Ecclesiastico, tra sapienza e legge

Ben Sira richiama l’attenzione sulla fedeltà alla legge giudaica, nonostante il clima di forte inculturazione nel quale il testo sacro viene redatto

L’Ecclesiastico o Siracide è il più lungo dei libri sapienziali dell’Antico Testamento, nonché l’unico ad essere firmato da un autore chiamato Gesù, il figlio di Sira (Sir 50, 27), un giudeo di Gerusalemme che istruisce, con autorità, i suoi discepoli sul tema della sapienza. Scritto in ebraico in epoca postesilica tra il 196 e il 175 a.C., è stato poi tradotto in greco, dopo il 132 a.C., dal nipote di Yehoshua Ben Sira. Di esso esistono anche una versione latina e le traduzioni in lingua copta e siriaca. L’opera fa parte dei libri canonici della tradizione veterotestamentaria, sia per i cattolici che per la maggior parte delle Chiese ortodosse. Girolamo, tuttavia, gli nega un posto tra i “canonici”, relegandolo tra i testi “deutero-canonici”. Per Agostino, invece, tutti i testi della traduzione dei Settanta hanno la stessa autorità. Il Siracide è strutturato in tre sezioni, ognuna delle quali si chiude con un poema: “Inno alla sapienza in chiave femminile (cap 1-24); “Inno di lode al Creatore (cap. 25-43); “Inno descrittivo della ricerca della sapienza da parte di Ben Sira” (cap. 44-51). L’autore affronta sia gli aspetti positivi che negativi dell’esistenza, dall’amicizia alla morte, dall’avarizia al creato, proponendo una serie di sentenze che racchiudono l’esperienza di molti, insieme a benedizioni e a maledizioni che servono per distinguere l’atteggiamento del saggio da quello dello stolto. La presenza delle sentenze avvicina il testo a Giobbe, al Qohelet e, in particolare, ai Proverbi. Gli inni sono funzionali all’esaltazione delle meraviglie della creazione del mondo, i ritornelli e le ripetizioni ricordano al lettore ciò che è giusto, le espressioni positive e gli encomi convincono a praticare la virtù (di cui gli eroi del Pentateuco e i profeti Giobbe e Neemia sono esempi calzanti). Vi sono anche le formule di dissenso (“Non dire”), che avvertono del pericolo che corrono coloro i quali pensano di poter peccare impunemente, le istruzioni che educano gli allievi e le frasi dicotomiche, che suggeriscono che dove c’è il bene c’è anche il male. Sul piano dei contenuti teologici, Ben Sira accetta la visione classica della giustizia divina e ripropone gli argomenti tradizionali: la pazienza di Dio che concede il pentimento ai peccatori, il cambiamento repentino delle cose, la morte come via per decidere il destino, la sofferenza come prova per il carattere, la limitata conoscenza umana, la lode all’Altissimo. Sopra tutti spicca il tema della sapienza che, appartenendo  al mondo divino, è immortale, preesistente e distante dall’uomo. Ben Sira, tuttavia, traccia un legame tra la sapienza e il costume giudaico, sostenendo che la prima è da identificare con la Torah, la legge israelitica che rappresenta l’unica risposta all’invasione ellenica. Allo stesso tempo, la sapienza coincide con il “timor di Dio”, cioè con quell’attitudine di amore, di fiducia e di obbedienza che gli esseri rivolgono al loro Creatore, da cui derivano doni giusti per chi fa il bene e doni cattivi per chi pecca. Ben Sira è convinto che ognuno debba agire in assoluta libertà, pur essendo consapevole dell’esistenza di forze irresistibili che condizionano la libertà. Se esiste l’angoscia come castigo per il peccato, in risposta al problema della giustizia divina, allora ci sono anche la misericordia di Dio, da cui deriva la divina compassione, l’umiltà come attitudine giusta dinnanzi ai misteri della vita, e il dogma della retribuzione che indirizza ad ognuno ciò che merita. Ben Sira mette in guardia contro i tentativi di risolvere tutto con le proprie forze, perché ognuno deve fare quanto gli corrisponde. L’Ecclesiastico è stato influenzato dal processo di trasformazione del giudaismo del III secolo a.C., caratterizzato dall’ellenizzazione e dalla progressiva diffusione della cultura greca nel Vicino Oriente, in seguito alla conquista di Alessandro Magno, generando una tensione tra gli ebrei che volevano aprirsi all’ibridismo culturale e i conservatori. A ciò si aggiunsero il fenomeno diasporico e la proliferazione di una pluralità di interpretazioni religiose. Ben Sira, per alcuni versi, si avvicina di più alle posizioni dei sadducei, sostenendo la tendenza conservatrice secondo cui è bene insistere sull’onore e sulla reputazione, cioè su tutto ciò che sopravvive alla persona quando muore, che a quella dei farisei che parlavano di vita dopo la morte. Il Siracide è, quindi, uno strumento per perseguire la saggezza, come via per essere felici.