Maria Silvia Vaccarezza: «Quante trappole
nella morale digitale»

Carlo Acutis è detto, impropriamente, il “santo di Internet”. Di certo, è il primo canonizzato che ha frequentato la Rete. Se per la Chiesa si è rivelato vero possessore di “virtù eroiche”, non cercava tuttavia di arringare masse di follower sbandierando temi etici. Attività che è invece piuttosto diffusa oggi sul Web, tanto da suscitare accesissime controversie su scala nazionale, come le vicende degli ex coniugi Ferragni-Fedez hanno ampiamente mostrato. Recenti dibattiti, d’altro canto, interrogano le forme di impegno sui nuovi media a disposizione degli intellettuali, restii a esporsi per il rischio di shitstorm – tempeste di critiche e, spesso, di attacchi personali – quando non si sostiene la “tesi giusta”. Non è strano allora, anzi, forse necessario, che studiosi della società e della cultura si applichino al fenomeno per darne coordinate più precise e offrire utili avvertenze. Lo ha fatto con competenza e anche personale partecipazione Maria Silvia Vaccarezza, professoressa di filosofia morale all’università di Genova, autrice dell’appena pubblicato Santi influencer. L’etica ai tempi dei social (Fandango, pagine 168, euro 12). Il volume indaga tale dimensione rilevante della Rete, evidenziando le emergenti dinamiche digitali dell’autorevolezza, dell’imitazione e della responsabilità pubblica.

Professoressa Vaccarezza, chi sono i “santi influencer”? Nel suo libro distingue diverse categorie di persone attive sui social con finalità almeno parzialmente morali. Ce le può descrivere?

«Il titolo è ironico, ma indica un fenomeno reale: la nicchia in cui una volta sedevano il santo, l’eroe e il saggio oggi è occupata da figure molto diverse, che il dibattito pubblico ha ignorato snobisticamente troppo a lungo. Ne distinguo tre. Gli influencer moralmente attivi sono figure primariamente commerciali che abbracciano cause etiche in modo intermittente: l’endorsement benefico funziona anche come capitale reputazionale, e il caso Ferragni resta l’esempio paradigmatico. Gli influencer morali sono invece coloro la cui identità pubblica è costruita su una postura etica esplicita: chiedono più coerenza e per questo rischiano cadute reputazionali molto più rovinose. Gli influattivisti, infine, uniscono la visibilità social a un impegno attivista sistematico: sono i più vicini all’eroismo tradizionale, e i più esposti alla polarizzazione tribale. Sono categorie porose, e la stessa persona può attraversarle nel tempo. Ma la differenza conta, perché ciascuna genera aspettative diverse, e quindi delusioni diverse».

Come emergono e conquistano follower queste figure, per quello che emerge dalla sua ricerca?

«Non per la qualità argomentativa dei contenuti, che è quasi sempre secondaria. Emergono per una combinazione di tre fattori. Il primo è l’autenticità percepita: l’impressione, fondata o no, che dietro il profilo ci sia una vita coerente. Il secondo è la prossimità: a differenza dei santi tradizionali o degli eroi civili, questi esemplari sembrano raggiungibili, uno di noi che ce l’ha fatta, e questo rende l’imitazione psicologicamente plausibile. Il terzo è la forma narrativa: la biografia raccontata per frammenti quotidiani crea attaccamento in modo molto più efficace di qualsiasi tesi. A tutto questo si aggiunge l’architettura delle piattaforme, che premia l’intensità emotiva. E l’indignazione morale è, statisticamente, l’emozione più contagiosa che esista online».

Gli influencer morali sono predicatori digitali o modelli di comportamento? Vogliono soprattutto guidare con i loro post o essere d’esempio come persone?

«Nelle intenzioni dichiarate quasi tutti direbbero la seconda. Nei fatti, il formato spinge verso la prima: il contenuto va prodotto ogni giorno, e produrre esortazioni costa infinitamente meno che vivere in un certo modo. È qui che si apre la forbice più interessante. L’efficacia trasformativa, però, resta legata all’esempio: le ricerche sull’ammirazione mostrano che ciò che ci muove non è l’argomento ricevuto, ma la percezione di una vita riuscita che ci interpella. Il predicatore digitale ottiene consenso; l’esemplare ottiene cambiamento».

Questo ci porta a un concetto più filosofico, che lei mi pare sposi: l’esemplarismo morale. Come si definisce? E perché è spesso sottovalutato quando si parla di introdurre l’etica in qualche nuovo campo, per esempio oggi l’intelligenza artificiale?

