Attualità
L’emergenza caldo si abbatte sull’Europa
“Il clima del ventesimo secolo è ormai scomparso”. Con questa affermazione perentoria il climatologo del Met Office Mike Kendon ha descritto la metamorfosi meteorologica che sta ridisegnando le mappe climatiche europee. Non si tratta più di fluttuazioni stagionali o di anomalie estemporanee, bensì di un cambiamento strutturale e irreversibile su scala globale, dove l’intensità e la persistenza degli eventi estremi si impongono come il nuovo e drammatico paradigma della normalità. L’emergenza che sta investendo l’intero emisfero settentrionale, dalle coste degli Stati Uniti alle pianure del vecchio continente, trova nei dati scientifici e nei territori feriti dai roghi una corrispondenza drammatica e tangibile.
I risultati dell’ultimo rapporto dell’istituto meteorologico britannico evidenziano che la nazione è entrata in un contesto climatico radicalmente differente da quello del passato. Secondo Kendon, che ha curato lo studio, “quello che consideriamo un clima ‘normale’ – compresi i periodi più caldi e più freddi che di solito ci si può aspettare durante un anno – è cambiato profondamente rispetto a quello che era per la maggior parte del XX secolo”. Le cifre relative allo scorso anno confermano la traiettoria di riscaldamento accelerato: il 2025 è stato classificato come l’anno più caldo mai registrato nel territorio britannico, con una temperatura media di 10,1 °C e un soleggiamento senza precedenti dal 1910.
La transizione climatica non si manifesta soltanto nelle medie annuali, ma si esprime con violenza nei picchi stagionali e negli ecosistemi acquatici. Nel documento si sottolinea come “la primavera e l’estate del 2025, messe insieme, hanno registrato un’anomalia media della temperatura massima di +2,1 °C”, rappresentando il valore più elevato dall’inizio delle misurazioni storiche. Parallelamente, “l’insolazione ha rappresentato il 125% della media del periodo 1991-2020”, un dato che giustifica lo stress idrico ed ecologico subito dalle campagne d’oltremanica. Persino le acque costiere sono state investite da questa fiammata termica: i mari britannici hanno registrato ben 297 giorni di ondata di calore marino nel corso del 2025, definita dai ricercatori come una persistenza “più di qualsiasi altro anno dal 1982”, eclissando ampiamente il record anteriore di 178 giorni stabilito nel 2023.
LA VULNERABILITÀ DELLE INFRASTRUTTURE E L’ADEGUAMENTO INDUSTRIALE. La vulnerabilità dei sistemi antropici di fronte a questo innalzamento termico – quantificato in un incremento costante di circa 0,25 °C per decennio a partire dagli anni Ottanta – sta spingendo colossi economici e trasportistici a riprogettare le proprie infrastrutture. Le metropoli non sono più isole di moderazione: a Londra, ad esempio, la frequenza delle giornate con massime superiori ai 30 °C e delle notti con temperature minime superiori ai 18 °C è quadruplicata se confrontata con il trentennio 1961-1990.
L’esperto del Met Office ha chiarito lo scenario parlando alla stampa: “Gran parte delle infrastrutture, delle abitazioni, dell’agricoltura e dei sistemi sanitari britannici sono stati progettati per un clima che non trova più riscontro nelle osservazioni attuali”. Per far fronte a picchi di calore che minacciano la tenuta dei servizi pubblici essenziali, catene di distribuzione come Marks & Spencer hanno recentemente deliberato investimenti massicci per dotarsi di impianti in grado di resistere a temperature limite fino a 45 °C. Parallelamente, la società ferroviaria Eurostar ha modificato i requisiti tecnologici per i nuovi treni ad alta velocità, imponendo che i sistemi di climatizzazione continuino a funzionare regolarmente anche in presenza di temperature esterne eccezionali, innalzando la soglia di tolleranza dai 45 °C originari a ben 55 °C.
LA TRAGEDIA ANDALUSA E LE FIAMME ALLE PORTE DI PARIGI. Mentre il nord del continente ridefinisce i propri confini industriali e civili, l’Europa meridionale e mediterranea si trova a combattere sul fronte fisico della devastazione. L’Andalusia, nel sud della Spagna, sta faticosamente uscendo da una delle peggiori emergenze degli ultimi decenni. Il devastante incendio sviluppatosi nel territorio di Los Gallardos, nella provincia di Almería, ha assunto i contorni di un dramma umanitario ed ecologico. Il bilancio ufficiale delle vittime è salito a tredici persone decedute, per la quasi totalità cittadini stranieri sorpresi dalla furia del fuoco durante i tentativi di evacuazione nei pressi della località di Bédar. Tra le vittime accertate figurano sette cittadini britannici, tre belgi, un cittadino francese e uno statunitense, oltre a un residente di nazione spagnola.
