Card. Zuppi, l’omelia al Meeting: “l’humanitas è fatta per essere magnifica”. Ed esorta alla comunione

Il presidente della CEI ha presieduto la santa Messa al Meeting per l’amicizia tra i popoli di Rimini


Ringraziamo il Signore per questa domenica, per questi giorni, per l’incontro di ieri dove abbiamo
accolto il Successore di Pietro che ci ha slegato da ciò che divide per legarci al Signore, alla grande
messe di questo mondo e, quindi, tra noi. Questo legame si chiama comunione che è sempre
dinamica e inclusiva: “non avete fatto del ‘Meeting’ una sorta di enclave: al contrario, esso è
diventato un crocevia per la Chiesa e per la società, un incontro che moltiplica gli incontri e ispira
nuovi cammini”. Nel mondo è così facile pensare di essere sicuri e di star bene chiudendosi in
enclave! Anzi, il Papa ci ha invitato tutti a usare la comunità come “un trampolino da cui tuffarvi
nell’intera realtà”, non per perdercisi ma per combattere l’inimicizia con l’amicizia. “Uscite, invece,
incontro a tutti!”.
Papa Francesco vi chiese di aiutarlo nella conquista della pace in un mondo sempre più violento, e
questo chiede speranza. Chi entra al Meeting esce per amare tutti, a cominciare dai poveri, che
richiedono la gratuità dell’amore. Il Signore continua, nelle diverse stagioni della nostra vita, a
mostrarsi per essere anche noi, come Dante, percossi da “un fulgore” “in che sua voglia venne”,
che risponde al nostro desiderio più personale. È l’amore che “move” il creato e le creature, perché
Dio suscita il volere e l’operare secondo il suo disegno d’amore e nella nostra generazione possiamo
“risplendere come astri nel mondo tenendo salda la parola di vita” (Fil 2,13). Quante esperienze,
quanti fatti rivelano nell’ordinario il mistero che pure è sempre nascosto e ci aiutano a riconoscere
nella vita di tutti i giorni questa forza che “move” e sazia la domanda di eterno e di infinito che tutti
portiamo scritta nella nostra debolezza e caducità! Quanta gioia nello sperimentare che siamo
affidati a questa Chiesa che è Madre, che raduna una famiglia, universale, tanto più preziosa in una
stagione dove prevale l’insolente e pericolosa “cultura della potenza”, la Babele di “io” arroganti e
imprevedibili ma anche di “noi” chiusi e contrapposti ad altri noi! Lì trova tanto spazio il divisore e
quindi la violenza.
“Amate sempre la Chiesa! Amate e preservate l’unità”. Non offendiamo mai questa Madre e non
indeboliamola giudicandola come il mondo, usandole malevolenza, attribuendole categorie
mondane. La Chiesa vive nel mondo, ma non è del mondo e, proprio perché non è del mondo, ne
sente la responsabilità, decisiva, per aiutarlo a ritrovare se stesso, sciogliendo “la convivenza dal
sospetto, la cultura dalla prepotenza, l’educazione dall’ideologia, il lavoro dall’idolatria del profitto,
la tecnologia e la finanza dai business della morte”. Non siamo fatti per vivere come bruti!
L’humanitas è fatta per essere magnifica! Questa nostra Madre è anche affidata a ciascuno. Come
Giovanni, prendiamola con rinnovata passione nella casa del nostro cuore e della nostra vita, con
l’originalità e la responsabilità di ciascuno, con l’interiorità indispensabile per arricchire la
comunione! La Madre non è divisibile – è nostra – e amarla personalmente ci unisce ancora di più.
Gioisco, e gioisce la Chiesa tutta, per questa comunità che ha ricevuto un carisma di amore e che
continua, nella ricchezza della sua storia, tutta, a “muovere” tanto amore, che significa incontri,
storie, esperienze che generano l’amore di Dio nella storia. La comunione è liberazione dalla
tirannia dell’io, che ha secolarizzato e ridotto la persona a individuo, facendogli credere di star bene
affermando se stesso, possedendo, consumando, esaltandosi e finendo per distruggersi.
Ringraziamo per questa compagnia affidabile, questa carovana che ci fa camminare perché diretta
verso la casa del Padre. Possiamo essere tante stelle in un cielo reso troppo buio dal drago, che le
stelle le fa cadere e rende deserta di umanità la terra con la cultura della potenza che lega solo alla
“aiuola che ci fa tanto feroci” (Par. XXII, 151) se non guardiamo al cielo.

