Chiese di Calabria
Tra liturgia e iniziazione cristiana, il contributo della Calabria alla Settimana liturgica nazionale
Entrare nella Cattedrale di Catania per l’apertura della 76ª Settimana Liturgica Nazionale, incontrare vescovi, teologi, direttori degli Uffici liturgici diocesani e numerosi operatori pastorali provenienti dalle diverse Chiese italiane ha dato subito la percezione che il tema scelto – Una Chiesa che genera.
Liturgia e Iniziazione cristiana – non riguardasse semplicemente un settore della pastorale. La questione posta sul tavolo era più radicale: come nasce oggi un cristiano e quale ruolo assume la liturgia nel processo attraverso cui la Chiesa genera alla fede?Una domanda che si inserisce direttamente nel cammino della Chiesa italiana. Il ripensamento dell’iniziazione cristiana, infatti, non può risolversi nell’aggiustamento dei percorsi catechistici o nella diversa collocazione dei sacramenti. Investe il rapporto tra annuncio, celebrazione, comunità ed esperienza credente.
Fin dall’apertura della Settimana, presieduta da mons. Claudio Maniago, arcivescovo di Catanzaro-Squillace, presidente del Centro di Azione Liturgica e della Commissione Episcopale per la Liturgia della CEI, questa prospettiva è apparsa con chiarezza. La sua stessa responsabilità nazionale colloca oggi un vescovo calabrese in un punto particolarmente significativo della riflessione liturgica della Chiesa italiana.E non è stata una presenza calabrese isolata. A Catania abbiamo incontrato anche mons. Giuseppe Alberti, vescovo di Oppido Mamertina-Palmi, insieme a diversi direttori degli Uffici liturgici diocesani e operatori pastorali delle nostre comunità. Una partecipazione che ha consentito di avvertire come le questioni affrontate dalla Settimana tocchino molto da vicino anche la realtà ecclesiale calabrese.Una Chiesa generata dalla PasquaIl riferimento di monsignor Maniago alla prima comunità descritta negli Atti degli Apostoli ha riportato la riflessione alla sua sorgente.
La Chiesa nasce da un evento che la precede: la Parola viene annunciata, raggiunge gli ascoltatori, suscita la domanda, conduce alla conversione e al Battesimo e prende forma nella vita della comunità.È un movimento teologicamente decisivo. Prima della programmazione pastorale c’è l’iniziativa di Dio; prima dell’organizzazione ecclesiale c’è una comunità convocata; prima della missione c’è un dono ricevuto.In questa prospettiva acquista nuova forza la definizione conciliare della liturgia come fons et culmen della vita della Chiesa. Sacrosanctum Concilium non pensa infatti la liturgia come una delle attività ecclesiali, ma come il luogo nel quale si attua l’opera della redenzione e la Chiesa viene continuamente edificata dal mistero pasquale.Anche il messaggio di Papa Leone XIV alla Settimana ha insistito significativamente su questo punto: l’iniziazione cristiana non può ridursi a preparazione ai sacramenti, ma deve tornare a essere il «grembo» attraverso cui la comunità genera alla fede e introduce alla vita pasquale.
«La liturgia è azione di Dio».
Dentro questo quadro si è collocata la relazione di don Francesco Cosentino, sacerdote calabrese e docente di Teologia fondamentale alla Pontificia Università Lateranense, che ha consentito di spostare ulteriormente la riflessione dal piano pastorale a quello propriamente teologico.La sua affermazione iniziale – «la liturgia è azione di Dio» – potrebbe apparire quasi scontata. Eppure, proprio ciò che consideriamo acquisito rischia di non essere più realmente pensato. «Abbiamo smarrito i fondamentali», ha osservato Cosentino.Definire la liturgia actio Dei significa anzitutto riconoscere una precedenza: non siamo noi a produrre l’evento liturgico. Entriamo in un’azione che ci precede. Per questo la celebrazione «non è uno spazio per la nostra autorealizzazione; è un dono che riceviamo e nel quale dobbiamo entrare».Da qui anche la sua provocazione sulla creatività liturgica, che talvolta può diventare espressione di «quel sottile narcisismo che serve a mettere noi al centro». Il problema non è scegliere tra creatività e norma. La questione è individuare il soggetto dell’azione liturgica: non il ministro, non il gruppo, neppure l’assemblea considerata isolatamente, ma Cristo che associa a sé il suo Corpo, la Chiesa.È la prospettiva di Sacrosanctum Concilium 7: nella liturgia Cristo continua a esercitare il suo sacerdozio e rende presente l’opera della salvezza.
