Storie di chi sceglie di restare in Calabria

Intervista alla giornalista cosentina Debora Calomino

‘Voci e Visioni di chi sceglie di restare’ è il titolo del nuovo libro della giornalista e scrittrice Debora Calomino. Diciassette interviste a imprenditori calabresi che hanno scelto, con consapevolezza e determinazione, di restare e investire nel proprio territorio. La abbiamo intervistata.

È stato pubblicato ‘Voci e Visioni di chi sceglie di restare’, il secondo volume dedicato a chi ha deciso di investire in Calabria. La tua è forse una necessità?

Sì, diciamo che ho voluto dare un seguito a Storie Luminose raccontando altre persone. Mi è sembrato doveroso raccontare anche altre esperienze fatte nel prosieguo del mio cammino di vita. Sì, è stata una necessità il voler dar voce a questa visione che c’è sulla Calabria, su quello che può es sere il futuro della nostra terra, che ce lo stanno indicando le persone che ho raccontato nel libro, che sono una rappresentanza dei tanti che si impegnano ogni giorno.

Vai un po’ controcorrente. C’è chi racconta la regione attraverso numeri, casi, chi, invece, come te lo fa attraverso le persone, investendo sul capitale umano.

L’idea è voler invertire la tendenza sugli stereotipi sulla Calabria, che è stata una missione sin dall’inizio della mia carriera di giornalista. Ho cercato di andare a raccogliere quelle che erano le risorse che non appaiono, che sfuggono magari alle statistiche. Perché fa più rumore un albero che cade, di una foresta che cresce. Noi abbiamo una grande foresta che sta crescendo, tante persone che si rimboccano le maniche e vogliono dare un contributo concreto allo sviluppo della Calabria, sia tornando che restando qui. Diamo sempre spazio a quel le statistiche che parlano della fuga dei cervelli e mai a quelle che parlano dei cervelli invece che restano, delle anime che animano il territorio.

Cosa vuol dire dare voce a chi sceglie di restare?

Dare loro l’importanza che meritano, perché spesso la narrazione è distorta, si parla solo di chi decide di fare la valigia, mentre chi rimane non viene considerato. Per molti è una scelta consapevole quella di investire in una terra dove non c’è niente. Nelle storie che racconto molti parlano di questa visione di costruire dove non c’è niente, è più facile costruire dove non c’è niente.

Le storie che racconti cosa devono evocare in chi le legge?

Io vorrei che il libro fosse letto soprattutto dai giovani, perché spesso a loro si inculca l’idea di partire. Uno può partire, ma deve an che avere l’idea di tornare, o comunque di scegliere. L’idea è dire: posso rimanere in Calabria e fare impresa, oppure posso decidere di trasferirmi. L’obiettivo del libro è sensibilizzare sulla possibilità di scegliere anche in base a quelle che sono le proprie passioni.

Il comune denominatore è il coraggio di fare ciò che suggerisce il cuore. Forse è davvero questo è il segreto…

Sì. Sono persone incrociate casualmente sul mio cammino, in ognuno di loro ho visto una luce diversa, un modo diverso di approcciarsi a quella che è la realtà. La realtà è che spesso la passione per un determinato settore ti porta a lavorare bene, a lavorare meglio e a essere più felice e realizzato anche in una terra difficile come la Calabria. Quindi, sì, il comune denominatore è amare quello che si fa. Tutti quelli a cui io ho dato voce nel libro amano il loro lavoro in maniera viscerale.

C’è una storia che ti ha lasciato un po’ di amaro in bocca?

No, le storie sono tutte propositive, tra le righe si legge anche una sorta di insoddisfazione. Verso la fine del testo c’è anche chi lamenta il fatto di avere poca considerazione o di avere più problemi ad affermarsi qui rispetto ad altri posti. Ciò che traspare alla fine è proprio la necessità di mettersi in gioco e di creare qualcosa di proprio, nonostante le difficoltà. Dico sempre che in Calabria tante cose non vanno perché non crediamo abbastanza nelle potenzialità del territorio.

Quando ti trovi a scrivere la parola fine, qual è la sensazione, la consapevolezza che ti accompagna?

Intanto mi sembra sempre un work in progress, quindi non è mai una fine, nel senso che ho sempre in mente di trovare altre storie, però quando trovi un numero idoneo per la pubblicazione del libro alla fine spero di aver rappresentato al meglio quelli che raccontano determinati settori.

Cosa ti lascia ogni vita che racconti?

Bellezza, ricchezza. Mi fa capire che non è una terra perduta la Calabria. Quando faccio le interviste negli occhi degli intervistati vedo quella gioia di vivere, quella passione che spinge a non mollare anche nei momenti di difficoltà. Mi lascia quella sensazione anche di soddisfazione per aver scovato storie che spesso non vengono considerate da molti.

Spesso siamo abituati a lavorare in sordina. Secondo te gli uomini e le donne che le racconti dovrebbero farsi sentire di più?

Non lo so. Forse loro sono come delle formichine che lavorano in maniera silente, però costruiscono qualcosa. Se oggi in Calabria abbiamo dei prodotti di eccellenza è anche grazie a queste persone che non hanno mollato, quindi non hanno bisogno di urlare, silenziosamente fanno e raggiungono dei risultati.

Sporcarsi le mani partendo dal basso. Questa è la lezione che abbiamo imparato leggendo il tuo libro.

Sono storie di successo che partono dal basso, da idee che possono comunque inizialmente sembrare particolari. Magari all’inizio uno si mette in gioco, poi hanno successo, funzionano.

Dall’agricoltura all’arte bianca. Molte persone in questi campi hanno trovato il senso della loro vita. Tu dove hai trovato il senso della tua vita?

 Nel raccontare queste storie, nel raccontare le bellezze della mia terra che non sono solo bellezze paesaggistiche. Per anni ho scritto e continuo a scrivere di luoghi belli di Calabria e del Sud Italia, però trovo più soddisfazione nel raccontare le storie delle persone che animano i territori. Mi sono resa conto che sono le persone che fanno il territorio. Quando andiamo in un posto ci ricordiamo come veniamo trattati, cosa mangiamo, le emozioni legate a come si vive il territorio. In Calabria abbiamo tutto. Dovremmo credere nella potenzialità immensa che c’è. C’è un’ottima qualità della vita, abbiamo un clima bellissimo, buon cibo e buona aria, anche la qualità dei legami tra le persone. Tempo fa ho intervistato una ragazza che ha vissuto tanti anni all’estero ed è rientrata quando è diventata mamma. Mi raccontava che lei può lasciare i bambini alla mamma, alla zia, alla cugina, a tutta la comunità. Quella è qualità di vita, il fatto di poterti fidare del vicino di casa, di poter vivere liberamente.

Hai altre storie nel cassetto per un terzo volume?

Di storie ne ho tante. Mi piacerebbe raccontare la storia dei ritorni, un po’ questa cosa mi stuzzica. Diciamo che in pentola bolle sempre qualcosa.