Naufragio alle Canarie. Mons. Mazuelos: “Basta morti nell’Atlantico, dietro ogni migrante c’è un volto e una storia”

“Abbiamo accolto con grande tristezza la notizia delle morti avvenute a bordo di una imbarcazione alla deriva nell’oceano. Fame, sete, la morte di una donna e di un bambino: tutto questo rappresenta una sofferenza che ci coinvolge profondamente”. E’ una giornata di lutto per le isole Canarie e a dare voce al dolore della piccola comunità cattolica è il vescovo monsignor José Mazuelos Pérez.
E’ la Ong spagnola Caminando Fronteras a dare per prima la notizia. 83 persone, tra cui 3 donne e un bambino, hanno perso la vita nel naufragio di un’imbarcazione partita dal Gambia 27 giorni fa e diretto all’arcipelago spagnolo. Il soccorso marittimo spagnolo ha affermato di essere intervenuto portando in salvo “solo” 44 persone a bordo dell’imbarcazione, tutti uomini di origine subsahariana. Stando al racconto dei sopravvissuti, a bordo del caicco, salpato dal Gambia 27 giorni fa viaggiavano complessivamente 128 migranti. “Spero che questa tragedia – dice al Sir il vescovo Mazuelos Pérez – ci faccia comprendere che è arrivato il momento di dire basta. È tempo di rimettere al centro la dignità della persona e di smettere di utilizzare il fenomeno migratorio per costruire narrazioni e strategie politiche. Basta. Tutti noi, l’Europa, la Spagna e la comunità internazionale, dobbiamo impegnarci affinché l’Atlantico non sia più un cimitero. Spero che queste morti possano diventare una luce capace di guidarci verso un cambiamento, affinché insieme si possa porre fine a queste morti e lavorare fianco a fianco per trovare soluzioni. La questione è complessa, difficile e presenta molte sfumature, ma tutti dobbiamo impegnarci”.

Arguineguín, vescovo José Mazuelos Pérez con i responsabili Caritas di Gran Canarie

Il vescovo esprime forte dolore in particolare per la morte di una mamma con il suo bambino. “Quella donna, quella madre e quel bambino sono oggi un grido silenzioso che interpella la coscienza di ciascuno di noi”, dice. “Ci dicono che dobbiamo fermarci, riflettere e aprire nuove strade per mettere fine a questa tragedia che continua a consumarsi nell’Atlantico. Ciò significa guardare ai Paesi di origine, contrastare le mafie che sfruttano la disperazione delle persone, smettere di fare politica sulla pelle dei migranti, rinunciare alla ricerca di facili consensi e abbandonare narrazioni costruite per imporre le proprie posizioni. Questo è il momento di cercare il bene comune. Mi auguro che questa madre, quel bambino e tutte le vittime di queste traversate diventino un forte richiamo alla responsabilità”.

(Foto Vatican Media/SIR)

Sono passati appena tre mesi, dalla visita di Papa Leone alle Isola Canarie nell’ambito del suo viaggio apostolico in Spagna. L’11 giugno, si era recato al porto di Arguineguín e lì, aveva gettato una corona di fiori nelle acque dell’oceano in ricordo dei migranti morti lungo la rotta atlantica. Sul molo aveva incontrato i migranti sopravvissuti, gli operatori umanitari e le organizzazioni di accoglienza ed aveva lanciato parole forti sulla dignità umana condannando con forza le mafie e i trafficanti di esseri umani

“Il Papa – ricorda oggi il vescovo Mazuelos Pérez – ci ha sempre invitato ad alzare lo sguardo. E questo significa non solo rivolgerlo a Dio, ma anche saper riconoscere i giovani che cercano di dare un senso alla propria vita attraverso il servizio, le donne che portano nel cuore ferite che nessuno conosce e, soprattutto, gli uomini e le donne che arrivano sulle nostre coste dopo aver attraversato un oceano di dolore, fuggendo da povertà, guerra, persecuzioni o disperazione. A questo ci invitava il Papa: a comprendere che dietro ogni migrante c’è un volto, una storia, una vita. E, soprattutto, ci invitava a non perdere mai di vista il rispetto della dignità di ogni persona, in particolare di chi soffre ed è costretto a lasciare la propria casa alla ricerca di un futuro migliore”.

. fonte: AgenSIR