Ernesto Buonaiuti precursore del Concilio

L’attività intellettuale di un profeta modernista appassionato di Gioacchino da Fiore

Il mondo cattolico ricorda quest’anno don Ernesto Buonaiuti a ottant’anni dalla morte. Figura straordinaria e complessa del panorama intellettuale e religioso italiano del ‘900, Buonaiuti portò avanti un dialogo continuo tra fede e modernità, tra autorità religiosa e libertà di coscienza. Compì opere coraggiose in coerenza con la sua integrità morale, pagando a livello personale le scelte fatte. Nato a Roma il 25 giugno 1881, Ernesto si dedicò fin da giovane agli studi teologici e filosofici. Ordinato sacerdote nel 1903, aderì presto al modernismo cattolico, un movimento che cercava di rinnovare la fede cristiana alla luce delle nuove conoscenze scientifiche e filosofiche. Il presbitero era fermamente convinto che la religione dovesse dialogare con la modernità, e che la fede dovesse essere viva e capace di rispondere alla sfide intellettuali e spirituali del suo tempo. Le sue idee, tuttavia, sollevarono tanti dubbi all’interno della Chiesa che, in quel periodo, si preoccupava di preservare la propria dottrina dalle interpretazioni che potevano sembrare troppo innovative, o in conflitto con la tradizione dogmatica. Nel 1907, con l’enciclica “Pascendi Dominici Gregis”, Pio X condannò il modernismo come un pericolo per il credo cattolico. Buonaiuti, animato da sincerità e da un alto valore morale, continuò a sostenere che il rinnovamento era necessario per mantenere la vitalità della Chiesa. Credeva che le sue posizioni potessero contribuire ad un dibattito costruttivo, scardinando vecchi preconcetti e stimolando un’apertura sociale che era ormai inevitabile. Questa visione lo rese un precursore del Concilio Vaticano II ma lo portò, inevitabilmente, ad uno scontro con le autorità ecclesiastiche. Nel 1921 Buonaiuti fu scomunicato, un gesto che rappresentò una separazione dolorosa ma inevitabile, date le divergenze su come intendere e vivere la fede. Il sacerdote romano, tuttavia, mantenne sempre un profondo rispetto per la Santa Sede e per le sue prerogative, continuando a considerarsi un uomo di Dio. La sua coerenza morale si manifestò anche nel rapporto con il regime fascista. Nel 1931, quando il governo mussoliniano impose il giuramento di fedeltà al fascismo a tutti i professori universitari, Buonaiuti fu uno dei pochissimi docenti a rifiutarsi di giurare. Nella lettera di dimissioni, datata 19 novembre 1931, inviata al rettore dell’ateneo romano, scrisse: “a norma delle precise prescrizioni evangeliche (Mt 5, 34) alle quali, allo stato attuale delle mie disposizioni di spirito, intendo attenermi il più possibile aderente, reputo mi sia vietata qualsiasi forma di giuramento”. La sua scelta, basata su principi di libertà e di rettitudine, gli costò la cattedra di “Storia del Cristianesimo” all’Università di Roma. Il religioso pagò un prezzo altissimo per la sua coerenza, ma non tradì mai i suoi ideali di pensiero e di coscienza. Nella lettera indirizzata a Remo Missir, datata 23 dicembre 1931, scrisse: “È amaro il passo e difficile per me il momento. Ma la mia coscienza è tranquilla e la mia anima soddisfatta”. Durante la seconda guerra mondiale, con l’intensificarsi delle persecuzioni contro gli ebrei, Buonaiuti non esitò a mettere in gioco la propria sicurezza per aiutare chi era in pericolo. Durante l’occupazione nazista di Roma ospitò, per diversi mesi in casa propria, nascondendolo, un ragazzo ebreo. Quest’impegno valoroso gli valse, anni dopo, il riconoscimento di “Giusto tra le Nazioni” da parte dello Yad Vashem, il memoriale ufficiale dell’Olocausto in Israele. Caduto il fascismo, quasi tutti i docenti universitari epurati, per non aver giurato fedeltà al regime, furono reintegrati nelle loro posizioni. Buonaiuti, però, non fu mai reimmesso all’insegnamento. Nonostante i suoi meriti accademici e la sua determinazione, le sue passate tensioni con la Chiesa e le sue posizioni moderniste continuarono a pesare su di lui, come un macigno. La sua vicenda resta una questione aperta, che lascia spazio a riflessioni sul difficile rapporto tra fede, autorità e libertà intellettuale nella storia italiana, anche alla luce della nostra contemporaneità. La storia di don Ernesto Buonaiuti è quella di un uomo che ha vissuto, intensamente, il conflitto tra la cieca adesione alle istituzioni religiose e la necessità di agire secondo la propria coscienza. Anche di fronte alle difficoltà e alle ingiustizie, il presbitero non venne meno ai suoi ideali, conducendo la sua vita da intellettuale libero e fedele ai suoi principi morali e spirituali. Buonaiuti morì il 20 aprile 1946 a Roma, ma la sua eredità intellettuale e morale è imperitura. Ernesto Buonaiuti scrisse “Storia del Cristianesimo” (1942-43), suddivisa in tre volumi dedicati, rispettivamente, all’Evo Antico, all’Evo Medio e all’Evo Moderno, e incentrata sull’evoluzione mistica e morale della Cristianesimo e delle sue trasformazioni in un vero e proprio sistema filosofico-teologico, fino a diventare – scrive il presbitero – “l’unica democrazia possibile; perché in nessun’altra forma di vita religiosa, come in nessun’altra visione filosofica della vita, l’aggregato umano, il senso della solidarietà universale, la coscienza dell’unica famiglia del mondo hanno, come nel Cristianesimo, altrettanto rilievo e altrettanto inconsumabile peso”. Importante anche l’autobiografia “Il pellegrino di Roma” (1945), nella quale narra la sua vita e la sua prospettiva della missione del cristianesimo nell’era contemporanea. Non bisogna dimenticare, oltre a “Lo gnosticismo” (1907) e a “Le origini dell’ascetismo cristiano” (1928), il suo studio dal titolo “Gioacchino da Fiore: i tempi, la vita, il messaggio” (1930), in cui il teologo modernista spiega i motivi per cui l’abate calabrese possa essere considerato il precursore di un Cristianesimo dello spirito, svincolato dalla rigida ortodossia, in nome di una libertà che porta con sé l’amore universale per Dio. Per Buonaiuti, il pensatore medievale è stato il più grande profeta dell’Occidente che ha mescolato mistica ed escatologia, anticipando la visione modernista di una Chiesa che va al di là dell’istituzionalismo. Ne ha esaminato la divisione della storia umana nelle tre ere del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, soffermandosi sulla concezione futura di un’epoca, in cui l’umanità non sarà più sottomessa alla legge ma vivrà la sua libertà spirituale, guidata dall’amore puro.