Vaccini, la lezione drammatica di Palermo: in Calabria ancora sotto il 95%

Una bambina di quattro anni morta a Palermo per una sospetta difterite: non era vaccinata. Il cuginetto, anche lui risultato positivo, aveva invece ricevuto le prime dosi ed è in miglioramento. È una storia che riporta brutalmente alla realtà una malattia che sembrava confinata ai libri di medicina. Gli accertamenti sono ancora in corso, ma la vicenda siciliana ha già riacceso il dibattito sull’importanza delle vaccinazioni pediatriche.

Ed è proprio guardando alla Sicilia che la Calabria dovrebbe interrogarsi. Non perché la nostra regione presenti i dati peggiori d’Italia – sarebbe inesatto affermarlo – ma perché le coperture vaccinali calabresi sono ancora inferiori alla soglia del 95% indicata come obiettivo di sicurezza.I numeri più recenti del Ministero della Salute, riferiti al 2024, parlano chiaro.

A 24 mesi la Calabria raggiunge il 93,34% per il ciclo vaccinale contro poliomielite, difterite, tetano, pertosse, epatite B e Haemophilus influenzae di tipo B. Il dato nazionale è compreso tra il 94,45% e il 94,52%. Mancano dunque alla Calabria circa 1,7 punti percentuali per raggiungere la soglia del 95%.

Ancora più significativo il dato per il morbillo, la parotite e la rosolia: 92,60%. Per la varicella si scende al 92,05%. Sono numeri che, pur collocandosi poco sotto la media nazionale, indicano che una quota non trascurabile di bambini arriva ai 24 mesi senza avere completato la protezione vaccinale prevista.E poi ci sono le vaccinazioni raccomandate, dove il quadro è ancora più articolato.

La Calabria registra il 91,27% per lo pneumococco coniugato, il 86,30% per il meningococco ACWY, il 78,74% per il meningococco B, il 79,63% per il rotavirus e il 77,53% per il meningococco C. Quest’ultimo dato, apparentemente molto basso, va però letto nel confronto nazionale: la media italiana è infatti ancora più bassa, al 67,14%. Anche per il rotavirus la Calabria, con il 79,63%, supera la media nazionale del 70,18%.Il quadro, dunque, non è quello di una Calabria «ultima» o «penultima» in ogni graduatoria. È un quadro che invita a non abbassare la guardia.

La regione è sotto il 95% proprio in alcune delle vaccinazioni fondamentali e deve continuare a lavorare sul recupero dei bambini non ancora immunizzati.Il confronto con la Sicilia rende la questione ancora più evidente.

Nel 2024 l’isola ha registrato appena l’85,13% per il ciclo di base contro polio, difterite, tetano, pertosse, epatite B e Hib, risultando ultima regione italiana; per morbillo, parotite e rosolia la copertura è stata dell’87,98%.La tragedia di Palermo dimostra quanto sia pericoloso considerare scomparse malattie che sono diventate rare proprio grazie ai vaccini. La difterite è una malattia batterica grave, potenzialmente letale, e la vaccinazione rappresenta lo strumento fondamentale di prevenzione. Il fatto che oggi se ne torni a parlare dopo la morte di una bambina è un doloroso promemoria di quanto sia fragile una conquista sanitaria quando la copertura vaccinale scende. C’è poi un’immagine che più di tante statistiche dovrebbe far riflettere: due bambini della stessa famiglia, entrambi positivi alla difterite, ma con un decorso diverso; il cuginetto aveva ricevuto le prime dosi di vaccino ed è in miglioramento. Naturalmente saranno gli accertamenti medici a chiarire ogni aspetto del caso, ma la vicenda ripropone con forza il valore della prevenzione.Vaccinare non significa soltanto proteggere il proprio figlio. Significa contribuire a proteggere anche quei bambini che, per particolari condizioni di salute, non possono essere vaccinati o non hanno ancora completato il ciclo. È, in questo senso, una scelta individuale che produce un effetto collettivo.

Per la Calabria il messaggio è semplice: 93,34% non è un brutto numero, ma non è ancora il 95%. E quel poco che manca non deve essere considerato irrilevante. Ogni punto percentuale rappresenta bambini da raggiungere, famiglie da informare, vaccinazioni da recuperare.

La lezione che arriva dalla Sicilia, dunque, non deve alimentare paura né alimentare una guerra ideologica. Deve riportare al centro una parola spesso dimenticata: prevenzione.Perché quando una malattia che sembrava appartenere al passato torna a uccidere un bambino, la domanda non è soltanto cosa sia successo. È anche cosa possiamo fare, oggi, perché non accada di nuovo.