Vita degli eremiti cristiani in una Tebaide ritrovata di Beato Angelico

Il genio fiorentino dipinse la quotidianità degli anacoreti in un contesto spirituale e meditativo che conosceva bene

È stato battuto all’asta da Pandolfini, a Firenze, un capolavoro scomparso da oltre mezzo secolo, acquistato di recente da un privato che non potrà esportarlo all’estero, per via del vincolo imposto dallo Stato italiano, che ha scelto di non esercitare la prelazione a cui avrebbe diritto. Si tratta della “Tebaide”, un dipinto antico realizzato da Beato Angelico, tra i più influenti artisti del primo Quattrocento. Fu uno dei padri del Rinascimento italiano, nonché pittore rivoluzionario che – come disse Vasari – “spese tutto il tempo della sua vita in servigio di Dio e benefizio del mondo e del prossimo”, realizzando un tipo di arte che fonde stili diversi in maniera innovativa, che gioca sugli effetti di luce e crea una connessione tra umano e divino. La Tebaide ritrovata ha una storia piuttosto controversa, in quanto il pittore fiorentino produsse, oltre a quest’opera, un’altra Tebaide, ora conservata al Museo di San Marco a Firenze. Le due versioni, secondo vari studiosi, sarebbero quasi identiche e rappresentano un soggetto che, di per sé, è raro nella produzione artistica rinascimentale: le vite degli anacoreti, cioè le esistenze degli antichi monaci della cristianità immortalati nella loro quotidianità. La presenza di due capolavori simili, riconducibili alle stesse mani, non dev’essere vista come un elemento di stranezza, ma come una prassi comune. Agli inizi del Rinascimento non si era ancora sviluppato il concetto di originalità artistica, quindi c’era la tendenza a realizzare più copie del medesimo soggetto, come ha sostenuto Miklós Boskovits, storico dell’arte ungherese, deceduto nel 2011. Più versioni di uno stesso tema testimoniano come si lavorava nelle botteghe del primo Quattrocento. Secondo vari esperti, le due Tebaidi di Angelico provengono dallo stesso disegno preparatorio, ma destinate a soddisfare commissioni diverse. Nella tela che scomparve nel 1970, così come nell’altra originale, il paesaggio e la narrazione religiosa diventano strumenti di contemplazione. Il deserto di Tebe è, per antonomasia, il luogo simbolico della tradizione cristiana dove sostavano gli eremiti. Nel quadro si vedono monaci, santi e asceti circondati da una natura silenziosa, impegnati a pregare e a meditare. L’iconografia, relativamente insolita, si ispira alle “Vitae Patrum” (Vite dei Santi Padri), una raccolta latina del VI secolo delle agiografie dei più antichi e rinomati scrittori cristiani, basata per lo più sulle biografie e sulle leggende degli eremiti dell’Egitto, stilate in lingua greca. Il soggetto della Tebaide conobbe una certa fortuna fra Trecento e Quattrocento, specie in quei monasteri nei quali era accentuata la vita ascetica. Vi sono due ipotesi circa la destinazione originaria della Tebaide ritrovata: una la collega all’ambiente vallombrosano, l’altra a quello camaldolese tramite la figura del monaco Ambrogio Traversari che, nel 1423, completò la prima parte della traduzione dal greco delle “Vitae Patrum”, contribuendo alla sua diffusione nei contesti culturali del primo Quattrocento. La Tebaide si adatta perfettamente a questo clima spirituale: la vita degli anacoreti, fatta di silenzio e raccoglimento, rispondeva al fervore religioso tipico sia del contesto vallombrosano che camaldolese. Le due interpretazioni dipendono, entrambe, da un mondo monastico che faceva della pratica contemplativa uno dei suoi assi portanti. Il ritrovamento di questo capolavoro offre la possibilità di approfondire, facendo i dovuti confronti con l’altro esemplare, le conoscenze sulla produzione di Beato Angelico.