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Ucraina: Odessa, tra reti mimetiche e preghiera. “La pace è amore, libertà, democrazia”
La guerra li ha portati lontano, poi li ha fatti tornare. Ha separato famiglie, ucciso padri, costretto persone ad abbandonare le proprie case. Ma nelle loro storie non c’è odio. C’è piuttosto la scelta di non rimanere indifferenti e di mettere la propria vita a disposizione degli altri. È quanto emerge dalle testimonianze raccolte durante la missione di pace “Adesso-Odesa” del Mean, svoltasi dal 25 al 28 agosto ad Odessa. Mentre le mani intrecciavano pezzi di stoffa per comporre le reti mimetiche per i militari al fronte, le esperienze di ognuno si sono intrecciate aiutando a capire le vite di chi ogni giorno prega la fine della guerra. Andrij, nome di fantasia, prima della guerra lavorava come saldatore all’estero. Quando è iniziata l’invasione è tornato in Ucraina e si è arruolato come volontario.“Sentivo che tutta questa guerra era ingiusta: uccidevano i civili, buttavano la gente fuori dalle loro case, uccidevano i bambini. Era tutto troppo ingiusto”.

(Foto Calvarese/SIR)
Ora è temporaneamente lontano dal fronte per sottoporsi a un trattamento medico. “Fra due settimane ritorno al fronte. Tutto è nelle mani di Dio. Noi francescani crediamo che Dio ci aiuti sempre”. La sua vita si è incrociata con quella di Elena, anche questo un nome di fantasia. Quando è cominciata la guerra, lei si trovava all’estero. Prima in Italia, poi negli Stati Uniti. Quel viaggio, racconta, è diventato anche un percorso di fede: “Durante questo viaggio ho trovato Dio, ho scoperto Dio per me stessa”. Solo in seguito ha compreso che quella ricerca spirituale era iniziata molto prima: “Ora capisco che Dio mi chiamava già da tempo. Solo quando mi sono trovata in una situazione davvero difficile ho capito che era la mano di Dio”. Lontana dalla propria terra, però, Elena non riusciva a sentirsi al sicuro mentre amici e parenti rimanevano sotto le bombe. Tornata in Ucraina, ha iniziato a impegnarsi nell’aiuto alle persone colpite dalla guerra. Prima i kit di primo soccorso, poi il sostegno alle famiglie sfollate, la raccolta e distribuzione di generi alimentari e l’assistenza alle persone più fragili. È attraverso questo servizio che ha incontrato la comunità francescana.“Ho capito che anche qui i francescani fanno molte cose per aiutare e da quel momento sono rimasta qui”.Una scelta che è diventata progressivamente una dimensione della sua vita e che si è intrecciata con quella di Andrij. Dopo essersi incontrati nella comunità, i due si sono sposati durante una pausa dagli impegni legati alla guerra. La loro storia personale è così diventata anche una storia di servizio agli altri. La storia di Valeria, nome di fantasia, comincia nel 2014, quando la guerra raggiunge la sua regione. È poco più che ventenne e fino ad allora aveva vissuto serenamente con la famiglia. Nel 2022 l’occupazione russa arriva anche nel suo villaggio. Il padre decide di arruolarsi per difendere il territorio ucraino e muore poco dopo in combattimento. Nel territorio occupato comincia anche il processo di russificazione. Alla popolazione vengono imposti documenti russi. Valeria e la madre inizialmente si rifiutano di accettarli. Poi la giovane decide di andarsene. Per riuscire a lasciare il villaggio deve inventare una storia: racconta che la sorella ha bisogno del suo aiuto. La madre, invece, sceglie di rimanere per custodire la casa. “Per me personalmente la guerra è cominciata nel 2014”, racconta Valeria.“Quando è cominciata la guerra, come tutta la gente, ero molto spaventata, ma non volevo partire dall’Ucraina perché avevo paura che, una volta partita, avrei perso la mia casa, avrei perso proprio il senso di patria”.

