Usa- Iran, senza via d’uscita

“Abbiamo di gran lunga l’esercito più forte e potente del mondo. L’ho costruito durante il mio primo mandato e, sfortunatamente, ora siamo costretti a usarlo”. È con queste parole che il presidente americano Donald Trump ha liquidato, dalla East Room della Casa Bianca, la drammatica escalation militare che sta infiammando il Medio Oriente. Un intervento in “prime time” alla nazione attesissimo, ma che agli occhi degli analisti ha rivelato una profonda e preoccupante reticenza: l’inquilino della Casa Bianca, infatti, non ha sfruttato l’importante appuntamento televisivo per esporre in modo chiaro una proposta o una strategia d’uscita dal conflitto con la Repubblica islamica, intensificatosi in modo vertiginoso nel corso degli ultimi giorni. Al contrario, Trump si è limitato a sfiorare appena il tema del conflitto, aggiungendo che gli Stati Uniti “stanno ottenendo grandi successi in Iran e vedrete i frutti di questo lavoro molto, molto presto”.

Questo scarno passaggio rappresenta l’unico riferimento del tycoon a una guerra che proprio in questa settimana ha registrato una violenta impennata nei bombardamenti e negli scontri diretti, in seguito al totale naufragio dell’accordo per il cessate il fuoco. Dietro la retorica della forza e dei successi imminenti si cela la mancanza di un canale diplomatico attivo: nessuna delle due parti, ad oggi, ha manifestato pubblicamente l’intenzione di sedersi nuovamente al tavolo dei negoziati. Intanto, sul campo, le armi continuano a parlare con una frequenza e un’intensità mai viste prima.

LA SESTA NOTTE DI RAID: LA MORSA STATUNITENSE SUL SUD DELL’IRAN. Le forze armate degli Stati Uniti hanno completato nelle ultime ore l’ultima ondata di massicci attacchi aerei sul territorio iraniano. Secondo quanto riferito dal Comando Centrale statunitense (CENTCOM), si è trattato della sesta notte consecutiva di bombardamenti mirati. Sebbene nelle prime fasi della campagna aerea l’attività bellica di Washington si fosse concentrata prevalentemente lungo la costa meridionale dell’Iran, i raid più recenti hanno iniziato a spingersi progressivamente verso l’interno del Paese, allargando lo spettro degli obiettivi. La risposta di Teheran non si è fatta attendere sul piano della propaganda e delle minacce dirette: le autorità locali hanno ribadito che lo Stretto di Hormuz costituisce una “linea rossa invalicabile” e hanno reagito con estrema durezza ai proclami della Casa Bianca volti a colpire le infrastrutture strategiche iraniane.

La cronaca delle distruzioni sul terreno, filtrata oggi attraverso i media locali, restituisce il quadro di un Paese sotto assedio. Secondo la televisione di stato iraniana IRIB, i raid statunitensi condotti nelle scorse ore hanno colpito in modo sistematico snodi logistici vitali nel meridione dell’Iran, a ridosso dello Stretto di Hormuz. Nella regione di Bandar Khamir, due ponti stradali sono stati pesantemente danneggiati dai bombardamenti: il bilancio provvisorio diffuso su Telegram da fonti informative locali parla di tre morti e nove feriti. A Bandar Abbas, città portuale di primaria importanza, una stazione ferroviaria è stata “presa di mira dal nemico americano”. I media statali riferiscono che in questo specifico attacco si registrano almeno due feriti. Più a ovest, lungo la costa sud-occidentale, l’attenzione si sposta su Bushehr, nota per ospitare l’unica centrale nucleare attiva del Paese. La città portuale è stata colpita da un attacco che ha provocato il ferimento di una persona, come confermato dal governatore locale citato dall’agenzia di stampa ufficiale Irna. Nel sud-est del Paese, infine, anche l’aeroporto di Iranshahr è finito nel mirino delle forze statunitensi: l’agenzia Irna riferisce che lo scalo è stato centrato da “almeno un proiettile lanciato dal nemico americano”.

