Primo Piano
Disarmare l’intelligenza artificiale senza fare gli indiani
Magnifica Humanitas: nel solco della Dottrina sociale della Chiesa
All’inizio del corso di Teologia della comunicazione ero solito mostrare agli studenti del Seminario Cosentino uno spezzone de Il cavallo d’acciaio (The Iron Horse), il film muto che John Ford realizzò nel 1924. Le immagini raccontano l’avanzare della ferrovia attraverso il grande West e l’incontro, spesso drammatico, tra la modernità che arriva e le popolazioni indigene che vedono trasformato il proprio territorio.
La scena che mostravo era particolarmente eloquente. La locomotiva, il nuovo «cavallo d’acciaio», avanza imponente sui binari. Gli indiani cercano di fermarla: la inseguono a cavallo, tentano di ostacolarla, scagliano frecce contro quel gigantesco corpo di ferro. Dall’altra parte, però, ci sono i soldati e gli uomini bianchi, armati. È una contrapposizione che va oltre la scena cinematografica: da una parte chi vede arrivare una forza nuova e cerca di resistere con gli strumenti che possiede; dall’altra chi dispone della tecnologia, delle armi e della forza necessaria per imporre il nuovo ordine.
Quello spezzone mi serviva per introdurre gli studenti alla grande trasformazione prodotta dai nuovi mezzi di comunicazione. Oggi, a distanza di anni, quella stessa scena mi sembra parlare con ancora maggiore forza del nostro rapporto con l’intelligenza artificiale.
Non possiamo fare gli indiani e scagliare frecce contro la locomotiva del progresso. Non possiamo fermare l’innovazione con la paura o con il rifiuto. Il progresso tecnologico avanza e continuerà ad avanzare. La questione, però, è decisiva: chi guida quella locomotiva? Con quali regole? Al servizio di chi? E soprattutto, che cosa accade quando essa entra nel territorio sacro dell’umano? È qui che Magnifica Humanitas, la prima enciclica di Papa Leone XIV, assume una particolare forza. Il Papa non propone di fermare la locomotiva dell’intelligenza artificiale. Non invita la Chiesa a rifugiarsi nella nostalgia di un mondo precedente alla rivoluzione digitale. Chiede piuttosto di disarmare l’IA. La metafora è potente. Perché nel film il problema non è soltanto la locomotiva: è il rapporto tra progresso e potere. La tecnologia, quando si accompagna alle armi e alla possibilità di dominare, può trasformarsi da strumento di sviluppo in strumento di conquista. È proprio questo il rischio che Leone XIV invita a riconoscere nel mondo dell’intelligenza artificiale. Disarmare l’IA non significa distruggerla. Significa sottrarla alla logica del dominio, della competizione senza limiti, dei monopoli e dell’uso della tecnologia come strumento di potere. Significa fare in modo che la potenza tecnica non diventi automaticamente potere sull’uomo.
La sfida, dunque, non è fermare la locomotiva. È disarmarla. È impedire che la sua forza travolga ciò che non può essere ridotto a macchina: la coscienza, la libertà, la relazione, la capacità di amare, la responsabilità e la dignità irriducibile di ogni persona. È precisamente questa la prospettiva nella quale leggere Magnifica Humanitas. L’enciclica non è contro la tecnologia: è per l’uomo. Non nasce dal timore del futuro, ma dalla responsabilità verso il futuro. Prima ancora di chiederci che cosa l’intelligenza artificiale potrà fare, dobbiamo domandarci che cosa non possiamo permettere che essa faccia all’uomo.
Una delle chiavi di lettura più importanti dell’enciclica è la sua straordinaria continuità con la Dottrina sociale della Chiesa. Il tema è nuovo — l’intelligenza artificiale — ma le domande sono quelle che il Magistero ha posto lungo più di un secolo: chi è l’uomo? Quale sviluppo vogliamo? A chi deve servire l’economia? Quali limiti deve avere il potere? Come custodire la pace, il lavoro e la dignità della persona?
Leone XIV guarda alla rivoluzione dell’intelligenza artificiale con uno sguardo non dissimile da quello con cui Leone XIII, nel 1891, guardò alla rivoluzione industriale nella Rerum novarum. A distanza di 135 anni cambiano la tecnologia, i processi produttivi e le forme del potere; non cambia la centralità della persona umana. La Rerum novarum nasceva davanti alle nuove questioni poste dalla fabbrica, dal capitale e dalla condizione operaia. Magnifica Humanitas si confronta con algoritmi, dati, automazione, grandi piattaforme tecnologiche e sistemi autonomi. Ma il principio rimane il medesimo: l’economia e la tecnica devono essere al servizio dell’uomo, non l’uomo asservito alle loro logiche. È la grande continuità che attraversa la Dottrina sociale della Chiesa: da Leone XIII a Pio XI, da Giovanni XXIII a Paolo VI, da Giovanni Paolo II a Benedetto XVI, fino a Francesco e oggi a Leone XIV. La Rerum novarum, la Quadragesimo anno, la Mater et magistra, la Populorum progressio, la Centesimus annus, la Caritas in veritate e la Laudato si’ sono tappe diverse di un unico grande cammino: difendere la dignità della persona, promuovere il bene comune, custodire il lavoro, contrastare ogni forma di sfruttamento e orientare il progresso verso uno sviluppo autenticamente umano.
