Cultura
Reperti magnogreci in Calabria
Coinvolti nella ricerca il Nucleo TPC di Cosenza e l’Unical
Le coste calabresi possiedono uno dei patrimoni sommersi più importanti del Mediterraneo. Lo conferma il ritrovamento di una nave mercantile del V-IV secolo a.C., adagiata sui fondali marini di Monasterace (Reggio Calabria), nell’area dell’antica Kaulon fondata dagli Achei. All’VIII Convegno Nazionale di Archeologia Subacquea, tenutosi lo scorso 29 maggio, presso il Parco Archeologico dei Campi Flegrei, è stata presentata questa meravigliosa scoperta, fatta nel 2023 durante i lavori di fattibilità per la creazione di un impianto eolico offshore. Un team di esperti, costituito da archeologi marini, geologi, fisici, chimici e biologi marini, ha confermato la presenza, all’interno dell’antico relitto, di oltre trecento anfore suddivise in due distinte raccolte, distanti una decina di metri l’una dall’altra, e legate, con molta probabilità, allo svolgimento di attività di pesca a strascico. Gli studiosi si sono avvalsi di tecnologie avanzate di prospezione e caratterizzazione morfologica dei fondali, per giungere all’identificazione del mercantile e del suo carico. Dopo le indagine preventive, hanno stilato la relazione tecnica, trasmessa poi alla Soprintendenza Abap per la Città Metropolita di Reggio Calabria e la provincia di Vibo Valentia, che ha attivato le procedure di tutela, previste nell’ambito di un nuovo progetto denominato “Patrimonio culturale subacqueo su alto fondale. Tutela-recupero-conservazione e valorizzazione”. Il progetto, finanziato dal Mic e coordinato dal Rup, l’architetta Roberta Filocamo, coinvolge vari esperti tra cui Mauro la Russa, direttore del Dipartimento di Biologia, Ecologia e Scienze della Terra all’Unical, ed enti pubblici come il Nucleo Carabinieri subacquei-Messina e i Carabinieri Nucleo TCP di Cosenza. I lavori in corso prevedono l’impiego di tecniche di mappatura digitale del fondale e di rilievo fotogrammetrico, che consentono di determinare la forma, la dimensione e la posizione degli oggetti e del sito, tramite l’analisi di immagini fotografiche multiple. I dati ottenuti vengono poi elaborati, generando modelli 3D molto accurati. Per via della struttura particolare dell’imbarcazione, e per evitare rischi di futuri danneggiamenti, il team di lavoro punta al recupero totale del carico da destinare alla fruizione pubblica. Il progetto prevede, inoltre, la realizzazione di protocolli di restauro idonei. Questa scoperta riveste una certa importanza, perché permette di capire come erano sviluppate le rotte commerciali e come si estendevano i traffici marittimi, nel Mediterraneo antico. Le città magnogreche erano economicamente molto avanzate: Kaulon, Locri e Rhegion controllavano i traffici verso la Sicilia e l’Adriatico. A causa di tempeste o incendi le navi potevano affondare, ma i carichi restavano sigillati grazie ai sedimenti marini, e protetti dall’ossigeno e dalle attività umane. In particolare, lo studio delle anfore potrebbe aprire un capitolo avvincente sulla produzione e diffusione dei vini della costa ionica della Magna Grecia, oltre a offrire informazioni utili sui centri produttivi nei quali venivano fabbricate, per via della loro somiglianza con esemplari elaborati nei centri della Magna Grecia e in Sicilia. Le anfore di terracotta, con la forma allungata, erano contenitori di vino, olio, conserve alimentari, ceramiche e metalli. Erano adeguate al commercio marittimo e venivano impilate nelle stive della navi, grazie alle punte inferiori per l’incastro. I vascelli che le trasportavano attraversavano la fascia costiera, in direzione della Sicilia, della Grecia, dell’Asia Minore e dell’Italia del Sud. I ricercatori stanno analizzando, con apposite procedure archeometriche, i vari recipienti, i materiali di cui sono composti e gli eventuali residui in essi contenuti, per giungere a comprendere provenienza e destinazione del cargo. Le anfore saranno, una volta raccolte, studiate e immerse in vasche controllate e trattate, con procedure di desalinizzazione e consolidamento, per eliminare la presenza di sali minerali che, col tempo, hanno assorbito e che, all’aria aperta, provocano deterioramenti. Gli archeologi vogliono approfondire l’eventuale conservazione, sotto le anfore, di parti lignee dello scavo che, se debitamente immerse in un ambiente anaerobico senza ossigeno, potrebbero sopravvivere a lungo, offrendo informazioni utili alla comprensione delle tecniche costruttive dei bastimenti. La scoperta dimostra la straordinaria ricchezza culturale conservata nei fondali della Calabria.
