Cultura
Il libro di Davide Gravina sullo statista della DC Moro
Sono trascorsi circa 50 anni dal 9 maggio 1978 e da allora, soprattutto in questi ultimi anni, sono stati scritti diversi libri dedicati a quella vicenda iniziata il 16 marzo e terminata tragicamente con il ritrovamento del corpo di Moro in Via Caetani a Roma. Come ha scritto Marco Damilano “Via Fani è stato il luogo del nostro destino, la Dallas italiana, le nostre Torri Gemelle, il prima e il dopo”. Il sequestro e l’uccisione di Moro hanno segnato la fine della Prima Repubblica, e rappresentano, ancora oggi, lo spartiacque tra diverse generazioni, il 1978 è, infatti, l’anno di mezzo tra il ’68 e il 1989, anno della caduta del muro di Berlino, e quindi della riscrittura intervenuta della storia non solo italiana ma europea ed internazionale. Si è passati dal “tutto della Politica: gli ideali, le passioni e il sangue al suo nulla per come, poi si è verificato dopo il 9 maggio 78″. In questo contesto si inserisce il libro di Davide GRAVINA sindaco di Fuscaldo per diversi anni e docente di Filosofia nelle scuole superiori Platone e il caso Moro, questo il titolo del libro più volte presentato in questi ultimi mesi con notevoli partecipazioni.
L’autore analizza la tragedia di Moro trasformandola in una acuta e coinvolgente riflessione politica e filosofica ,la prigionia di Moro viene vista “come una discesa nell’oscurità del potere ma anche come un ‘ occasione per vedere la luce “, cercando di capire le “logiche del potere “.
Davide Gravina analizza ,attraverso lo studio delle lettere dalla prigionia di Moro ,quasi richiamando – come è stato osservato – i dialoghi socratici , i sentimenti morotei e gli orientamenti politici di Ado Moro.
Nel libro di Davide Gravina si coglie, come avvenuto anche per altri, il rilevante spessore della figura di Moro come giovane costituente, politico acuto, colto ed anche come statista. Grazie a questo libro si riuscirà a comprendere meglio la “fine strategia morotea, l’umanità di Moro strappata all’immagine di prigioniero delle Br”, restituendo, per come è giusto, l ‘immagine di un politico che, più di altri, aveva percepito la specificità italiana: “il paese dalle forti passioni politiche ma anche dalla fragilità del nostro sistema istituzionale e quindi della debolezza del potere costituito”. In questo senso tornano di estrema attualità, come è stato ricordato anche dal Presidente Mattarella, le parole pronunciate da Moro, quando da presidente del Consiglio svolgeva anche le funzioni di presidente di turno dell’allora Comunità Europea: “il Signor Breznev passerà e il seme gettato darà i suoi frutti”, era l’agosto del 1975, conferenza di Helsinchi e Moro in quella sede teorizzò, in termini quasi profetici, l’avvio della fine della guerra fredda. Infatti, Breznev in quell’occasione, pur riaffermando, purtroppo, il principio della cosiddetta sovranità limitata per i paesi satelliti dell’Urss, collaborò per l’avvio di un processo che vide i primi risultati 14 anni dopo, con il crollo del muro di Berlino e l’inizio del disfacimento dell’Unione Sovietica. Dal 1989, riprendendo le parole di Giovanni Paolo II, “l’Europa, non più a due polmoni, ha invertito la rotta incamminandosi verso la completa svolta democratica in direzione del consolidamento della pace, oggi, purtroppo, seriamente minacciata”. È innegabile, infatti, riconoscere, a distanza di oltre 50 anni al 9 maggio 1978, e dopo le vicende politiche recenti e più remote vissute dal nostro paese dopo la scomparsa dell’on. Moro che, il tentativo se non la “lucida intuizione” morotea della solidarietà nazionale, fosse una significativa iniziativa per rendere “più scorrevole”, come è stato osservato, il percorso