Attualità
Da Lampedusa la testimonianza di suor Angela Cimino: la missione che non si ferma!
In mezzo ai migranti e ai lampedusani lo scorso 4 luglio al Molo di Favarolo di Lampedusa c’era anche suor Angela Cimino (in foto la prima a sinistra), una suora dorotea originaria di San Giovanni in Fiore (CS), arrivata sull’isola nel 2023 per una missione di accoglienza insieme ad altre consacrate in una comunità intercongregazionale dell’Unione Internazionale Superiore Generali (UISG). Da settembre scorso suor Angela vive in una nuova comunità a Porto Empedocle, sempre per dare accoglienza ai migranti. All’indomani della visita di Papa Leone a Lampedusa l’abbiamo raggiunta telefonicamente per farci raccontare le sue emozioni. “La gioia di vedere il Papa è stato sicuramente emozionante ma ancor più bello è stato vederlo lì a Lampedusa, nei luoghi di maggiore sofferenza: il cimitero dei migranti senza nome, da solo alla Porta d’Europa e al Molo Favarolo dove ho avuto il dono di salutarlo e di ringraziarlo per questa sua visita” ha detto suor Angela. Per la religiosa di origini calabresi i due anni vissuti a Lampedusa sono stati anni carichi e intensi di gioie e di sofferenze ma quasi al termine della sua missione incontrare il Pontefice nel cuore del Mediterraneo è stato un grande dono non solo per la sua presenza fisica ma in particolare per aver portato in quel lembo di terra, spesso dimenticato se non per le tragedie in mare, “un messaggio chiaro di amore e di speranza, con l’invito ad invertire la rota della globalizzazione in quella dell’accoglienza e dell’incontro”. “Abbiamo coronato l’esperienza di questa nostra missione al Molo con questa visita speciale, un sigillo importante che ci dice che questo impegno deve continuare – aggiunge suor Angela-. Gli eventi dolorosi sono stati tanti in questi due anni a Lampedusa, se i miei occhi potessero scrivere quanto visto, toccato e ascoltato, sarebbe impressionante, non le potrò mai dimenticare”. E a proposito di eventi ce ne sono stati anche molto belli, come l’arrivo di neonati appena nati e in vita nonostante i drammatici rischi che comportano gli sbarchi. “Vedere questi pargoletti, così piccoli, in braccio alle loro mamme, ci riempivano il cuore perché dove c’è vita c’è speranza” ha sottolineato la suora dorotea. “La nostra presenza in questi luoghi è importante e necessaria, anche se la missione sta per terminare continuerà con la presenza di altre religiose, perché quando andiamo al Molo il nostro atteggiamento è quello di avvicinarci a questi fratelli e a queste sorelle provati in nome di Dio; le nostre mani, i nostri occhi sono quelli di Dio, oltre all’amore umano c’è l’amore divino da veicolare” sottolinea la religiosa. “Anche quando arrivano corpi senza vita, come è capitato di recente a Porto Empedocle, ci siamo ritrovate dinanzi a dieci salme senza parenti, con scritto cadavere 1, cadavere 2, cadavere 3…, senza nome, questo ti strazia il cuore. Ma noi non li lasciamo soli, in queste occasioni ci riuniamo al Porto e facciamo una preghiera comunitaria, ognuno con il proprio rito, ma uniti” ha aggiunto suor Cimino. Dalla testimonianza della religiosa si è colta la gioia di questa esperienza per certi tratti molto forte e dolorosa, in mezzo al popolo lampedusano, fatta di tante belle storie di umanità che suor Angela non vuole assolutamente dimenticare. “Lascio Lampedusa con sofferenza, se potessi scegliere rimarrei ancora, ma vado via con una ricchezza che non so spiegare. Di Lampedusa in questi anni ne ho ammirato sicuramente le bellezze ma soprattutto le bellezze umane attraverso anche le tante storie di pescatori che davano la vita pur di salvare vite”. Una missione, come definisce suor Angela Cimino, “straordinaria ricevuta da Dio per grazia e per dono”. Un dono anche il rientro da Lampedusa a Porto Empedocle quello del 4 luglio sulla stessa nave dove viaggiavano 50 migranti che nella mattinata avevano salutato Papa Leone XIV. Nove ore di viaggio, in cui i pensieri di suor Angela non potevano che essere rivolti a quanti attraversano il mare in questi viaggi della speranza molto pericolosi, senza tranquillità e comodità, con a volte il prezzo della vita. “In questa occasione ho chiesto ai poliziotti di poter andare nell’ambiente dove questi fratelli erano ospitati per un saluto, in via eccezionale mi è stato concesso, ed è stata una grande gioia per me condividere un po’ di questo viaggio insieme a questi eritrei e pakistani, tra loro otto donne e un bambino di quattro anni. Erano davvero felici nel raccontarmi l’incontro con il Papa e nel mostrami i Rosari donati dal Santo Padre . Ho ringraziato il Signore per questo accompagnamento anche fisico di questi migranti – ha raccontato suor Angela- . A stritolarmi il cuore però i segni di torture sui volti di molte di queste ragazze”. Cicatrici, non solo fisiche, che purtroppo rimarranno per sempre.