Non sorprende, allora, che Leone XIV scelga proprio il linguaggio del «disarmo»: «Disarmare l’IA significa sottrarla alla logica della competizione armata, che oggi non è più solo militare ma economica e cognitiva. […] Disarmare vuol dire rompere questa equivalenza tra potenza tecnica e diritto di governare. Disarmare non significa rinunciare alla tecnologia, ma impedirle di dominare l’umano. Significa sottrarla ai monopoli, renderla discutibile, contestabile, e quindi abitabile, restituendola alla pluralità delle culture umane e delle forme di vita» (110).
È un’affermazione che porta nel mondo digitale una convinzione profondamente radicata nel Magistero: il potere non crea da solo il diritto. La possibilità tecnica di fare qualcosa non significa automaticamente che quella cosa sia moralmente buona o socialmente giusta.
Il «disarmo» dell’IA, allora, non è una fuga dalla modernità. È un atto di responsabilità. Significa impedire che l’efficienza diventi l’unico criterio, che la potenza tecnologica si trasformi in potere incontrollato e che l’uomo finisca per diventare oggetto dei sistemi che egli stesso ha creato. La stessa continuità emerge quando l’enciclica affronta il tema del lavoro. Dietro l’apparente immaterialità dell’intelligenza artificiale esistono persone concrete: lavoratori che estraggono materie prime, assemblano dispositivi, addestrano sistemi, classificano dati, moderano contenuti.
Leone XIV denuncia così nuove forme di sfruttamento: «Le nuove schiavitù si alimentano di catene economiche e infrastrutture digitali. Occorre quindi lavorare in più direzioni: anzitutto per rendere più esigente la trasparenza delle filiere che sostengono l’industria tecnologica e l’economia digitale, perché nessun vantaggio competitivo sia costruito sullo sfruttamento invisibile» (179).
È, in fondo, la questione operaia del XXI secolo: non più soltanto la fabbrica, ma l’intera filiera tecnologica; non soltanto il lavoratore davanti alla macchina, ma anche l’essere umano nascosto dietro l’algoritmo.
La continuità con la Dottrina sociale raggiunge poi il tema della pace. Di fronte alle armi autonome, l’enciclica ribadisce che la responsabilità morale non può essere delegata alla macchina: «Quando la decisione di colpire si automatizza o si opacizza, cresce il rischio di deresponsabilizzazione». Anche qui il progresso tecnico deve incontrare un limite: il volto dell’uomo. Nessun algoritmo può assumere la responsabilità morale di una scelta che riguarda la vita e la morte. Lo stesso principio vale per la finanza. Leone XIV riprende una delle grandi intuizioni della Dottrina sociale distinguendo la «finanza per la finanza» dalla «finanza per lo sviluppo»:
«La funzione sociale del credito rimane insostituibile. La finanza per la finanza è cosa ben diversa dalla finanza per lo sviluppo e per la creazione e l’evoluzione del lavoro» (160).
La domanda fondamentale: a chi serve il sistema? Al profitto in sé oppure alla persona, al lavoro, alla crescita delle comunità e al bene comune? Così Magnifica Humanitas appare non come una parentesi, ma come un nuovo capitolo di una storia già iniziata. La Chiesa non deve inseguire la tecnologia, né demonizzarla. Deve continuare a esercitare quella funzione profetica che le appartiene: porre davanti a ogni innovazione la domanda fondamentale della Dottrina sociale: serve davvero l’uomo?
Da Leone XIII a Leone XIV il mondo è cambiato radicalmente. Ma resta intatto il criterio: la persona viene prima del profitto, il lavoro prima della speculazione, il bene comune prima dell’interesse particolare, la pace prima della potenza e la dignità umana prima dell’efficienza. Per questo quello spezzone de Il cavallo d’acciaio ritorna oggi con un significato nuovo. Gli indiani non potevano fermare la locomotiva con le frecce. Ma la storia ci ricorda anche che il progresso, quando è accompagnato dalla forza e dalle armi, può diventare strumento di dominio. Noi non siamo chiamati a scagliare frecce contro la locomotiva dell’intelligenza artificiale. Siamo chiamati a qualcosa di più difficile: governarla, darle un orientamento, porle dei limiti e disarmarla. È questa la provocazione di Leone XIV e, in fondo, la grande domanda che la Teologia della comunicazione deve consegnare alle nuove generazioni: come abitare il futuro senza perdere il senso del sacro della vita? La locomotiva continuerà ad avanzare. Sta a noi fare in modo che non perda di vista l’uomo.
