I 262 rintocchi e la memoria di Marcinelle

Questa mattina, a Marcinelle, sono risuonati i 262 rintocchi della campana “Maria Mater Orphanorum”, seguiti da un momento di preghiera e dalla deposizione di fiori presso il monumento alle vittime, nel piazzale della miniera del Bois du Cazier. Delle 262 vittime, 136 erano italiani. Erano le 8.10 dell’8 agosto 1956. Insieme agli italiani morirono 95 belgi, 8 polacchi, 6 greci, 5 tedeschi, 3 algerini, 3 ungheresi, 2 francesi, 1 inglese, 1 olandese, 1 russo e 1 ucraino.Sono trascorsi settant’anni da quel giorno, e Marcinelle continua a essere una ferita aperta nella storia dell’emigrazione italiana. Una ferita che riguarda l’intero Paese e che tocca anche la Calabria, tra le regioni colpite. In quella mattina, un corto circuito incendiò l’olio ad alta pressione e le strutture in legno del pozzo, generando un rogo che riempì di fumo le gallerie e intrappolò i minatori a oltre mille metri di profondità. Tra loro morirono anche calabresi provenienti da comunità che ancora oggi custodiscono nomi, volti e storie di quegli uomini partiti per cercare lavoro e futuro.Secondo la ricostruzione dello storico Toni Ricciardi, la tragedia listò a lutto 32 province italiane. I calabresi morti erano originari di Reggio Calabria, San Giovanni in Fiore, Caccuri, Cerenzia, Castelsilano, Santa Severina, Rocca Bernarda, Savelli, Scandale, dell’intera Sila e del Marchesato di Crotone, territori che pagarono un tributo altissimo di vite. In particolare, la provincia di Cosenza è ricordata per aver vissuto altre tragedie dell’emigrazione, come quella di Mattmark, segno di una terra che per decenni ha visto partire migliaia di giovani verso miniere e cantieri del Nord Europa. A San Giovanni in Fiore, ricorda Ricciardi, “il comune ebbe il più alto numero di vittime della tragedia svizzera” di Mattmark, a testimonianza di un’emigrazione che ha segnato profondamente la storia sociale della regione.Tra i 136 italiani morti, i calabresi erano uomini che avevano lasciato paesi dell’entroterra e della costa per raggiungere il Belgio, spesso dopo lunghi viaggi che iniziavano alla stazione di Napoli Centrale, dove nel triennio 1946-48 transitarono oltre 30.000 aspiranti minatori diretti verso il Nord Europa.Le loro storie sono quelle di padri che ogni mattina salutavano i figli senza sapere se sarebbero tornati, come raccontava Urbano Ciacci, uno dei pochi sopravvissuti: “Ogni mattina davo un bacio ai miei figli. Mi chiedevano perché e io rispondevo: non so se ci rivedremo stasera”. Sono storie di comunità che hanno perso giovani nel pieno della vita, come ricorda don Claudio Visconti, responsabile della pastorale degli italiani a Bruxelles: “Erano uomini coraggiosi, che non vedevano mai la luce. Scendevano al buio e risalivano dopo il tramonto”.E sono storie che hanno cambiato la percezione dei migranti italiani in Belgio: “C’è un prima e un dopo Marcinelle”, sottolinea don Claudio. Dopo la tragedia, la popolazione belga comprese che dietro quei corpi c’erano famiglie, speranze, sacrifici. E il rispetto verso gli italiani crebbe, segnando un punto di svolta nella storia dell’emigrazione.“Commemorando Marcinelle e rendendo un tributo a coloro che vi perirono – come in altri luttuosi episodi nella storia dell’emigrazione italiana – siamo invitati a riflettere sul prezzo umano che venne pagato e ad agire affinché simili sciagure non abbiano a ripetersi e la gestione dei flussi migratori obbedisca a criteri di rispetto della dignità delle persone”, ha scritto il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nel messaggio per il 70° anniversario della tragedia e per la 25ª Giornata nazionale del sacrificio del lavoro italiano nel mondo.“Nel ricordo dei tragici fatti di Marcinelle l’Italia si unisce nel fare memoria dei lavoratori nostri concittadini che, assieme ai loro colleghi di altre undici diverse nazionalità, persero la vita nelle viscere del Bois du Cazier”, sottolinea il Capo dello Stato, aggiungendo che “in questa giornata, dedicata dalla Repubblica al sacrificio del lavoro italiano nel mondo, onoriamo gli emigrati che, con il loro lavoro, hanno contribuito al progresso del Paese e alla crescita delle comunità nelle quali sono stati accolti e hanno operato”. “Le vittime di Marcinelle sono parte dell’identità collettiva del nostro Paese”, rileva Mattarella, secondo cui “esse hanno acquisito profonda valenza simbolica per tutta l’Europa, connotando il processo di integrazione comunitaria. La Commissione, su iniziativa del Parlamento europeo e degli Stati membri, ha deciso infatti di proporre l’8 agosto come Giornata europea in memoria delle vittime degli incidenti sul lavoro”. “Il diritto al lavoro, l’esigenza di tutelarne ovunque e per chiunque la sicurezza – cardine della nostra Costituzione – esprime oggi un principio fondante che accomuna l’intera casa europea, nella quale protezione dei lavoratori e contrasto di ogni forma di sfruttamento sono divenuti patrimonio condiviso”, osserva il presidente, concludendo: “Ai familiari delle duecentosessantadue vittime, delle quali centotrentasei italiani, che morirono al Bois du Cazier l’8 agosto del 1956, a quelli di tutti i morti sul lavoro in ogni altra circostanza e luogo del mondo, rinnovo i sentimenti di cordoglio e di partecipe vicinanza della Repubblica”.Gli italiani – e i calabresi in particolare – morti a Marcinelle rappresentano una parte essenziale di questa storia. Erano giovani che avevano lasciato la loro terra per contribuire al futuro delle famiglie e dell’Italia. Il loro sacrificio, insieme a quello degli altri minatori, ha cambiato la storia dell’emigrazione, ha modificato la percezione dei migranti italiani in Europa e ha aperto la strada a una nuova consapevolezza sociale. Tra i tanti, anche lo zio di un sacerdote calabrese: mons. Antonino Denisi, decano del Capitolo della Cattedrale di Reggio Calabria, che a Marcinelle perse lo zio Antonio, 32 anni, sposato con quattro figli. “Morì per un sacco di carbone”, racconta don Denisi. “In quei giorni mi chiedevo dove fosse Dio. Poi ho capito: Dio era lì sotto”.Oggi, nel settantesimo anniversario, i loro nomi risuonano ancora nel piazzale del Bois du Caz