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La Serie A a girone unico compie 100 anni, il 2 agosto 1926 la Carta di Viareggio
Un secolo della Carta di ViareggioNel pieno dell’estate del 1926, esattamente il 2 agosto, il calcio italiano attraversò una vera e propria rivoluzione sistemica che ne avrebbe cambiato per sempre il volto e le strutture. La pubblicazione della celebre Carta di Viareggio rappresentò uno spartiacque fondamentale per lo sport nazionale: un documento di straordinaria portata organizzativa che, se da un lato modernizzò la disciplina gettando le basi per la nascita della Serie A a girone unico e aprendo la strada al professionismo, dall’altro sancì la totale assoggettamento del pallone al controllo centralizzato dello Stato e dell’apparato propagandistico del regime fascista.Per comprendere la genesi della Carta, occorre calarsi nel clima di forte instabilità che caratterizzava la Federazione Italiana Giuoco Calcio (FIGC) a metà degli anni ’20, paralizzata da continue controversie tra i club del Nord e del Centro-Sud e piagato da un “professionismo mascherato” che vedeva i calciatori percepire rimborsi fuorilegge sotto banco. Di fronte al rischio di collasso, il Comitato Olimpico Nazionale Italiano (CONI) — già ampiamente trasformato in un braccio operativo del regime per la gestione della gioventù — decise di commissariare la FIGC, incaricando una commissione di tre esperti (Italo Foschi, Lando Ferretti e Ottorino Barassi) di redigere un piano di riordino totale. Il risultato fu la Carta di Viareggio, così chiamata perché promulgata nella celebre località balneare toscana, la quale introdusse riforme organizzative di indiscutibile efficacia moderna superando la storica divisione geografica tra le leghe con la creazione della Divisione Nazionale, premessa per la nascita nel 1929 della Serie A a girone unico. Con grande pragmatismo, il documento sdoganò inoltre il professionismo attraverso l’introduzione della figura del calciatore “non dilettante”, riconoscendo per la prima volta il diritto a stipendi regolari e ponendo fine al mercato sotterraneo, mentre per esaltare il concetto di “italianità” vietò l’ingaggio di atleti esteri consentendo la tesserabilità ai soli oriundi.Sul piano politico ed etico, tuttavia, la Carta di Viareggio segnò l’azzeramento di ogni forma di democrazia interna nel mondo del pallone, visto che i vertici della FIGC e delle società non venivano più eletti dai soci ma nominati direttamente dall’alto dalle autorità. Il calcio, trasformatosi in un potente fenomeno di massa, venne così piegato a strumento di propaganda, consenso sociale e disciplina gerarchica con l’obiettivo di mostrare al mondo l’efficienza e il vigore della gioventù italiana. A un secolo di distanza, la Carta di Viareggio resta un documento dall’eredità ambivalente.
Vincenzo Romano
