Il volto ferito dell’infanzia dentro l’inferno di Gaza

Educare lo sguardo ad osservare la realtà di guerra per capire le emozioni e i sentimenti dei bambini

Si chiama “How kids Roll” la mostra immersiva dedicata alla quotidianità dei bambini che vivono a Gaza, inaugurata a Palazzo Merulana a Roma il 14 maggio, e visitabile fino al 28 giugno. Nasce dal lavoro fotografico di Melissa McClaren, realizzato durante la fase di produzione del film “I bambini di Gaza. Sulle onde della libertà” (2024) del regista Loris Lai, curatore del percorso espositivo insieme a Joseph Lefevre. Prodotta da B-Roll Production e Ramon Pictures, patrocinata dal Dicastero per la Comunicazione e dal Dicastero per la Cultura e l’Educazione, con la partnership di Vatican News e di Radio Vaticana, la rassegna intreccia fotografia, poesia e opere filmiche per narrare la dura realtà, i rapporti reciproci e i sogni dei più piccoli, ma anche le loro emozioni represse, la loro interiorità, il lavaggio di cervello che Hamas opera su di loro e tutto ciò che devono nascondere, per affrontare il caos che li circonda. Il racconto viene fatto proprio attraverso lo sguardo dei bambini, costretti ad ascoltare, giornalmente, il suono delle sirene di guerra, a fare i conti, perennemente, con il rischio di morire e a non mostrare debolezza. La mostra mantiene un certo distacco senza addentrarsi nelle vicissitudini più bieche di una guerra insensata, né punta il dito contro i presunti responsabili. È costruita sotto forma di un corridoio visivo, debitamente illuminato da sei lightbox. Alle pareti spiccano le immagini di diverso formato, che suggeriscono raccoglimento e intimità, mescolando esperienza personale e collettiva. Ci sono poi le poesie scritte dai bambini di Gaza dal 07 ottobre, che ampliano il significato visivo delle foto e comunicano memoria, paura e desiderio di rinascita. Il sonoro, curato da Maurizio Cascella, gioca pure un ruolo decisivo creando una polifonia, grazie alle scene oniriche tratte dal film del 2024 e proiettate su quattro schermi, dando così spessore alle paure, all’immaginazione, alle aspirazioni e alle fragilità dei piccoli. Per conferire una maggiore dose emotiva all’iniziativa, sono state installate nell’ambiente anche le opere pittoriche di Simone Legno (detto “Tokidoki”), che si è ispirato alla pellicola, insieme ad alcuni video nei quali si vede l’artista nell’atto di lavorare alle sue creazioni. Al pubblico viene richiesto un certo coinvolgimento emotivo e una presa di coscienza precisa di quanto avviene in Medioriente, nel momento in cui osserva l’esistenza dei bimbi che, con un’innocenza incredibile, testimoniano le loro storie, “accettano”, da vittime, una realtà che non potrebbe essere altrimenti, non conoscendone altre, e chiedono di essere ascoltati e compresi. Ciò che emerge, con forza, non è la furia della guerra ma la capacità dei fanciulli di continuare a vivere, in un contesto estremamente fragile e anormale. I mezzi culturali impiegati (foto, parole, video) esprimono sofferenza ma anche grande speranza, perché l’arte serve per dar voce ai bambini, che vogliono crescere e avere un futuro. L’intento dell’iniziativa è quello di restituire alle piccole generazione un barlume di dignità e di rispetto, lanciando un messaggio universale di pace e di ricerca di umanità. La mostra ha ricevuto anche l’appoggio di Unicef e di Save the Children, che lavorano in tutti i luoghi interessati da guerre, nella consapevolezza che “ogni guerra è una guerra contro i bambini”.