«L’esemplarismo, nella formulazione di Linda Zagzebski, parte da un’intuizione semplice: non impariamo il bene da una definizione, ma indicandolo. Riconosciamo persone ammirevoli prima di saper dire perché lo sono, e da quel riconoscimento ricaviamo poi i nostri concetti morali. L’ammirazione, quando è ben calibrata, è una bussola cognitiva, non solo un sentimento. Viene sottovalutata perché sembra poco rigorosa: quando si tratta di “mettere l’etica” in un campo nuovo – l’intelligenza artificiale è l’esempio del momento – si producono principi, linee guida, checklist. Strumenti utili, ma insufficienti. Nessun principio dice infatti da solo come applicarsi al caso concreto: serve la saggezza pratica, la phronesis, e questa si acquisisce solo per frequentazione di chi la possiede. Un’etica dell’IA senza esemplari è un elenco di buone intenzioni che nessuno sa incarnare».

Le dinamiche che lei tratteggia sono caratterizzate da richieste di purezza e radicalità da parte dei follower, che spesso eccedono le capacità degli influencer. Perché accade questo? Sembra che cerchiamo eroi e poi godiamo della loro caduta per debolezze che sono anche nostre.

«C’è un contratto implicito, e disonesto da entrambe le parti. Noi deleghiamo: se qualcuno è puro al posto nostro, siamo esentati dalla fatica di esserlo. Ma la delega genera un debito, e il debito genera risentimento. Da qui la richiesta di una coerenza che nessun essere umano regge, e il sollievo (sì, a volte di sollievo si tratta) quando l’esemplare cade. La caduta dimostra che nessuno poteva farcela, quindi neanche noi eravamo tenuti a provarci. In più, le comunità online tendono a spirali di purezza: dove lo status si guadagna con il rigore, l’asticella sale finché tutti diventano inadempienti. È una macchina che produce automaticamente i propri colpevoli».

La disamina del moralismo sul web, nella seconda parte del libro, mi pare illuminante. Ce la può riassumere?

«Definisco il moralismo una delle caricature della moralità, che abbondano perché la bontà piena è un ideale difficile. La prima di queste caricature è l’ipocrisia, tipica degli influencer moralmente attivi: simulare la virtù per guadagnarne reputazione, senza il minimo interesse a possederla. La sua versione pubblica e iperbolica è il virtue signaling, la “tribuna morale”, praticata da chi ha in gioco anche interessi economici e politici. Ma influencer morali e influattivisti corrono un rischio diverso: non strumentalizzare la morale, bensì deformarla facendone un’arma. Questo è il vero moralismo, e non è una cosa sola: è una costellazione di errori. Ce ne sono di relazionali, come l’arroganza, nel senso letterale di arrogarsi un’autorità morale che non si possiede, e la furia morale, che fa sentire legittimati a insultare chi viene meno a certi standard etici, spesso prescindendo dalla reale gravità del fatto. Gli errori sostanziali riguardano invece la forma del giudizio. Il perfezionismo morale pretende dagli altri l’“impossibile”: è la “correttezza massimalista” che setaccia ogni comportamento in cerca della minima pagliuzza di errore. La rigidità morale non riguarda quanto si chiede, ma con quanta flessibilità si applicano le norme: calare i principi su ogni caso concreto può sembrare integrità cristallina, ma spesso è ottusità. Il punto è che online la rigidità è diventata un segnale di credibilità, sventolata come patente morale. L’imperialismo morale, infine, riguarda la pervasività: applicare categorie morali a situazioni che non le competono, come le buone maniere, il gusto, le opinioni innocue, i comportamenti privati tra adulti consenzienti».

In conclusione, lei rilancia l’educazione digitale. In che cosa dovrebbe consistere e come si può realizzare concretamente?

«Non nell’alfabetizzazione tecnica, che è necessaria ma insufficiente, e neppure in un catalogo di divieti. Serve un’educazione al carattere applicata all’ambiente digitale: coltivare umiltà epistemica, accuratezza, coraggio nel dissentire, giustizia nel giudicare. E soprattutto calibrare l’ammirazione, che è la competenza chiave: imparare a chiedersi chi stiamo ammirando e perché. Concretamente significa pratica guidata più che lezioni – analizzare casi reali, ricostruire una gogna dal punto di vista di chi la subisce, scrivere una critica proporzionata. E significa responsabilità distribuita: la saggezza digitale non può stare tutta sulle spalle del quindicenne. Riguarda anche le piattaforme che progettano gli incentivi, i creator che occupano posizioni di influenza, gli adulti che dovrebbero dare l’esempio e spesso sono i peggiori».