Il presidente della Junta de Andalucía Juan Manuel Moreno Bonilla, nel ripercorrere le fasi più acute di quella che ha definito “una tragedia colossale”, ha voluto sottolineare le difficoltà inedite incontrate dalle squadre di soccorso. Moreno Bonilla ha spiegato che si è trattato di “un incendio complicato che si è esteso come la polvere da sparo”, alimentato da un vento che soffiava a oltre cinquanta chilometri orari su un territorio reso estremamente vulnerabile da settimane di siccità e temperature torride.
Il capo dell’amministrazione regionale andalusa ha inoltre chiarito la dinamica ambientale del disastro: “Sapevamo che questa estate sarebbe stata una delle più difficili e lo sarà, a causa delle intense piogge che abbiamo avuto in inverno, che hanno favorito in primavera la crescita di una fitta boscaglia, che con le ondate di calore si è progressivamente seccata trasformandosi nel combustibile perfetto per gli incendi”. Questa combinazione esplosiva di vegetazione spontanea e calore eccezionale è stata descritta da Moreno Bonilla come “una bomba a orologeria”. Ieri, le autorità locali andaluse hanno confermato che l’incendio di Los Gallardos, dopo aver divorato oltre settemila ettari di bosco, è stato dichiarato “tecnicamente controllato”, consentendo il rientro graduale nelle proprie abitazioni di circa 1.400 sfollati e la parziale normalizzazione dell’area colpita.
Allo stesso modo, la minaccia del fuoco ha risalito la mappa del continente fino a minacciare territori storicamente considerati protetti da simili fenomeni. In Francia, la secolare foresta di Fontainebleau, situata a poche decine di chilometri a sudest di Parigi, è stata aggredita da fiamme di eccezionale violenza che hanno bruciato circa ottocento ettari di bosco. L’emergenza ha imposto la parziale evacuazione del centro abitato di Vaudoue, oltre a gravi interruzioni sulla rete ferroviaria regionale e sull’arteria autostradale A6, asse di collegamento strategico tra il nord e il sud del paese. Il portavoce della Federazione nazionale dei vigili del fuoco francesi Eric Brocardi ha evidenziato la gravità dell’evento, sottolineando come per la prima volta nella storia recente si sia reso necessario dislocare e inviare aerei antincendio dalle regioni meridionali verso la periferia parigina per domare focolai giudicati “estremamente virulenti” e di portata eccezionale.
L’ITALIA NELLA MORSA DELLA TERZA ONDATA DI CALORE. In questo contesto di spiccata instabilità climatica si inserisce l’evoluzione meteorologica sul territorio italiano, che proprio oggi entra nella fase culminante e più opprimente della sua terza ondata di calore dall’inizio della stagione estiva. L’anticiclone di matrice subtropicale sahariana ha esteso la propria influenza su gran parte della penisola, convogliando imponenti masse d’aria torrida associate a un denso carico di pulviscolo desertico in sospensione. I bollettini del Ministero della Salute, istituiti per valutare l’impatto bioclimatico sulla popolazione, hanno emesso per la giornata di oggi il livello massimo di allerta termica – contraddistinto dal bollino rosso – per sette importanti città del paese: Roma, Torino, Firenze, Bologna, Brescia, Frosinone e Perugia. In questi centri urbani le temperature massime percepite si attesteranno diffusamente su valori vicini ai 39-40 °C, in un contesto di elevata umidità relativa che rende l’aria pesante e di difficile respirabilità.
La peculiarità di questa specifica ondata risiede tuttavia nell’estrema asfissia notturna e nell’intensità attesa per i prossimi giorni. La densa cappa di sabbia proveniente dal deserto del Sahara funge da vero e proprio schermo termico che, agendo come una serra solida durante le ore notturne, impedisce la dispersione verso lo spazio esterno della radiazione infrarossa emessa dal suolo. Questo meccanismo darà origine a quelle che i meteorologi definiscono “notti super tropicali”, caratterizzate da minime termiche che difficilmente scenderanno sotto la soglia dei 25-26 °C nei grandi agglomerati urbani.
Le proiezioni modellistiche indicano che la fiammata d’aria bollente registrerà la sua massima intensità tra domani e dopodomani, quando le regioni meridionali e le due isole maggiori saranno investite dai flussi termici più profondi. In Sardegna, in particolare, le zone interne della provincia di Oristano e del Campidano rischiano di registrare temperature reali comprese tra i 42 °C e i 44 °C, mentre al settentrione cominceranno a manifestarsi i primi segnali di un cedimento della struttura anticiclonica. L’arrivo di temporali d’estrema violenza si sposterà dalle aree alpine verso la pianura padana a partire dal fine settimana, determinando un temporaneo e localizzato calo delle temperature ma lasciando il centro-sud sotto una persistente cupola di calore eccezionale.
Fonte: 9Colonne