L’azione di Dio nella carne della storia
Francesco Cosentino ha opportunamente avvertito che parlare dell’azione di Dio non significa immaginare un Dio che interviene dall’esterno nella storia. L’affermazione «l’Incarnazione non è un punto da cui si torna indietro» costituisce, da questo punto di vista, una chiave interpretativa importante.Il Dio cristiano agisce entrando in relazione con l’uomo e assumendone la storia.
Perciò dire che Dio agisce significa contemporaneamente riconoscere che «Dio sta facendo qualcosa per noi»: la sua azione è sempre salvifica.Il versetto del Salmo 113 scelto come riferimento – «Fa abitare la sterile nella sua casa quale madre gioiosa di figli» – diventa allora più di un’immagine suggestiva. Dice qualcosa della struttura stessa dell’agire salvifico: Dio rialza, restituisce vita, rende fecondo ciò che sembrava sterile.La generatività della Chiesa non nasce dunque primariamente dalla sua capacità organizzativa. Nasce dall’essere continuamente raggiunta e resa feconda dalla Pasqua.
Liturgia e annuncio: una frattura da ricomporre
È probabilmente su questo terreno che è risuonata una delle provocazioni più interessanti ascoltate a Catania. Cosentino si è chiesto: «Come abbiamo fatto a staccare la liturgia dall’annuncio?»La domanda tocca direttamente il modello di iniziazione cristiana ancora largamente praticato nelle nostre comunità. Abbiamo spesso catechesi e sacramenti, formazione e celebrazione, annuncio e rito come momenti contigui ma non realmente integrati.Eppure la prospettiva conciliare è diversa: ciò che viene annunciato nella Parola viene attuato sacramentalmente e ciò che viene celebrato domanda di diventare forma dell’esistenza.Il problema dell’iniziazione cristiana è dunque più profondo della preparazione alla Prima Comunione o alla Confermazione. È la capacità della comunità di introdurre progressivamente nel mistero di Cristo attraverso un processo nel quale Parola, rito, esperienza comunitaria e vita tornino a illuminarsi reciprocamente.Qui la categoria della mistagogia riacquista tutta la sua attualità.
Una questione particolarmente calabrese
Questa riflessione interpella in modo peculiare le Chiese di Calabria. La nostra terra conserva una religiosità popolare ancora capace di esprimersi attraverso feste, pellegrinaggi, santuari, devozioni e una forte domanda sacramentale. Sarebbe superficiale considerare tutto questo semplicemente un residuo del passato; altrettanto insufficiente sarebbe limitarsi a conservarne le forme.La questione è se questo patrimonio riesca ancora a diventare iniziazione al mistero, incontro con Cristo, appartenenza ecclesiale, forma cristiana dell’esistenza.
Da questo punto di vista la Calabria può diventare un interessante laboratorio pastorale. Qui convivono la persistenza del religioso e l’avanzare della secolarizzazione, una forte domanda rituale e la difficoltà della trasmissione della fede, l’attaccamento alle tradizioni e il progressivo allontanamento delle giovani generazioni.Non si tratta, dunque, di scegliere tra tradizione e innovazione, ma di ritrovare la capacità generativa della tradizione.
Dalla Calabria dentro la Chiesa italiana
Anche per questo la presenza calabrese a Catania assume un significato che va oltre il dato geografico: Non è questione di rivendicare una rappresentanza regionale. È piuttosto la possibilità che le Chiese di Calabria, proprio a partire dalla loro storia e dalle loro contraddizioni, offrano un contributo al discernimento della Chiesa italiana.Tornando da Catania, rimane allora soprattutto una domanda. Non soltanto come celebriamo, ma quale Chiesa viene generata dalle nostre celebrazioni?Forse è questa la questione decisiva. Una Chiesa può moltiplicare programmi, iniziative e strutture e sperimentare ugualmente la sterilità. La liturgia, invece, ci riconduce continuamente alla precedenza della grazia: siamo generati prima di diventare generatori.E l’immagine del Salmo 113 rimane, alla fine, la più eloquente: la sterile diventa «madre gioiosa di figli».Non perché abbia trovato una strategia pastorale più efficace, ma perché Dio continua ad agire nella storia e la Pasqua di Cristo continua a generare la Chiesa.
Mario Arcuri




