Attualità
Congo, l’ebola segna un record di decessi
“L’Ebola sta vincendo nella Repubblica Democratica del Congo e noi non possiamo permettere che il virus corra più veloce della nostra risposta”. Con questa drammatica dichiarazione Tom Fletcher, sottosegretario generale delle Nazioni Unite per gli affari umanitari e coordinatore dei soccorsi d’emergenza, ha fotografato la spirale fuori controllo in cui è precipitata l’Africa centrale. Le parole del funzionario dell’Onu sintetizzano l’allarme per un’emergenza sanitaria che ha infranto ogni precedente e tragico primato: la diciassettesima epidemia del Paese è diventata ufficialmente la più letale e rapida mai registrata nella storia della nazione, minacciando di trasformarsi nel peggiore focolaio mai documentato a livello globale.
I NUMERI DEL MASSACRO E LA CORSA DEL CONTAGIO. I dati pubblicati dall’Istituto Nazionale di Sanità Pubblica della Repubblica Democratica del Congo tracciano un bilancio drammatico. I decessi confermati sono saliti ad almeno 2.325, superando la quota di 2.299 vittime toccata nel corso della devastante epidemia del 2018-2020. I casi totali accertati hanno raggiunto quota 4.945, con oltre cento nuovi contagi registrati nelle ultime ventiquattro ore. Una dinamica epidemica che, per velocità di propagazione, non ha riscontri nel passato: per raggiungere il traguardo dei mille morti durante la crisi dell’Africa occidentale del 2014-2016 occorsero quasi cinque mesi, mentre nell’attuale contingenza sono bastate meno di dodici settimane per superare quota duemila.
La traiettoria dell’infezione sta mettendo a dura prova le strutture di contenimento e la capacità di risposta sul campo. Il virus sta colpendo ormai sei delle ventisei province del Paese, con il fulcro principale collocato nella provincia di Ituri, dove si contano oltre 3.400 casi. Il tasso di mortalità ha subito un’impennata vertiginosa, passando da circa il 20 per cento rilevato nelle prime settimane di giugno all’attuale 46 per cento. Un’accelerazione che porta gli analisti dell’Organizzazione Mondiale della Sanità a ritenere probabile il superamento dell’epidemia dell’Africa occidentale del 2014-2016, che provocò oltre undici mila vittime tra Guinea, Liberia e Sierra Leone.
IL CEPPO RARO E LA MANCANZA DI SIERI APPROVATI. A complicare la risposta medica interviene una natura epidemiologica particolarmente insidiosa. Il focolaio è causato da una variante geneticamente distinta del ceppo Bundibugyo, una specie rara del virus Ebola per la quale, a differenza della più nota variante Zaire, non esistono ancora vaccini o trattamenti terapeutici ufficialmente approvati. L’assenza di presidi medici specifici costringe il personale sanitario ad affidarsi a terapie di supporto e a sperare nei risultati delle prime sperimentazioni cliniche avviate d’urgenza nella provincia di Ituri.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha confermato che il focolaio sta procedendo a un ritmo eccezionale, raddoppiando le sue dimensioni ogni venti giorni circa. L’agenzia delle Nazioni Unite diretta da Tedros Adhanom Ghebreyesus ha sottolineato come la curva dei contagi non mostri alcun segno di flessione, ricordando che solo nell’ultima settimana di rilevamento si sono toccati i picchi di 579 nuovi casi e 304 decessi. La vulnerabilità colpisce da vicino anche chi si trova in prima linea: sono oltre 155 i lavoratori sanitari infettati dall’inizio delle ostilità virali, con almeno 45 decessi registrati a causa della persistente carenza di dispositivi di protezione individuale.
LA SFIDUCIA DELLE COMUNITÀ E I RITARDI NELLE CURE. Oltre alle sfide strettamente cliniche, la gestione dell’emergenza deve fare i conti con un profondo solco di sfiducia culturale e sociale. Thomas Parisch, uno specialista di sanità pubblica impegnato sul campo con Medici Senza Frontiere, ha spiegato la complessa dinamica con cui le equipe mediche si scontrano quotidianamente: “Normalmente, con il progredire di un’epidemia, il tasso di letalità dovrebbe scendere grazie al miglioramento del tracciamento dei contatti e all’identificazione precoce dei pazienti”. Il medico ha evidenziato come nel contesto attuale accada invece il contrario, con molti malati che arrivano nelle strutture sanitarie quando le condizioni sono ormai disperate o che vengono identificati solo dopo il decesso avvenuto all’interno delle proprie abitazioni.
Il fenomeno delle diagnosi tardive risponde a fattori storici e sociali radicati nelle aree colpite da decenni di conflitti e instabilità. Più del 70 per cento dei malati muore nell’ambito comunitario senza mai raggiungere un centro di cura specialistico. I timori legati alla disinformazione, l’idea errata che l’infezione sia frutto di avvelenamento e la paura dei centri di isolamento spingono intere famiglie a nascondere i propri cari o a ricorrere a cure domestiche improvvisate. A ciò si aggiungono le aggressioni alle strutture sanitarie, gli scioperi del personale medico non retribuito e l’inaccessibilità stradale in vaste aree rurali, fattori che ritardano in modo decisivo la catena dei soccorsi.
LA MOBILITAZIONE INTERNAZIONALE E I RISCHI REGIONALI. L’aggravarsi del quadro ha spinto le Nazioni Unite a potenziare le risorse economiche e umane sul terreno nel tentativo di evitare un collasso sistemico. Tom Fletcher ha annunciato lo stanziamento straordinario di ulteriori 30,5 milioni di dollari attinti dal Fondo centrale di risposta alle emergenze dell’Onu, accompagnato dall’invio immediato di venti specialisti da destinare alle prime linee. Il responsabile dei soccorsi umanitari ha rivolto un appello accorato alla comunità internazionale: “Questo è un campanello d’allarme. Abbiamo bisogno di velocità, scala e solidarietà prima che questo virus si allontani ancora di più da noi”. La quota si aggiunge ai 24 milioni di dollari già mobilitati per sostenere le operazioni nei territori congolesi e nei Paesi limitrofi.
Il timore principale riguarda le dinamiche di sconfinamento regionale, favorite dalla forte mobilità transfrontaliera della popolazione in Africa centrale. Sebbene il confinante Uganda sia riuscito a contenere i casi registrati nel mese di luglio dichiarandosi formalmente libero dal virus, la porosità dei confini e l’instabilità politica lungo la fascia nord-orientale mantengono altissimo il livello di allerta in tutta la regione. Senza un cambio di passo drastico nella capacità di isolamento e nel sostegno logistico, il rischio che l’epidemia si trasformi in una crisi umanitaria senza precedenti appare oggi più concreto che mai.
Fonte: 9Colonne
