Diocesi
San Pietro in Amantea e Aiello Calabro, due comunità unite da un’unica devozione
Nell’entroterra cosentino c’è una data che lega due paesi, due comunità che vivono una devozione profonda. Il 2 luglio nei territori di Aiello Calabro e San Pietro in Amantea si festeggia la Madonna delle Grazie. Entriamo con cautela nei due culti tra leggende e storie vissute. Il culto della Madonna delle Grazie ad Aiello risale ufficialmente al 1472, quando Papa Sisto IV concede la licenza di costruire una chiesa dell’Ordine di San Francesco degli Osservanti, intitolata a Santa Maria delle Grazie, su volontà di Francesco de Siscar, viceré di Calabria e Signore di Aiello e Petramala. Con la lettera papale, datata Roma 8 aprile 1472, viene concesso il territorio da parte del Siscar.
Nel 1597 la famiglia Cybo fa costruire la Cappella gentilizia, poi rimontata nel 1735 in seguito all’abbandono del Convento vecchio.
Come in tutte le storie di tradizione si inserisce la leggenda, storie che sono al limite dell’inverosimile ma che raccontano il territorio. “Si racconta che durante il trasporto su un carro di buoi delle parti architettoniche e dell’affresco raffigurante la Madonna dal vecchio al nuovo convento, un campo di grano irrimediabilmente rovinato dal passaggio del carro ricrebbe più alto e più rigoglioso di prima”.
Sfogliando le pagine di storia della nostra provincia, si arriva al capitolo sulla storia che riguarda San Pietro in Amantea. Anche lì è molto forte il culto per la Madonna. Un racconto che vede come protagonista donna Lidia Ruffo di Calabria, nobil donna molto devota alla Madonna di San Pietro. Consorte di Scipione Cavallo, secondo alcune fonti presente con la nave “La luna” nella battaglia di Lepanto (ottobre 1571) combattuta tra i musulmani dell’impero ottomano e i cristiani della Lega Santa. Nel 1620, anno della peste, la stessa raccontata da Manzoni nei Promessi sposi, la nobile signora si trovava a San Pietro in isolamento per la malattia e qui seppe del culto della Madonna radicato da tanti anni, diventandone devota. Riuscendo a superare la peste, attribuì la guarigione ad un miracolo della Vergine. In quell’epoca non esisteva una statua da poter venerare, donata in seguito dalla donna ed è quella che ancora oggi viene custodita nel paese. Da quel momento trasferì il culto anche ad Amantea nella famiglia del marito, Cavallo.
Due storie di devozione, due storie di tradizione e di culto che partendo dalle intuizioni di un viceré e di una nobildonna ha creato un tratto identitario indissolubile. Due paesi distanti pochi chilometri che rinnovano una venerazione antica e sentita sotto lo sguardo della Madonna delle Grazie.
Luigi Sesti