politico italiano verso la meta della Democrazia compiuta. La solidarietà nazionale teorizzata da Moro e recepita da Berlinguer, prima del declino della politica italiana, rappresentò, infatti, il “più corposo intervento di rigenerazione e rinnovamento” della Politica nel nostro paese, attuato dopo il 1948 e la guerra fredda, ed anche dopo i pur apprezzabili risultati connessi alla prima ed originaria esperienza del centro–sinistra, con la realizzazione di importanti provvedimenti sul piano socio/economico rappresentativi del cosiddetto “riformismo non ideologico” e che incisero positivamente sul riequilibrio del paese. Oggi, oltre l’indignazione che permane, per una Verità non appurata e per il delitto commesso dalle Brigate Rosse, i “misteri” del caso Moro restano, insieme al rammarico e alla commozione per la scomparsa di un “Politico mite, pacifico e ragionatore”, È stato scritto: “Moro sapeva che la sua morte avrebbe perpetuato il lavoro compiuto in una vita interamente spesa per la Democrazia e il suo ampliamento”, per questo Moro fu ucciso e forse anche per questo fu, durante le settimane del sequestro “il filosofo della sua morte”, quasi immaginando una lezione universitaria “a posteriori” da utilizzare nell’avvenire. Ed oggi, come è stato osservato, il cosiddetto “muro degli specchi costruito intorno al caso Moro permane, impendendoci di capire cosa in realtà è successo in quei giorni tra il sedici marzo e il 9 maggio 1978. Il libro di Davide Gravina ci aiuta a capire e a vedere meglio una vicenda complessa e drammatica per la sua conclusione. Moro che aveva con i giovani, non solo gli studenti che frequentavano le sue lezioni universitarie, aveva intuito, con la “strategia dell’attenzione” che, per rendere più stabile la nostra democrazia dopo il ‘68, occorreva comprendere la contestazione studentesca e giovanile che guardava con attenzione e che non temeva, aveva, soltanto, timore, oltre le sollecitazioni giovanili che pure recepiva, le “punte acuminate” del movimento, così vennero da lui definite, racchiuse nel terrorismo post-68 delle Brigate rosse che lo uccisero il 9 maggio del 1978. Ce’ un pensiero di Moro che ben si collega alla fatica più che apprezzabile di Davide Gravina, pronunciato quasi alla vigilia del 16 marzo 78: “se fosse possibile dire saltiamo questo tempo e andiamo direttamente a domani, credo che accetteremmo tutti di farlo, ma ciò non è possibile, perché oggi dobbiamo vivere, è oggi la nostra responsabilità, si tratta di essere coraggiosi e fiduciosi, vivendo il tempo che ci è dato di vivere pur con tutte le sue difficoltà”. Grazie, quindi, a Davide Gravina amico caro che, con il suo libro, ci aiuta a ricomprendere non solo la testimonianza ma la filosofia morotea della Politica che, quando eravamo giovani, ci influenzò in maniera rilevante quasi come un novello Socrate che insegna ai giovani non solo teoricamente ma anche, per come avvenuto tragicamente, con la sua vita e la sua morte. Effettivamente bisogna sottolineare la tesi di DAVIDE GRAVINA , secondo il quale la “VERITA’ in politica è un atto di coraggio che lacera la coscienza piuttosto che un dato giudiziario “. Nel libro Platone e il Caso Moro -la tragedia del sequestro Moro non viene riletta “come una semplice cronaca giudiziaria ma come una struttura simbolica del Potere con i suoi limiti e le sue, purtroppo , deviazioni misteriose.
Aldo Moro, nel viaggio filosofico del libro di Davide Gravina, pur prigioniero, riesce a “vedere la luce, nell’intercapedine dello spirito e nella solitudine avverte la prevaricazione di un Potere misterioso lontano ma esistente che riesce a fargli percepire , pur nella sua tragedia personale ,la fragilità della Democrazia”.