IL CONFLITTO SI ALLARGA: PIOGGIA DI MISSILI SUL QATAR E SIRENE IN BAHREIN. La fiammata bellica tra Washington e Teheran sta rapidamente destabilizzando l’intera regione del Golfo Persico, trascinando nel vortice della violenza anche i Paesi limitrofi. Oggi il Qatar ha annunciato ufficialmente che il proprio sistema di difesa aerea è dovuto entrare in azione nella notte tra ieri e oggi per respingere un attacco missilistico diretto contro la capitale. Le esplosioni a Doha erano state chiaramente udite dai giornalisti sul posto. “Il Ministero della Difesa annuncia che le forze armate hanno intercettato un attacco missilistico diretto contro lo Stato del Qatar”: questa è la nota ufficiale diffusa dal ministero qatariota sul proprio profilo X. L’episodio conferma come lo spazio aereo della regione sia ormai interamente vulnerabile e privo di garanzie di sicurezza. Contemporaneamente, l’aeronautica militare del Kuwait ha riferito di essere attivamente impegnata a respingere un attacco condotto con sciami di droni e missili balistici, la cui paternità è stata attribuita direttamente a Teheran. In un comunicato pubblicato sempre su X, il comando kuwaitiano ha dichiarato che le proprie truppe stavano “rispondendo ad attacchi ostili con droni e missili in seguito alla famigerata aggressione dell’Iran”, chiarendo che le forti deflagrazioni udite dalla popolazione civile erano dovute alle intercettazioni dei sistemi di difesa missilistica della coalizione.

In Bahrein, la tensione ha raggiunto i massimi livelli storici. Secondo le informazioni fornite oggi dal locale Ministero dell’Interno, le sirene d’allarme antiaereo hanno risuonato in tutto il Paese subito dopo l’avvio dei nuovi raid aerei statunitensi contro l’Iran. Teheran ha prontamente rivendicato l’azione ostile nei confronti del Bahrein: in un comunicato rilanciato dalla televisione di stato, il governo iraniano ha dichiarato di aver preso di mira, per mezzo di droni d’attacco, gli elicotteri, i pattugliatori marittimi Boeing P-8 Poseidon e gli aerei da ricognizione dell’esercito statunitense di stanza presso la base aerea di Sakhir. Secondo la leadership militare iraniana, l’operazione rappresenta una ritorsione diretta e proporzionata contro i continui bombardamenti condotti dagli Stati Uniti ai danni delle “infrastrutture urbane” della Repubblica islamica.

IL PUGNO DI FERRO MARITTIMO: IL BLOCCO NAVALE E IL SEQUESTRO DELLA WEN-YAO. Mentre nei cieli si consuma lo scontro missilistico, nel Golfo dell’Oman la US Navy sta applicando con estremo rigore il blocco totale dei porti iraniani, ripristinato da martedì scorso dall’amministrazione Trump. Oggi il Comando Centrale per il Medio Oriente ha reso noto, pubblicando una serie di immagini dettagliate su X, che le forze speciali statunitensi hanno condotto “controlli a bordo della M/T Wen-Yao nel Golfo dell’Oman”. La marina americana sta attuando una strategia di soffocamento economico quasi totale. Il portavoce militare di Washington ha tracciato un primo bilancio dell’operazione di pattugliamento: “Finora, le forze statunitensi hanno deviato tre navi mercantili che tentavano di forzare il blocco, ne hanno neutralizzata una che non si è conformata e ne hanno abbordata un’altra per garantire il pieno rispetto”. Ieri, l’esercito americano aveva confermato di aver neutralizzato una petroliera priva di carico che viaggiava in direzione dei terminali iraniani. L’imbarcazione aveva ignorato le ingiunzioni di virata e i cacciatorpediniere statunitensi hanno aperto il fuoco direttamente contro il suo fumaiolo, mettendone fuori uso i sistemi di propulsione. Questo scenario ripropone, in toni ancora più duri, una strategia già ampiamente sperimentata dalla Casa Bianca. Il tycoon aveva infatti già imposto un blocco navale ermetico dei porti iraniani in un periodo compreso tra il 13 aprile e il 18 giugno scorso. Secondo i calcoli forniti all’epoca dallo stato maggiore presidenziale, in quella prima fase di blocco le forze statunitensi erano riuscite a neutralizzare nove imbarcazioni mercantili e a dirottarne oltre 140 che tentavano di aggirare le sanzioni e rifornire la Repubblica islamica. La sensazione, osservando l’andamento delle ultime ore, è che Washington sia intenzionata a spingere l’Iran al collasso economico interno, mentre sul piano militare si consuma un logoramento reciproco che rischia di incendiare l’intera penisola arabica.

Fonte: 9Colonne