Intelligenza artificiale: Corrado (Cei), “realizzare una tecnologia di prossimità” che “riconsegna alla persona il primato della sua dignità”

“È possibile immaginare e realizzare una tecnologia di prossimità?”. È l’interrogativo posto da Vincenzo Corrado, direttore dell’Ufficio nazionale per le Comunicazioni sociali della Cei, nella newsletter diffusa questa settimana. Nell’enciclica Magnifica Humanitas, ricorda, Papa Leone illustra un percorso: “Non basta che l’IA ci renda più efficienti o connessi, essa deve servire a edificare quella famiglia umana universale, con diritti e doveri condivisi, dove la prossimità digitale diventa occasione reale di incontro e di cura reciproca” (n. 187). Secondo Corrado, “l’impegno sta nel ripensare la tecnologia come artefatto relazionale: non puro strumento di produttività, ma infrastruttura che custodisce i legami. Questo significa progettare piattaforme che favoriscano la memoria e l’ascolto, rendano visibili le persone dietro i dati e traducano la connessione in responsabilità condivisa. Ma richiede anche di mettere in chiaro i vincoli etici di chi costruisce algoritmi, perché l’intelligenza artificiale promuova dignità e giustizia, anziché la logica dell’iper‑competizione o della frammentazione identitaria”. “È a questo livello – prosegue il direttore dell’Ucs Cei – che la responsabilità si traduce in formazione. La prossimità, infatti, prende forma in reti locali di apprendimento, piattaforme partecipative di quartiere, laboratori scolastici che integrano competenze tecniche e prospettive etiche, e in strumenti che privilegiano la lentezza riflessiva contro la dittatura del presente. Così la tecnologia non sostituisce la presenza umana, ma la potenzia: estende la cura, rende più accessibili i servizi e facilita il dialogo intergenerazionale”. “Perché ciò avvenga, servono scelte importanti a livello politico, sociale e culturale”, conclude Corrado: “Solo così l’innovazione diventerà davvero strumento di comunione: una tecnologia che non separa, ma ricuce, che non sfrutta, ma custodisce, e che riconsegna alla persona il primato della sua dignità”.