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Globalizzazione. Timpano (Un. Cattolica): “In atto una profonda trasformazione. Disuguaglianze sono un costo che non possiamo più permetterci”
“Molte delle critiche allora avanzate dal movimento ‘no global’ si sono rivelate profetiche”, afferma il docente di Politica economica, secondo cui “un mondo che si chiudesse sarebbe innanzitutto un mondo che innova di meno… e tendenzialmente se ci fosse meno innovazione ci sarebbe meno benessere. E le economie più fragili rischierebbero ancora di più”
“Oggi il panorama del commercio internazionale rimane di fortissima integrazione, non si sono creati mercati regionali forti che si proteggono in modo significativo. In questi anni l’integrazione commerciale internazionale sta subendo molti colpi, complice anche il crescente ruolo della Cina, ma tali da non riuscire a cambiare in modo sostanziale le regole della globalizzazione. Il sistema, e lo abbiamo visto con la vicenda dello Stretto di Hormuz, è ancora quello globalizzato contro il quale si manifestava nel 2001 a Genova”. Ne è convinto Francesco Timpano, docente di Politica economica all’Università Cattolica nella sede di Piacenza, al quale il Sir ha chiesto di fare un punto a 25 anni dal G8 di Genova quando da più parti vennero contestati la globalizzazione e il modello economico liberista che si erano affermati nei decenni precedenti.

(Foto Università Cattolica)
Professore, quali di quelle critiche ritiene oggi confermate dagli eventi?
A venticinque anni dal G8 di Genova, molte delle critiche allora avanzate dal movimento ‘no global’ si sono rivelate profetiche.
La contestazione più fondata riguardava la fragilità intrinseca di un sistema globale fondato sulla deregolamentazione finanziaria e sulla mobilità illimitata dei capitali, senza meccanismi redistributivi adeguati. La crisi finanziaria del 2008, generata da prodotti derivati fuori da ogni controllo regolatorio, è stata la conferma più drammatica di quella critica. Più controversa, invece, era la tesi che il libero commercio fosse di per sé un male: i dati ci dicono che la globalizzazione ha sottratto centinaia di milioni di persone dalla povertà assoluta, in particolare in Asia. Il problema non era l’apertura commerciale in sé, ma l’assenza di politiche redistributive nei Paesi avanzati per gestire gli inevitabili perdenti di quel processo.
Fossero state prese in considerazione almeno in parte quelle critiche, si sarebbe potuto mitigare l’impatto di crisi finanziarie, pandemia, guerre e guerre commerciali che si sono successivamente verificate?
Se alcune di quelle critiche fossero state ascoltate – in particolare sulla necessità di governance multilaterale dei flussi finanziari e di clausole sociali e ambientali negli accordi commerciali – avremmo forse costruito un sistema più resiliente. Non si sarebbero eliminate le crisi, ma probabilmente si sarebbero ridotti i loro effetti dirompenti. La pandemia ci ha mostrato i limiti mortali di catene di approvvigionamento iperspecializzate e geopoliticamente vulnerabili. E oggi i dazi di Trump ci mostrano quanto sia costosa la mancanza di un ordine commerciale multilaterale condiviso e legittimato.
L’attuale scenario internazionale – segnato da conflitti, tensioni commerciali, protezionismo e frammentazione delle catene del valore – rivela che siamo di fronte alla fine della globalizzazione come l’abbiamo conosciuta?
Non siamo di fronte alla fine della globalizzazione, ma alla sua profonda trasformazione.
Quella che stiamo vivendo è una fase di slowbalisation – rallentamento e parziale inversione di tendenza – non di chiusura definitiva. Il commercio mondiale non tornerà ai livelli pre-globalizzazione: Europa e Stati Uniti si scambiano ancora oggi circa 4,4 miliardi di euro al giorno in beni e servizi. Ciò che sta cambiando è l’architettura politica che lo governa.
In che senso?