Racconto un esempio, uno degli infiniti miracoli di un amore ordinario ma non per questo scontato,
di una vita quotidiana piena di amore che ha mosso e continua a muovere cuori e menti. Nelle
settimane scorse una vostra famiglia ha sperimentato la tragedia della morte improvvisa di un figlio
di diciannove anni. Che consolazione essere sommersi di tanta amicizia umana insieme a tanta fede:
l’una aiuta l’altra, la rende credibile, umana e cristiana, luce che illumina quel buio terribile e
definitivo!
“La gente chi dice che io sia?”. Tanti, in tanti modi, cercano Gesù, ne sono attratti. La risposta la
troveranno se incontrano un amore. Ma tu, voi, chi dite che io sia? Per guardare gli altri dobbiamo
guardarci dentro e, soprattutto, guardare sempre Gesù. E guardare a Gesù ci permette finalmente
di guardarci dentro proprio perché scopriamo il Tu che ci libera dallo specchio e dalla vana
esaltazione di noi stessi, e non ci espone all’incomprensione, alla delusione di risposte affrettate,
impersonali, banali. La domanda ci aiuta a capire, a passare dall’esperienza alla storia.
Non si segue Gesù senza capire, senza conoscere. Pietro ci aiuta e ci conferma, come la visita e le
parole di colui che gli succede, pietra sulla quale Gesù edifica la sua famiglia, la sua Chiesa,
assicurando peraltro che le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. Poi sta a noi non venire
a patti con le potenze degli inferi, allontanare con l’amore per l’unità e con la passione per il Vangelo
il fumo di satana, il divisore, che sempre minaccia la Chiesa stessa. Disse San Giovanni Paolo II: “è
Gesù che cercate quando sognate la felicità; è Lui che vi aspetta quando niente vi soddisfa di quello
che trovate; è Lui la bellezza che tanto vi attrae; è Lui che vi provoca con quella sete di radicalità
che non vi permette di adattarvi al compromesso; è Lui che vi spinge a deporre le maschere che
rendono falsa la vita; è Lui che vi legge nel cuore le decisioni più vere che altri vorrebbero soffocare.
È Gesù che suscita in voi il desiderio di fare della vostra vita qualcosa di grande, la volontà di seguire
un ideale, il rifiuto di lasciarvi inghiottire dalla mediocrità, il coraggio di impegnarvi con umiltà e
perseveranza per migliorare voi stessi e la società, rendendola più umana e fraterna”. Ecco: Sei tu
Signore, il mio e nostro Signore, nella quale “la mia voglia” si realizza. Don Giussani commentava:
“La domanda che Cristo fa agli apostoli è la domanda della nostra vita. Nessun’altra domanda che
l’uomo possa pensare è più grave, più grande e più decisiva di questa; tutta la vita nostra, come
valore, dipende dalla risposta a questa domanda: se egli sia esistito come uomo qualsiasi, o se egli
esista come uomo-Dio. Ma chi non sa seguirlo, chi non osa lo sforzo di una familiarità, di una
consuetudine di vita non arriva ad evidenziare la verità e non troverà risposta vera, personale e
matura all’interrogativo fondamentale, definitivo che Gesù gli rivolge: e tu, chi dici che io sia? La
familiarità con Lui, da cui nasce l’evidenza della sua Parola come unica che dia senso alla vita, come
possiamo viverla? Il modo c’è: la compagnia che da Cristo è nata ha investito la storia, la Chiesa,
suo corpo, cioè modalità della sua presenza oggi”. “La legge dell’io è amare. Vuol dire: non esiste
l’io, non si attua l’io, se non nell’amore. E infatti se non si attua nell’amore, come amore, l’io è
insoddisfatto, rabbioso con sé, ostile agli altri, incapace di bere e di assimilare la bellezza della
realtà, annoiato, facilmente urtato. Ma l’amore all’altro non è una cosa generica. […] La dedizione
di sé all’altro non è una cosa generica, è una cosa molto concreta. […] darsi all’altro
significa muoversi per un altro. […] Voler bene a qualcuno vuol dire muoversi. Per donarsi agli altri
bisogna muoversi per gli altri”. È un poco di quell’amore che muove il sol e le altre stelle. Perché “la
nostra fede è “favilla, / che si dilata in fiamma poi vivace / e come stella in cielo in me scintilla” (Par.
XXIV, 145-147). Pieni di questo amore camminiamo e cantiamo: “Ma non avere paura, non ti
fermare mai, perché il mio amore è fedele e non finisce mai”. La festa sta per cominciare.