Investimenti all’estero, la Cina si dota di nuove regole

Il 1° luglio entra in vigore in Cina il “Regolamento sugli investimenti all’estero”, Ordine n. 837 del Consiglio di Stato, firmato dal Premier Li Qiang il 5 maggio e pubblicato il primo giugno. Trentaquattro articoli che, in apparenza, riguardano solo il capitale cinese che esce dal Paese. In realtà, ridisegnano i rapporti economici tra Pechino e il resto del mondo.  Si tratta del primo regolamento di rango statale che porta l’Outbound Direct Investment cinese — il capitale che esce dalla Cina verso il resto del mondo — sotto una cornice normativa unitaria, un gradino sopra le storiche regole dei tre dicasteri che per oltre un decennio hanno governato la materia: il Ministero del Commercio, la Commissione per lo Sviluppo e la Riforma e l’autorità valutaria. Quelle vecchie regole non vengono abrogate: continuano a vivere, ma ora dentro una cornice che le sovrasta e prevale in caso di contrasto.  Il nuovo regolamento si articola in quattro pilastri: promozione degli investimenti, gestione della conformità, tutela dei diritti degli investitori cinesi all’estero e — il più politicamente rilevante — contromisure extraterritoriali. Il meccanismo delle ritorsioni è la novità più significativa.

Il documento vieta agli investitori cinesi di trasferire all’estero beni, tecnologie, servizi e dati soggetti a restrizioni o divieti di esportazione senza un’approvazione ufficiale. Ma contiene anche una clausola offensiva: qualora entità o individui stranieri minassero la sovranità e gli interessi della Cina, interrompessero arbitrariamente i legami commerciali con imprese cinesi o imponessero restrizioni discriminatorie agli investitori cinesi all’estero, le autorità centrali potrebbero imporre misure restrittive, tra cui la limitazione delle attività di importazione, esportazione e investimento, il divieto per le parti cinesi di concludere accordi con tali soggetti e la limitazione dei diritti di ingresso, lavoro e soggiorno del loro personale. In parole semplici: se gli Stati Uniti sanzionano un’azienda tecnologica cinese, Pechino può rispondere bloccando le acquisizioni di società americane in Cina. E lo può fare ora con una base legale strutturata, non più con misure improvvisate.

 Le nuove norme arrivano a un mese dall’ordine di Pechino a Meta di annullare l’acquisizione della startup di intelligenza artificiale Manus. Il regolamento vieta esplicitamente il trasferimento transfrontaliero di personale in settori sensibili senza autorizzazione, colpendo pratiche come quelle adottate da Manus, che aveva spostato dipendenti e attività a Singapore prima dell’acquisizione da parte di Meta — una strategia spesso definita “Singapore-washing”. Le misure potrebbero avere un impatto sulle aziende cinesi che intendono trasferire capitali e attività all’estero per attrarre investimenti in mercati più liquidi o per sottrarsi alla forte concorrenza interna. Per capire l’effetto sull’Italia occorre comprendere  che ciò che da Roma si vede come un investimento cinese “in entrata” è, visto da Pechino, un investimento “in uscita”, esattamente ciò che l’Ordine 837 ora disciplina con rigore. Un’acquisizione cinese di un’azienda italiana — in settori come la manifattura avanzata, la logistica o la componentistica — dovrà ora superare una revisione di sicurezza interna più strutturata, prima ancora di misurarsi con il Golden Power italiano o lo screening UE sugli investimenti esteri. Per la prima volta entrano nel perimetro anche le persone fisiche residenti in Cina, finora escluse dall’investimento diretto all’estero. Il segnale tocca da vicino il mondo del private wealth e dei family office che usano Hong Kong come piattaforma.

Alla fine del 2025 gli investitori cinesi avevano costituito oltre 50.000 imprese all’estero in 190 Paesi e regioni, con gli investimenti cumulativi cinesi classificati tra i primi tre al mondo per nove anni consecutivi. Questa rete globale è ora sottoposta a un controllo statale sistematico che Pechino non aveva mai formalizzato a questo livello.  Il messaggio di fondo dell’Ordine 837 è chiaro: la Cina non vuole più essere asimmetricamente vulnerabile alle sanzioni e alle restrizioni occidentali. Si dota di strumenti speculari — legali, finanziari e commerciali — per rispondere colpo su colpo. L’era in cui Pechino subiva le regole degli altri senza poter agire in modo sistematico è finita. Per l’Occidente, il problema non è solo difendersi dagli investimenti cinesi: è capire che d’ora in poi, chi impone sanzioni a Pechino, deve mettere in conto una risposta strutturata e normativamente blindata. 

Fonte: 9Colonne