La globalizzazione che conosciamo era retta su tre pilastri: il primato del Wto (Organizzazione mondiale del commercio) come arbitro del commercio internazionale, la Pax Americana come garanzia di sicurezza degli scambi, e la fiducia nella convergenza progressiva dei sistemi politici verso la democrazia liberale. Tutti e tre questi pilastri mostrano crepe profonde.
La Cina ha scelto la strada della “doppia circolazione”, accettando un mondo a due sfere di influenza e rafforzando i legami con i Paesi della Via della Seta e i mercati emergenti. Gli Usa di Trump usano i dazi come strumento di pressione geopolitica, non come politica commerciale razionale. E l’Europa, pur faticosamente, sta cercando di costruire accordi alternativi con Mercosur, Canada e India.
È possibile ipotizzare in futuro l’affermarsi di modelli alternativi?
Non credo siano possibili cambiamenti strutturali significativi rispetto alla situazione attuale.
Ciò che temo, piuttosto, è che il mondo si chiuda: sarebbe innanzitutto un mondo che innova di meno… e tendenzialmente se ci fosse meno innovazione ci sarebbe meno benessere. Inoltre sarebbe un mondo nel quale le economie più fragili rischierebbero ancora di più.
Il modello alternativo più credibile non è il ritorno al protezionismo, né la prosecuzione del modello iperliberale degli anni Novanta. È
una globalizzazione condizionata: apertura commerciale vincolata a standard ambientali, sociali e di sicurezza condivisi.
Il meccanismo Cbam europeo – dazio sulla CO₂ incorporata nelle importazioni – ne è un primo esempio concreto.
Negli ultimi 25 anni la ricchezza globale è cresciuta ma sono andate aumentando anche le diseguaglianze. È un destino inesorabile?
Dal 2000 il Pil mondiale è più che triplicato, ma i frutti della crescita si sono distribuiti in modo profondamente asimmetrico. Nei Paesi emergenti, soprattutto in Asia orientale, la povertà assoluta si è ridotta in modo straordinario: la Cina da sola ha portato fuori dalla povertà oltre 800 milioni di persone. Ma nei Paesi avanzati – e in particolare nelle classi medie operaie dell’Occidente – la globalizzazione ha prodotto compressione salariale, deindustrializzazione e senso di abbandono. È questa la radice sociologica del populismo che minaccia la stabilità dei governi europei: non è irrazionalità degli elettori, è una risposta razionale a un disagio reale che le classi dirigenti hanno troppo a lungo ignorato.
Per questo dobbiamo occuparci di sviluppo sostenibile non in modo ideologico. Siamo tutti ormai assolutamente consapevoli che le disuguaglianze sono un problema per la vitalità dell’economia, che sia mondiale, regionale o locale.
La disuguaglianza è un costo insopportabile, che non possiamo più permetterci.
E purtroppo non vedo una maturità politica tale da far diventare questa una questione davvero centrale nelle policy dell’Europa, che forse su questo è l’area del pianeta più avanzata, e delle altre aree del pianeta dove le disuguaglianze continuano ad amplificarsi. Ritengo non sia un destino inesorabile anche perché
imponendo tasse giuste e facendo una buona spesa pubblica le disuguaglianze si possono ridurre.
Su che leve si dovrebbe agire per una redistribuzione globale della ricchezza, garantendo innovazione e tutela dei diritti?
Le leve redistributive sono note, ma richiedono coraggio politico. Sul piano fiscale globale, l’accordo Ocse sulla global minimum tax al 15% sulle multinazionali è un primo passo nella direzione giusta, ancora insufficiente. Sul piano degli investimenti, la sfida è garantire che i benefici della rivoluzione tecnologica – intelligenza artificiale, automazione, biotech – non si concentrino esclusivamente nei detentori di capitale e nelle piattaforme digitali. Questo richiede investimenti pubblici massicci in istruzione, ricerca e infrastrutture digitali, e sistemi di protezione sociale adattati al lavoro discontinuo e ai nuovi modelli occupazionali. Sul piano commerciale, gli accordi devono includere clausole sociali vincolanti, non decorative.
