Don Bonifacio martire delle foibe

Continuano le ricerche del cadavere di don Francesco, brutalmente assassinato in odium fidei

Sono trascorsi ottant’anni dalla morte di don Francesco Bonifacio, cappellano trentaquattrenne di Villa Gardossi-Crassiza, in Istria, assassinato in odium fidei, oggi venerato come beato e martire dalla Chiesa cattolica. È stato un luminoso esempio di presenza, di coraggio e di fedeltà al Vangelo di Cristo, un autentico uomo di pace che ha lavorato per l’unità dei cristiani. Francesco Bonifacio nacque a Pirano, in Slovenia, il 7 settembre 1912. La sua famiglia numerosa, semplice e povera visse in sereno abbandono al Signore. Durante le vacanze estive, Francesco frequentava l’oratorio “Domenico Savio” e il circolo “San Giorgio”, prima come aspirante poi come membro effettivo dell’Azione cattolica. La confessione settimanale e la comunione quotidiana ritmavano la sua vita, traghettandolo un po’ alla volta verso la meta dell’ordinazione sacerdotale. Incoraggiato dal parroco, entrò nel seminario inter-diocesano minore di Capodistria nel 1924. Il suo percorso da seminarista fu segnato da obbedienze superiori: rispetto, disponibilità ad aiutare tutti, apertura all’amicizia. Ordinato presbitero, venne trasferito a Cittanova d’Istria dove rimase due anni, svolgendo il suo impegno pastorale nell’insegnamento del catechismo, nel contatto con i giovani dell’Azione cattolica giovanile, con attività filodrammatiche e ricreative, e nel rapporto con la gente comune e i poveri. Il 1° luglio del 1939 fu nominato cappellano di Villa Gardossi (nota anche come “Crassizza”), costituita da tante piccole frazioni e casolari sparsi su un territorio collinare, tra Buie e Grisignana. La sua missione si estese, sistematicamente, a tutta la realtà parrocchiale. A piedi, o talvolta in bicicletta, ogni pomeriggio don Francesco raggiungeva le località più lontane e i casolari più remoti. Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, la popolazione dell’Istria, stretta tra gli occupanti tedeschi e il fronte titino di liberazione, visse momenti di grossa difficoltà. Don Bonifacio si prodigò per soccorrere tutti, impedendo esecuzioni sommarie e difendendo persone e cose. Negli anni dell’amministrazione jugoslava, la propaganda antireligiosa comunista si radicò a tutti i livelli. Il culmine venne raggiunto con l’aggressione a Capodistria del vescovo, mons. Antonio Santin, e con l’uccisione di don Miroslav Bulešić nel 1947. Il servizio pastorale di don Bonifacio fu fortemente limitato, ma il presbitero riuscì a polarizzare attorno a sé tutta la popolazione, soprattutto i giovani. Era un sacerdote scomodo e, per questo motivo, doveva essere eliminato. L’11 settembre 1946, dopo essersi recato a Grisignana per la confessione, stava tornando a casa e, lungo la strada, come confermato da parecchi testimoni, fu avvicinato e fermato dai soldati jugoslavi di Tito, che lo uccisero in odio alla fede, prima di dileguarsi nel bosco. I fatti su cui tutti concordano, e su cui sembra essere stata fatta chiarezza, raccontano che don Bonifacio fu spogliato e deriso, preso a pugni e a calci in faccia, lapidato, barbaramente massacrato con due coltellate alla gola, quindi gettato in una foiba per non essere mai più ritrovato, facendo la medesima fine di tante vittime del regime comunista, negli anni dell’invasione della Venezia-Giulia, a partire dalla primavera del 1945. Riconosciuto martire in odio alla fede, don Bonifacio è stato beatificato il 4 ottobre 2008. È un valido esempio per le nuove generazioni, in quanto le sue azioni sono state tutte indirizzate al bene e alla cura della formazione cristiana dei giovani, oltre che alla difesa di italiani e slavi. Ha incarnato gli ideali di preghiera, di azione e di sacrificio, tanto osteggiati dai comunisti atei. Una figura carismatica e umile, capace di ascoltare tutti e di arrivare a tutti, pastore esemplare con una fede limpida e coraggiosa che merita di essere completamente strappato da un oblio, durato decenni e nutrito da un’indifferenza da parte delle autorità civili e da alcune frange ecclesiastiche. L’omicidio di don Bonifacio è un “cold case” ancora irrisolto, su cui la Procura della Repubblica croata di Pola e la Polizia scientifica di Zagabria stanno indagando, sfruttando le moderne tecnologie investigative. Lo scopo è ritrovare i resti del cadavere per dargli una degna sepoltura, dopo le tante ricerche fatte dal fratello Giovanni e da mons. Giuseppe Rocco, già parroco di Grisignana e ultima persona che vide in vita il religioso. Il ricercatore Mario Ravalico ha pubblicato il libro Francesco Bonifacio. Vita e martirio di un uomo di Dio (Edizioni Ares), riaccendendo i riflettori su una pagina buia della storia del Novecento, oltrepassando il muro del silenzio e spingendo in avanti le investigazioni, per identificare una vittima santa di un regime sanguinario.

La ‘ndrangheta è l’antivangelo. Uomini di Chiesa contro il Male

Tanti sacerdoti e vescovi calabresi si sono opposti alla corruzione e alla malavita, con la forza della loro fede. Mons. Antonio Lanza, arcivescovo di Reggio Calabria, nato a Castiglione Cosentino nel 1905, appellandosi alla dottrina sociale della Chiesa, denunciò, nella “Lettera collettiva dell’episcopato dell’Italia Meridionale”, i problemi sociali e religiosi del Mezzogiorno, le distorsioni delle pratiche di culto, le cattive condizioni dei lavoratori e la persistenza del latifondo. Lanza sottrasse alla “mafia dei pescatori” il dominio del trasporto del quadro della Madonna dell’Eremo, nella città dello Stretto. Don Fortunato Provazza, parroco di Cannavò, nel Reggino, sfidò l’omertà dell’epoca testimoniando in tribunale contro il boss mafioso della zona, autore di un omicidio. Don Italo Calabrò, uomo di chiesa e di strada vicino ai poveri e ai più fragili, antesignano nella lotta contro la mafia a Reggio Calabria, ha aiutato donne e minori ad allontanarsi dai contesti malavitosi, con l’appoggio di “Libera”. È stato tra gli artefici della promozione dell’obiezione di coscienza, ha accolto chi aveva problemi psichiatrici, dopo la chiusura dei manicomi, e ha organizzato, nel violento clima degli anni ottanta, i piani di fuga dei ragazzi che venivano allontanati dalle proprie famiglie e nascosti. Don Antonio Polimeni e don Giorgio Fallara furono uccisi a colpi di fucile nel 1860 a Ortì (Reggio Calabria), perché si ribellarono alla ‘ndrangheta calabrese. Don Polimeni si oppose all’estorsione di soldi da parte del ventenne, Domenico Chirico, per il pagamento di una tassa sulla contribuzione fondiaria, venendo così minacciato e ucciso. Don Fallara, consapevole dell’intimidazione ricevuta dal confratello, scrisse al vescovo dell’epoca informandolo di quanto accaduto. Anche a lui toccò la medesima triste sorte.