Sudafrica in piazza contro gli immigrati

La scadenza è domani. Il movimento “March and March” ha imposto agli immigrati irregolari di lasciare il Sudafrica entro il 30 giugno, minacciando altrimenti una mobilitazione nazionale di piazza. Quella in corso viene descritto come la più imponente ondata di manifestazioni anti-immigrazione dal 2015. Da mesi March and March e altri movimenti simili stanno conducendo una campagna anti-immigrazione che occupa quotidianamente i principali giornali sudafricani. Gli attivisti sostengono che le proteste siano dirette solo verso i migranti irregolari, ma usano una retorica xenofoba che accusa in modo generalizzato l’immigrazione intra-africana di essere la causa di problemi come la disoccupazione e la violenza. Gli slogan che risuonano nelle piazze sono espliciti: “Marcia dopo marcia fino alla vittoria”, “Prima i sudafricani”, “Stranieri irregolari, andatevene”. Le ultime grandi manifestazioni si sono tenute a Johannesburg e Durban, organizzate dai movimenti March and March e Operation Dudula — quest’ultimo noto per le ronde contro gli immigrati nei quartieri popolari. 

Nelle ultime settimane March and March ha organizzato ronde in cui i propri attivisti hanno ucciso, derubato e picchiato immigrati irregolari. Le manifestazioni hanno già fatto registrare la morte di tre persone, e vi sono timori che le proteste possano sfociare in una nuova ondata di violenze, come quella del 2008, quando 62 persone persero la vita in disordini che costrinsero migliaia di persone ad abbandonare le proprie case. Le vittime della xenofobia sono soprattutto altri africani. La polizia ha confermato che due cittadini mozambicani sono stati uccisi nella città di Mossel Bay. Centinaia di persone hanno dovuto lasciare la propria casa per timore di nuove aggressioni, e diversi Paesi africani hanno organizzato piani di rimpatrio per i propri cittadini residenti in Sudafrica. Circa 10.000 malawiani hanno abbandonato le proprie abitazioni e si sono radunati in un campo in aperta campagna nei pressi di Durban. A Città del Capo, molti cittadini zimbabwesi si sono assiepati davanti al consolato del proprio Paese per chiedere di essere rimpatriati. L’Alto Commissariato del Ghana ha consigliato ai propri cittadini di chiudere le attività commerciali e mantenere un basso profilo, mentre il capo dell’Unione nigeriana del Sudafrica ha invitato i propri membri a restare in casa durante le manifestazioni. Il segretario generale dell’ONU António Guterres ha condannato le proteste xenofobe, e l’UNHCR sta facilitando il ritorno volontario dei rifugiati e dei richiedenti asilo. 

  Le radici del fenomeno affondano in una crisi economica strutturale. Con un tasso di disoccupazione pari al 32,7%, tra i più elevati al mondo, nel solo primo trimestre del 2026 sono andati persi 350.000 posti di lavoro, la maggior parte dei quali occupati da giovani. Nonostante ciò, il Sudafrica continua ad attrarre lavoratori dai Paesi più poveri del continente. Tuttavia, i dati ufficiali mostrano che la percentuale di immigrati nel Paese è in calo rispetto a dieci anni fa: solo il 4,1% della popolazione è composta da migranti. Le accuse contro di loro sono, secondo molti analisti, più il prodotto della propaganda xenofoba che della realtà. La crisi sta condizionando pesantemente la scena politica. Il partito MK (uMkhonto we Sizwe), fondato dall’ex presidente Jacob Zuma, ha abbracciato apertamente la causa anti-immigrazione in vista delle elezioni amministrative di novembre, le prime a livello locale per questa formazione. Il segretario del partito Sibonelo Nomvalo ha dichiarato: “Siamo solidali con la lotta di March and March, senza riserve, perché crediamo che rappresentino una causa giusta.”

  Il presidente Cyril Ramaphosa cerca di governare il malcontento. Ha annunciato un piano in cinque punti: punire chi viola le leggi sull’immigrazione, rafforzare la sicurezza ai confini, combattere la corruzione negli uffici per l’immigrazione, impedire l’impiego irregolare di stranieri. Ha anche incontrato i leader del Consiglio delle Chiese del Sudafrica, riconoscendo il ruolo delle comunità religiose come argine morale alla violenza. L’arcivescovo di Città del Capo ha però avvertito: “Gli impegni sulla carta non bastano. Devono tradursi in azioni concrete e visibili.” Le autorità sono in massima allerta e raccomandano prudenza negli spostamenti nelle aree urbane, soprattutto in vista della mobilitazione del 30 giugno. Il Sudafrica si trova a un bivio: se cedere alla pressione xenofoba o difendere la propria identità di nazione multietnica

Fonte: 9Colonne