Osservatorio Pool Ambiente: in Italia 7/10 disastri ambientali per errore o negligenza umana

In Italia si verificano, ogni anno, tra i 1.000 e i 1.500 nuovi casi di contaminazione ambientale, di cui ben 500-900 sono riconducibili a imprese in piena regola con la normativa vigente e non ad attività criminali. Il dato drammatico emerso dall’ultimo report dell’Osservatorio Pool Ambiente, consorzio di coassicurazione specializzato nei rischi di responsabilità ambientale nato nel 1979 all’indomani del disastro di Seveso, è che oltre il 70% dei sinistri ambientali è riconducibile a due categorie di cause strutturali come la scarsa manutenzione e l’errore umano, entrambe aggredibili con strumenti organizzativi e gestionali. L’analisi, che integra le rilevazioni statistiche dell’ANIA con i dati reali sulla sinistrosità tecnica gestiti dal consorzio, dimostra come la fatalità incida pochissimo sui disastri ambientali che colpiscono il Paese: gli eventi naturali eccezionali pesano infatti solo per il 2,7%, mentre la corrosione delle strutture (40,8%), l’errore umano (17,1%) e i malfunzionamenti o guasti (11,2%) rappresentano i veri inneschi dei danni ambientali. I serbatoi, le vasche e le condutture interrate generano da soli il 40,5% dei sinistri; un dato che si incrocia con un’evidenza tecnica rilevante: studi storici sulla vita media dei serbatoi mostrano che la loro età media è di circa 23 anni. In Italia esiste un parco installato significativo che ha superato o sta per superare questa soglia di senescenza, rendendo urgenti interventi di trasformazione a doppia parete, relining delle tubazioni o sostituzione degli impianti più obsoleti. Eppure, in questo quadro, in oltre il 99% dei casi di incidente manca una copertura assicurativa per le spese di bonifica e ripristino, con un impatto diretto sulle finanze pubbliche, sulla continuità operativa delle imprese coinvolte e sulla tutela dei cittadini che abitano nei territori coinvolti.

Un’indagine condotta da Pool Ambiente nell’aprile 2026 su un panel di oltre 150 partecipanti rappresentativi di diversi settori industriali (edilizia, metalmeccanica, servizi, chimica, imballaggi, agroalimentare, trasporti) e di aree geografiche distribuite su tutto il Paese, ha evidenziato inoltre un profondo disallineamento tra la percezione del rischio da parte delle imprese e la realtà tecnica. Se da un lato le aziende temono soprattutto l’incendio (indicato come lo scenario principale dal 33% dei manager intervistati), nei dati reali questo evento si ferma ad appena il 10,1% dei casi. Al contrario la perdita da serbatoi, vasche e condutture interrate, che rappresenta il rischio principale solo per il 13% dei manager, si configura come lo scenario più frequente (40,5%), seguito dallo sversamento da aree di impianto e deposito (22,8%).

“A cinquant’anni dal disastro di Seveso, dobbiamo comprendere che la tutela dell’ambiente non è più solo una questione di adempimento burocratico, ma di gestione tecnica e culturale del rischio ambientale – afferma Lisa Casali, divulgatrice scientifica e manager di Pool Ambiente – La prevenzione del danno ambientale passa prima di tutto da una strategia di manutenzione predittiva e da una formazione strutturata del personale, non da interventi difensivi contro eventi eccezionali. Gli eventi naturali straordinari, che spesso catalizzano l’attenzione mediatica, pesano infatti per appena il 2,7%. Un sistema di gestione del rischio ambientale robusto richiede investimenti sia sulla prevenzione che sulla mitigazione, coordinati da una mappatura preliminare sistematica delle sorgenti e degli scenari di danno specifici del sito. È fondamentale evidenziare l’elevato rapporto costi-benefici di queste misure: l’investimento preventivo è spesso decine o centinaia di volte inferiore alla magnitudo del potenziale danno. Un esempio classico – conclude Casali – è il rivestimento di un serbatoio interrato: un intervento da poche migliaia di euro è in grado di prevenire passività ambientali per centinaia di migliaia di euro”