Attualità
Se il monito nucleare viene dal mar Giallo
Un messaggio all’Occidente, l’ennesimo che viene lanciato congiuntamente da Mosca e Pechino sulle acque del Mar Giallo. La conclusione, avvenuta ieri, delle manovre “Maritime Interaction 2026”, ha innescato una reazione immediata e coordinata da parte delle principali democrazie asiatiche allineate con Washington. Giappone e Corea del Sud seguono con crescente apprensione la sempre più tangibile solidità dell’asse sino-russo, interpretando le esercitazioni “a fuoco vivo” nel Mar Giallo come una pressione diretta sui propri confini marittimi e sulle rotte commerciali strategiche. Il portavoce del governo giapponese ha espresso profonda preoccupazione per le attività che rischiano di compromettere la stabilità e la sicurezza dell’area pacifica, mentre Seul ha intensificato il monitoraggio radar lungo la linea di demarcazione marittima.
Per rispondere a questa crescente militarizzazione, i Paesi “filo Usa” della regione hanno impresso una netta accelerazione ai propri programmi di difesa bilaterale. Proprio di recente, le marine di Tokyo e Seul hanno ripristinato le esercitazioni congiunte di ricerca e soccorso in mare (Sarex), interrompendo uno stallo operativo che durava da nove anni, e hanno formalizzato nuovi protocolli di cooperazione tecnologica legati all’intelligenza artificiale e alla condivisione dei dati tattici in tempo reale. Sebbene la diplomazia sudcoreana mantenga una postura pragmatica dovuta all’interdipendenza economica con Pechino, il rafforzamento dell’alleanza militare trilaterale con Stati Uniti e Giappone viene ormai considerato un pilastro imprescindibile per garantire la deterrenza nell’Indo-Pacifico.
L’ESCALATION SUBACQUEA “MADE IN CHINA” La tensione regionale ha toccato un picco inedito in concomitanza con l’avvio delle manovre bilaterali, a causa di un evento collaterale ma dal profondo impatto strategico: il lancio, effettuato da un sottomarino nucleare cinese, di un missile balistico a lungo raggio a capacità nucleare che ha attraversato il Pacifico fino a raggiungere le acque internazionali. L’operazione, eseguita utilizzando una testata simulata da addestramento, rappresenta una svolta storica. Si tratta infatti della prima volta che Pechino dimostra pubblicamente in acque aperte la piena maturità della propria capacità di attacco atomico da una piattaforma sommergibilistica, uscendo dai mari interni per proiettare il proprio potenziale di fuoco su scala intercontinentale.
Il ministero della Difesa di Pechino ha liquidato l’operazione definendola “una parte ordinaria del programma annuale di addestramento militare della Cina”, aggiungendo che il lancio “è stato effettuato in conformità con il diritto internazionale e non era diretto contro alcun Paese o obiettivo specifico”. Le cancellerie occidentali e i governi regionali leggono tuttavia l’evento sotto un’altra luce. Analisti militari indipendenti ritengono che il test abbia coinvolto un sommergibile della classe Type 094 equipaggiato con vettori ipersonici o balistici avanzati JL-2 o JL-3. La mossa configura il definitivo completamento della triade nucleare cinese, offrendo a Pechino una capacità di risposta strategica protetta e difficilmente intercettabile, un messaggio inequivocabile rivolto alla leadership del Pentagono.
BERSAGLI NEL DESERTO: LE RIPRODUZIONI IN SCALA REALE DELLA MARINA USA A confermare la spiccata focalizzazione della strategia cinese sul contrasto alle forze aeronavali statunitensi sono giunte le ultime rivelazioni diffuse dalla CNN. Il network televisivo americano ha pubblicato immagini satellitari e documenti video esclusivi che documentano la costruzione di una riproduzione in dimensioni reali di una nave militare statunitense nel cuore del deserto del Taklamakan, nella regione dello Xinjiang. Nello specifico, la struttura replica fedelmente le forme di un cacciatorpediniere lanciamissili della classe Arleigh Burke, l’autentica spina dorsale della presenza navale americana nei mari asiatici.
L’impianto sorge all’interno del poligono di tiro di Ruoqiang ed è dotato di un sofisticato sistema di binari mobili lungo circa sei metri, sul quale la sagoma della nave può essere spostata per simulare le manovre di un bersaglio in movimento in alto mare. Secondo gli analisti della difesa, questo complesso non è un semplice simulacro statico, ma un centro di addestramento avanzato per i sistemi di acquisizione bersaglio dei missili ipersonici e balistici anti-nave in dotazione alle forze missilistiche dell’Esercito Popolare di Liberazione. La scoperta si riallaccia a precedenti storici: già in passato le ricognizioni satellitari avevano individuato nello stesso deserto sagome fisse che riproducevano la pianta delle mastodontiche portaerei americane. L’evoluzione tecnologica verso bersagli mobili e dettagliati conferma l’ossessione tattica di Pechino: neutralizzare la capacità di intervento delle flotte statunitensi in caso di un futuro conflitto nel Pacifico.
Fonte: 9Colonne
