriente. Nella giornata odierna, Israele ha sferrato due raid aerei nel Libano meridionale, confermando la natura interconnessa del conflitto e l’alto rischio di una de-strutturazione sistemica dell’intera area. L’apertura di più fronti e il coinvolgimento indiretto o diretto delle monarchie sunnite del Golfo evidenziano la portata globale della crisi. Le recenti dichiarazioni del capo della Casa Bianca e l’impiego massiccio della forza aerea rivelano una profonda frizione tra le ambizioni di deterrenza rapida e la realtà di un conflitto logorante. Se da un lato il disinteresse manifestato dal tycoon per la sigla di un nuovo trattato mira a mostrare una posizione di forza assoluta di fronte a un avversario considerato allo stremo economico, dall’altro la continua oscillazione tra l’invito alla rivoluzione popolare e la rinuncia formale al regime change tradisce la mancanza di una traiettoria d’uscita definita. Allo stesso tempo, la determinazione manifestata da Mojatba Khamenei rende evidente come la leadership iraniana cerchi di saldare il consenso interno facendo leva sull’antiamericanismo e sull’estensione del rischio bellico ai paesi vicini, nella scommessa che l’innalzamento dei costi politici ed economici della guerra possa infine indurre la leadership americana a un ripiegamento strategico. Insomma: sembra di essere tornati al punto di partenza.
