Usa – Iran, cronaca di una guerra infranta

“Mille missili sono pronti e puntati contro la Repubblica islamica dell’Iran”. Con questa durissima dichiarazione, pronunciata venerdì dal presidente americano Donald Trump, l’inquilino della Casa Bianca ha tracciato (per l’ennesima volta) una linea rossa invalicabile, minacciando di “decimare e distruggere” il Paese qualora il regime di Teheran tentasse di attuare piani per assassinarlo. L’avvertimento del tycoon (che si chiude con “sia lodato Allah”) ha segnato il preludio a una drammatica sequenza di scontri aperti che, nel giro di poche ore, ha fatto definitivamente fallire la tregua diplomatica concordata faticosamente a metà giugno nell’ambito del memorandum d’intesa firmato dallo stesso leader statunitense e dal suo omologo iraniano.

La tensione, accumulatasi dopo le minacce di venerdì, è esplosa in aperta ostilità sabato, quando gli Stati Uniti hanno colpito l’Iran con una massiccia ondata di attacchi. Nella stessa giornata, la Guida suprema iraniana ha risposto pubblicamente promettendo vendetta per la morte del padre, esacerbando ulteriormente il clima di scontro ideologico e militare. Da quel momento, le diplomazie hanno ceduto il passo alle armi, malgrado un disperato tentativo di mediazione: proprio sabato mattina, infatti, una delegazione iraniana si era recata in Oman per proseguire i negoziati tramite intermediari nel tentativo di salvare il salvabile, un’iniziativa che tuttavia non ha frenato il successivo e violento scambio di colpi.

I NUOVI RAID STATUNITENSI E IL CONTROLLO DELLO STRETTO. Per il secondo giorno consecutivo, l’esercito statunitense ha annunciato ieri di aver portato a segno una nuova e intensa serie di attacchi contro “decine di obiettivi” in territorio iraniano. La presidenza e i vertici del Pentagono si sono dichiarati pronti a “garantire la libertà di navigazione” nello Stretto di Hormuz, l’arteria vitale per il transito petrolifero globale. Secondo quanto comunicato ufficialmente su X dal Comando Centrale degli Stati Uniti per il Medio Oriente (Centcom), le forze statunitensi “hanno preso di mira i sistemi di difesa aerea iraniani, i radar costieri, le capacità missilistiche e dei droni, nonché le piccole imbarcazioni”. L’azione di ieri delinea una precisa strategia militare volta a neutralizzare la capacità di interdizione costiera di Teheran, riducendo al minimo i rischi per le unità navali occidentali.

Sempre ieri, la contrapposizione si è spostata sul piano del monitoraggio strategico e delle rivendicazioni incrociate. Gli Stati Uniti e l’Iran si sono scambiati affermazioni radicalmente opposte sulla reale presenza di traffico marittimo nello Stretto di Hormuz. Poco dopo che il Comando Centrale aveva affermato che l’Iran “non controlla lo Stretto di Hormuz” e che la via navigabile strategica doveva considerarsi aperta alla navigazione internazionale, è giunta la categorica smentita di Teheran. Sempre tramite l’onnipresente X, le autorità iraniane hanno dichiarato che il passaggio attraverso il braccio di mare è “attualmente non è possibile”.

Il messaggio restrittivo è stato diramato formalmente dall’Autorità dello Stretto del Golfo Persico (PGSA), un’agenzia governativa istituita da Teheran lo scorso maggio con l’obiettivo esplicito di imporre un controllo burocratico e militare sui transiti, richiedendo a tutte le navi di presentare una formale richiesta preventiva per poter attraversare le acque dello stretto. Nel tentativo di legittimare tale blocco amministrativo, i funzionari della PGSA hanno affermato: “Non appena la situazione sarà stabilizzata e la calma sarà ristabilita, tutte le richieste saranno esaminate secondo il calendario previsto e verranno rilasciati i permessi necessari”.

BASI USA NEL MIRINO. La replica militare di Teheran non si è fatta attendere ed è culminata nelle prime ore di oggi. Secondo quanto riportato stamane dall’agenzia di stampa ufficiale IRNA, il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche ha rivendicato oggi una serie di attacchi coordinati contro diverse basi strategiche statunitensi dislocate in Giordania, Bahrein e Kuwait. Attraverso una serie di comunicati ufficiali, l’esercito ideologico di Teheran ha confermato il lancio di proiettili d’artiglieria e vettori contro la base aerea Prince Hassan in Giordania, contro il centro di comando dei droni statunitensi in Bahrein, e contro le installazioni militari di Ali Al-Salem e Ahmad Al-Jaber in Kuwait.

Siamo insomma nuovamente di fronte alla prospettiva della temuta estensione del conflitto, resa evidente dall’intensificarsi degli attacchi di Teheran contro i Paesi vicini del Golfo – attacchi che vedono il coinvolgimento non solo Bahrein e Kuwait, ma che lambiscono indirettamente anche Qatar, Giordania e Oman – come ritorsione immediata ai bombardamenti subiti a partire da sabato. L’inclusione dell’Oman in questa complessa dinamica geopolitica appare particolarmente significativa: la nazione araba, situata sull’altra sponda dello stretto e storicamente nota per il suo ruolo di mediatore neutrale, è stata formalmente sollecitata da Teheran a partecipare alla gestione diretta del traffico marittimo, una mossa politica volta a scardinare la sorveglianza occidentale sulla navigazione.

Nel frattempo, la scia di distruzione all’interno dei confini iraniani registra vittime sul piano civile e infrastrutturale. Questa mattina, un raid aereo statunitense ha colpito la città di Mahshahr, situata nella provincia del Khuzestan, nel sud-ovest dell’Iran. Valiullah Hayati, vice governatore della provincia con delega alla sicurezza, ha confermato il bilancio all’agenzia di stampa statale IRNA: “A seguito dell’attacco sferrato lunedì mattina dal nemico americano contro la stazione di pompaggio dell’acqua per l’agricoltura nella città di Mahshahr , una persona è rimasta uccisa e altre quattro ferite”.

Questo episodio si aggiunge ai dettagli emersi circa le operazioni di ieri, quando l’IRNA, citando direttamente il governatore dell’isola di Qeshm – la più grande isola del Golfo Persico, situata in prossimità dello stretto e abitata da circa 150.000 persone –, ha riferito il lancio di una dozzina di proiettili contro obiettivi militari locali, un attacco che non ha causato vittime. Su questo specifico episodio, non si è registrato alcun commento militare immediato da parte del Pentagono.

Fonte: 9Colonne