(Foto Calvarese/SIR)
Arrivata lontano dalla propria regione, ha iniziato ad aiutare con gli aiuti umanitari. Poi ha conosciuto la comunità francescana. “Il mio incontro con la Chiesa cattolica è cominciato da San Francesco”. Da allora il suo impegno si è rivolto alle persone sfollate e ai militari feriti. La madre è ancora nella regione occupata. “È difficile per lei. Da una parte non vuole lasciare la sua casa, dall’altra è difficile per lei rimanere lì”. Alla fine è stata costretta ad accettare il passaporto russo. “Cercava in tutti i modi di non riceverlo, ma alla fine era costretta a farlo”. Con la madre i contatti sono brevi e sporadici. Andrj, Elena e Valeria, guardano con speranza anche all’aiuto ricevuto dall’Italia. “Abbiamo visto tanto aiuto da parte dell’Italia e degli italiani. Abbiamo speranza che molto presto la guerra finirà e per questo preghiamo tutti”. E rivolgendosi alla delegazione arrivata dall’Europa aggiunge: “Vogliamo ringraziarvi tanto. Non avete avuto paura. Siete stati coraggiosi ad arrivare qua. Per voi è importante quello che succede qua, non siete indifferenti”. È Elena a mettere in evidenza un altro elemento della loro esperienza:“Molto spesso pensiamo che la pace dipenda dai politici, dalla gente che dirige, che decide. Ma molto spesso non è così. Siamo noi, la gente comune, che possiamo fare tante cose, fare la differenza e contribuire a risolvere questa guerra”.Una convinzione che si ritrova nella risposta data insieme alla domanda su cosa sia per loro la pace. Andrij, Elena e Valeria rispondono con quattro parole:“Amore, libertà, sviluppo, democrazia”.

(Foto Calvarese/SIR)
Per Giulia, anche questo un nome di fantasia, la pace deve però essere qualcosa di più. Da tempo vive in Italia con il figlio, accolti da una comunità religiosa. Durante le vacanze estive è tornata per permettere al bambino di rivedere i nonni. “Sono molto, molto grata per l’aiuto che mi hanno dato e come mi hanno aiutato. Anche mio figlio va a scuola lì e siamo molto contenti e saremo sempre grati per l’aiuto ricevuto”. La sua idea di pace parte da una domanda: cosa accadrà dopo un eventuale cessate il fuoco?“Per me la pace è la garanzia che non si ripeta mai più questo conflitto”.

(Foto Calvarese/SIR)
Non basta, spiega, fermarsi alla situazione attuale: “Nel 2014 ci siamo già fermati, sperando che avessero preso un pezzo e ci fermassimo lì. Ma non si è fermato lì”. Per questo, conclude, “deve essere una cosa definitiva”. Anche per padre Myroslav, la prima risposta alla guerra è la preghiera. “La prima cosa, la cosa più importante, è pregare e unire la gente nella preghiera. È questo che dobbiamo fare in qualsiasi situazione della vita”. Ma la preghiera non esclude l’azione. Al contrario, diventa il punto di partenza per aiutare chi è stato costretto a lasciare la propria casa, le famiglie dei militari e quanti vivono le conseguenze della guerra. Il sacerdote racconta di persone conosciute fin da quando erano bambini e che oggi sono al fronte.“Sono tanti i ragazzi che conoscevo da piccoli, che ho battezzato o altri che oggi sono militari. Dico sempre a tutti loro, anche delle altre parrocchie, di chiedere aiuto a me e, se posso, li aiuto sempre”.Il sostegno necessario è continuo: ricambi, scarpe, generatori, sistemi di riscaldamento e molti altri materiali. “Tutto quello che si usa sulla linea del fronte viene consumato. Oggi c’è, domani non c’è più e deve essere nuovamente sostituito”. Dentro questa quotidianità fatta di piccoli gesti, la comunità francescana prova a tenere insieme preghiera e solidarietà. Senza dimenticare che ogni gesto può essere un modo per custodire la vita e alimentare la speranza. “Bisogna sempre cominciare da qualcosa, c’è sempre un inizio”, conclude padre Myroslav.“Quello che è successo durante questi giorni è già un bel inizio”.
. fonte: AgenSIR
