Giobbe modello di fragilità umana

L’opera medita sul senso della giustizia e sull’integrità morale dell’uomo

Il libro di Giobbe occupa un posto di rilievo all’interno della poesia biblica universale. In esso c’è un ricco mondo simbolico, teologico, sapienziale e antropologico che è necessario capire, in mezzo a tanta ricchezza poetica. La parte iniziale in prosa (cap. 1 e 2) introduce il personaggio di Giobbe come uomo ricco, giusto e integro che, improvvisamente, vede la sua esistenza lacerata dalla disgrazia. Afflitto da una profonda desolazione, giunge a maledire la vita e a scagliarsi contro Dio, che sembra essersi dimenticato della giustizia e appare come nemico crudele (“Sei diventato crudele con me e con la forza delle tue mani mi perseguiti” (30, 21)). Segue il corpo del libro (cap. 3-27) costituito da dialoghi, in stile poetico, tra Giobbe e tre amici che vogliono consolarlo: Elifaz, uno specialista di letteratura profetica, Bildad, un conoscitore della letteratura giuridica sacra, e Zofar, un esperto di letteratura biblica sapienziale. Giobbe si reputa innocente e contesta le tesi tradizionali della teologia difese dai tre eruditi, secondo cui la diversa sorte che tocca ai buoni e ai cattivi dipende dalla loro condotta, per cui chi agisce bene è salvato da Dio, chi agisce male è destinato al castigo (teoria della retribuzione). Il patriarca, che giudica questo schema una pura menzogna, vuole affrontare Dio faccia a faccia. Dopo l’inaspettato incontro con Eliu, un arbitro imparziale, Giobbe incontra l’Altissimo che lo interroga e gli indica, alla fine, il grande approdo della fede (cap. 38-42), ristabilendo la situazione di partenza dell’uomo, che “muore sazio di giorni” (1,1), guarendo tutte le sue malattie e moltiplicandogli i beni. Un altro tema trattato nell’opera è la creazione dell’universo da parte del grande architetto, con l’essere umano al centro della sua attenzione. Una delle critiche che Giobbe muove al Padre Eterno, in preda all’immane sofferenza che patisce, è che questo mondo, più che un cosmo ordinato e bello, sembra un caos crudele e senza senso, dove la luce si trasforma in tenebra e la morte è da preferire alla vita. Il libro di Giobbe non vuole spiegare il dolore, ma intende parlare del vero volto di Dio che abbatte i fantasmi della tradizione dogmatica. Nel testo spiccano, maggiormente, il senso di giustizia e l’integrità morale, affermate fin dall’inizio e con orgoglio dall’Onnipotente stesso riferendosi al suo servo, che è “retto”, “religioso” e “rispettoso di Dio”. La lezione lasciata da Giobbe è che, quando si è nel dolore, bisogna avviarsi sulla strada della fede personale cercando un incontro diretto con Dio, senza affidarsi a spiegazioni secondarie. L’uomo, dalla sua esperienza, impara a purificare la sua immagine di Cristo, riconoscendone la presenza discreta ma reale nelle pieghe dell’esistenza, anche in quelle più oscure. Il libro di Giobbe è un’opera su Dio, sul suo mistero, sulla sua conoscenza e sulla sua sapienza. L’anonimo redattore del testo (forse un israelita erudito cosmopolita) ha ambientato la storia fuori da Israele, nell’Edom meridionale o nell’Arabia settentrionale, alludendo anche a luoghi distanti come Mesopotamia ed Egitto. Conosce la vicenda del re babilonese Nabonide, che risiede nell’oasi di Tema fra il 550 e il 540 a.C., parla l’aramaico ma sceglie l’ebraico come lingua letteraria. I destinatari dell’opera sono, forse, gli esuli tornati da Babilonia, che si interrogano sul senso della catastrofe e della giustizia di Dio, o un gruppo di discepoli della diaspora, che l’autore istruisce mostrando i limiti della dottrina tradizionale. Tratti tipici esilici e postesilici del libro di Giobbe sono la figura di Satan, la problematizzazione della classica dottrina della retribuzione e la vicinanza poetica al Qohelet, ad alcuni passaggi dei Proverbi e a Geremia. Come ipotesi più probabile, il libro fu redatto verso la fine del IV secolo o la prima metà del V secolo. Un dato ovvio è il monoteismo, assoluto già nel prologo, che è proclamato con grande vigore dal Deutero-Isaia (Is 45, 5-7). Il libro di Giobbe ha dei precursori molto importanti, che hanno trattato il tema della sofferenza umana. Le opere egizie Disputa di un disperato con la sua anima e le Lamentazioni del contadino eloquente introducono il tema del senso della vita. Più vicini risultano ancora il Giobbe sumerico o babilonese di opere come Un uomo e il suo dio o Loderò il Signore della sapienza, che hanno uno schema di lamentazione simile a quello di Giobbe. I generi presenti nel libro spaziano dalla tragedia all’epopea, dal dibattito giudiziale o forense alla lamentazione drammatizzata.