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Usa – Iran. Israele, in Svizzera “buoni progressi”
“Abbiamo compiuto progressi incoraggianti, tra cui l’istituzione di un meccanismo che consentirà la prosecuzione delle discussioni tecniche”. Con queste parole il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha fotografato l’esito del primo round di colloqui in Svizzera tra Teheran e Washington, descrivendo un’atmosfera complessivamente “positiva e costruttiva”. Una dichiarazione che punta a trasmettere un forte segnale di ottimismo, ma che nasconde tra le righe la complessità di un negoziato in cui le concessioni economiche immediate si intrecciano con una fortissima tensione geopolitica e militare ancora irrisolta. La diplomazia internazionale ha registrato una svolta parziale nel cuore della notte. Intorno alle tre della notte italiana di oggi, i mediatori pakistani e qatarioti hanno infatti annunciato la conclusione del primo ciclo di colloqui, arrivata al termine di una riunione fiume durata ben dodici ore. Un confronto lungo e caratterizzato da evidenti alti e bassi, che ha infine partorito una dichiarazione congiunta da parte dei governi di Islamabad e Doha, i quali stanno conducendo questa complessa architettura diplomatica tra la Casa Bianca e la Repubblica Islamica.
LA TABELLA DI MARCIA E I NODI SUL TAVOLO. Le due delegazioni, secondo quanto reso noto ufficialmente dai mediatori, “hanno concordato una tabella di marcia volta a raggiungere un accordo definitivo entro sessanta giorni, ponendo così le basi per l’avvio immediato di nuove discussioni tecniche”. Questi nuovi tavoli specialistici prenderanno il via già durante questa settimana sul territorio svizzero. L’obiettivo formale è quello di darsi un perimetro temporale stringente per evitare che le trattative si sfilaccino in un rinvio perpetuo, una tattica spesso utilizzata in passato da entrambe le parti per accumulare potere contrattuale sul terreno. L’accordo quadro prevede la creazione di un comitato di alto livello strutturato per garantire una costante supervisione politica su tutta l’attività di mediazione. A questo organismo di vertice dovranno fare riferimento periodico i negoziatori principali, i quali avranno il compito di coordinare e monitorare i diversi gruppi di lavoro tematici. Tra i dossier più caldi affidati agli esperti figurano, come prevedibile, la gestione e i limiti del programma nucleare di Teheran e il delicato capitolo relativo alle sanzioni economiche statunitensi che gravano sull’economia iraniana.
L’impianto descritto mostra come i mediatori stiano cercando di separare il livello politico-decisionale da quello puramente operativo. La creazione di scadenze fisse a breve termine serve a mantenere alta la pressione sui rispettivi apparati burocratici, riducendo il rischio che incidenti di percorso o dichiarazioni incendiarie possano far saltare l’intero tavolo prima del tempo.
SICUREZZA MARITTIMA E LA DE-ESCALATION IN LIBANO
Accanto ai temi strategici di lungo periodo, il vertice odierno ha affrontato alcune emergenze di sicurezza immediate. I mediatori hanno spiegato che “è stata creata una linea di comunicazione tra le parti al fine di evitare incidenti e problemi di comunicazione, con l’obiettivo di garantire il passaggio sicuro delle navi commerciali nello Stretto di Hormuz”. Lo stretto, snodo vitale per i flussi petroliferi mondiali, rimane uno dei punti di frizione più pericolosi del pianeta, dove il rischio di un errore di calcolo militare potrebbe innescare una spirale bellica incontrollabile. Il secondo fronte emergenziale riguarda il Medio Oriente allargato e in particolare il territorio libanese, dove i recenti scontri tra Israele e Hezbollah hanno indebolito la tenuta del cessate il fuoco. Per rispondere a questa crisi, Washington e Teheran hanno deciso di istituire una vera e propria “cellula di gestione del conflitto” o “cellula di de-escalation”. Questo organismo, secondo i comunicati ufficiali, “riunisce le due parti e la Repubblica del Libano, e guidata dai mediatori, per garantire il rispetto della cessazione delle operazioni militari in Libano”.