In occasione del G8 del 2001 venne avanzata la proposta di introdurre la “Tobin tax” sulle transazioni finanziarie al fine di limitare le speculazioni. Secondo Lei, nell’attuale contesto, è opportuno istituire o rafforzare strumenti fiscali per la riduzione degli squilibri globali?
La proposta di Tobin, avanzata nel contesto del G8 di Genova, era tecnicamente corretta nella diagnosi: la finanza speculativa a breve termine genera instabilità sistemica senza produrre valore reale. Il problema era – ed è – l’implementazione: una tassa sulle transazioni finanziarie funziona solo se adottata in modo sufficientemente coordinato a livello internazionale, altrimenti i capitali si spostano verso le giurisdizioni esenti.
Oggi il contesto è diverso da quello del 2001 per due ragioni. Prima: il precedente dell’accordo Ocse sulla global minimum tax dimostra che un coordinamento fiscale multilaterale è possibile, anche se lento e imperfetto. Seconda: la polarizzazione tecnologica tra Usa e Cina sta creando una nuova forma di rendita monopolistica digitale che sfugge completamente ai sistemi fiscali nazionali. Una digital services tax coordinata a livello europeo e poi estesa multilateralmente sarebbe uno strumento più efficace e moderno di una generica Tobin tax.
Non si tratta di punire la finanza in astratto, ma di fare in modo che i giganti tecnologici – che estraggono valore dai dati dei cittadini europei – contribuiscano equamente al finanziamento dei beni pubblici.
Guardando alle grandi sfide del nostro tempo – transizione ecologica, rivoluzione tecnologica, migrazioni e squilibri demografici – quali correttivi necessita il modello di sviluppo perché sia più sostenibile, capace di garantire prosperità diffusa e di rispondere alle esigenze delle generazioni future?
La grande sfida del nostro tempo è che le quattro crisi principali – climatica, tecnologica, demografica e geopolitica – non possono essere affrontate separatamente. Sono interconnesse, e richiedono un orizzonte temporale lungo che i sistemi politici democratici faticano strutturalmente ad adottare.
Un mondo sempre più diviso e conflittuale è anche un mondo che non riesce a cooperare sulla transizione ecologica: la frammentazione geopolitica e la disuguaglianza si alimentano a vicenda.
Cosa dovrebbero fare i Grandi del mondo?
Dovrebbero sottoscrivere nuovamente i 17 obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030 dell’Onu – che offre la cornice concettuale giusta, anche se i meccanismi di implementazione restano deboli – e attuare politiche coerenti con questi. L’Europa ha tentato di essere un first mover sul Green Deal, ma ha incontrato la resistenza dei produttori di combustibili fossili e la difficoltà di gestire l’impatto sociale della transizione sulle regioni dipendenti dall’industria pesante. Anche le ultime vicende geopolitiche – dall’invasione russa dell’Ucraina al Medio Oriente – sono strettamente legate al nostro approvvigionamento energetico: cos’altro deve succedere perché capiamo che occorre cambiare il paradigma?
Sono convinto che sia necessario adottare politiche per lo sviluppo sostenibile anche per motivi di equilibrio sociale, ma le ragioni economiche sono le prime a doverci preoccupare di più.
Il nodo centrale, che resta irrisolto, è questo: non possiamo chiedere ai Paesi in via di sviluppo di rinunciare a percorsi di crescita carbonifera se non offriamo loro alternative finanziariamente accessibili. Il trasferimento tecnologico e il finanziamento climatico verso il Sud del mondo sono quindi la condizione necessaria, non opzionale, di qualsiasi accordo climatico credibile.
Sul piano della governance tecnologica, la rivoluzione dell’intelligenza artificiale pone una sfida senza precedenti: per la prima volta nella storia, la produttività può aumentare drasticamente senza un corrispondente aumento dell’occupazione. Prepararsi a questa transizione – con sistemi educativi flessibili, reti di protezione sociale universali e una redistribuzione degli enormi surplus di produttività generati dall’IA – è la priorità politica che oggi è ancora troppo poco al centro del dibattito pubblico europeo.
Sir