L’inclusione diretta del Libano all’interno di questo meccanismo trilaterale sotto egida diplomatica rappresenta un tentativo di istituzionalizzare i contatti protetti. Leggere questa mossa implica riconoscere l’influenza diretta dei due attori principali sulle forze sul campo: l’amministrazione statunitense come principale alleato e fornitore di sicurezza di Israele, e il governo iraniano come principale sostenitore politico e militare delle milizie sciite di Hezbollah.
LE CONCESSIONI ECONOMICHE RIVENDICATE DA TEHERAN. Se i mediatori mantengono un profilo improntato all’equilibrio tecnico, la leadership iraniana ha preferito capitalizzare immediatamente i primi risultati commerciali a uso interno ed esterno. Araghchi ha infatti sottolineato come “la mediazione del Pakistan e del Qatar ha permesso di compiere importanti progressi verso la fine della guerra in Libano”. Ma l’affondo più significativo del capo della diplomazia di Teheran ha riguardato l’allentamento della pressione sanzionatoria.
Il ministro degli Esteri iraniano ha affermato pubblicamente che, nell’ambito di questi primi scambi, gli Stati Uniti hanno revocato le restrizioni sulle esportazioni di greggio. “Le esportazioni di petrolio e prodotti petrolchimici non sono più soggette a restrizioni, il blocco è stato revocato, alcuni beni congelati sono stati sbloccati ed è stato avviato un importante piano di ricostruzione e sviluppo per l’Iran”, ha precisato l’esponente del governo di Teheran.
Questa narrazione, sebbene presentata come una vittoria negoziale già acquisita, va letta con cautela. L’allentamento delle sanzioni petrolifere e lo sblocco dei capitali all’estero rappresentano da sempre la principale richiesta iraniana, concessa spesso da Washington in modalità condizionata o temporanea per verificare l’effettiva conformità della controparte agli impegni presi sulla sicurezza e sul nucleare. L’annuncio di un piano di sviluppo economico indica la necessità della Repubblica Islamica di dare risposte immediate a una popolazione stremata da anni di isolamento finanziario.
LE MINACCE DI TRUMP E LA STRATEGIA DELLA TENSIONE. Il cammino verso un’intesa definitiva appare tuttavia disseminato di ostacoli politici enormi, a partire dall’atteggiamento impresso ai colloqui dal presidente americano Donald Trump. Nelle fasi precedenti del confronto, l’inquilino della Casa Bianca ha fortemente irritato il principale negoziatore iraniano minacciando direttamente la delegazione di Teheran, un atteggiamento che ha causato un temporaneo blocco dei colloqui.
La postura del tycoon non è cambiata nelle ore successive. Parlando ai microfoni dell’emittente televisiva Fox News, il presidente americano ha ribadito una linea di estrema fermezza, dichiarando che gli Stati Uniti potrebbero riprendere i bombardamenti sull’Iran e “prendere il controllo” dello Stretto di Hormuz qualora non si dovesse raggiungere un accordo definitivo nei tempi stabiliti. Questa retorica muscolare risponde a una doppia esigenza: da un lato mantenere la massima pressione psicologica sui diplomatici iraniani durante i tavoli tecnici, dall’altro rassicurare la propria base elettorale interna sul fatto che Washington non stia mostrando segni di debolezza di fronte a un avversario storico.
A confermare la complessità del quadro politico interno americano vi sono i dati emersi da un recente sondaggio condotto da CBS News, che mostra un’opinione pubblica statunitense profondamente divisa e polarizzata sull’opportunità e sulla bontà di un accordo diplomatico con l’Iran. Una spaccatura che limita lo spazio di manovra della presidenza e che costringe la Casa Bianca a bilanciare i progressi diplomatici con continue smentite o dichiarazioni di forza geopolitica.
Fonte: 9Colonne
