Palestina: Ocha (Onu), “Gaza sostenuta da soluzioni umanitarie di emergenza”

Il nuovo rapporto Ocha fotografa una crisi sempre più grave in  Cisgiordania e a Gaza: sistemi al collasso, accesso limitato agli aiuti e civili sotto pressione tra sfollamenti, violenze dei coloni e carenze di beni essenziali

In Cisgiordania e nella Striscia di Gaza la crisi umanitaria resta profonda e diffusa: insicurezza, sfollamenti, difficoltà di accesso ai servizi di base e carenza di beni essenziali, come acqua e medicine, continuano a segnare la vita dei civili, mentre le organizzazioni umanitarie operano con restrizioni crescenti e in condizioni di forte incertezza operativa. È quanto emerge dall’ultimo Rapporto dell’Ocha, l’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari, del 19 giugno. I dati restituiscono l’immagine di una popolazione palestinese sotto pressione costante, con sistemi al collasso e un’azione umanitaria sempre più limitata, mentre si moltiplicano gli appelli per un aumento dei finanziamenti e per il rispetto del diritto internazionale.

(foto UNOCHA/Themba Linden)

Striscia di Gaza. Nel briefing al Consiglio di sicurezza del 18 giugno, il sottosegretario generale per gli Affari umanitari, Tom Fletcher, ha denunciato come “Gaza sia tenuta insieme da soluzioni umanitarie di emergenza”. Nella Striscia, le famiglie sono esposte a insicurezza costante, a nuovi e prolungati sfollamenti e a condizioni di vita al di sotto degli standard minimi. Raid aerei, bombardamenti e colpi di arma da fuoco continuano a colpire civili e infrastrutture, inclusi operatori umanitari.

Dall’annuncio del cessate il fuoco del 10 ottobre 2025 il bilancio è salito a 1.005 vittime e 3.157 feriti.

“Troppi palestinesi – ha aggiunto – sono concentrati in una striscia di terra sempre più ristretta. Le loro vite sono segnate dall’umiliazione di linee ‘gialle’ e ‘arancioni’ che cambiano continuamente e che indicano dove è possibile cercare riparo”. L’espansione di queste aree ha provocato nuovi sfollamenti: il 12 giugno decine di famiglie hanno abbandonato le proprie case di Gaza City, spesso senza poter portare con sé beni o tende.

Condizioni dei civili. Le condizioni di vita restano gravissime: sovraffollamento, caldo, carenza d’acqua e servizi igienici favoriscono la diffusione di malattie. Aumentano infestazioni di insetti e roditori, mentre scarseggiano pesticidi e materiali sanitari. Tra l’8 e il 14 giugno, 428 famiglie hanno ricevuto assistenza d’emergenza dopo incendi o perdita dell’alloggio. Anche il sistema sanitario è sotto forte pressione. Mancano farmaci essenziali, tra cui insulina e forniture per dialisi che riguardano circa 700 pazienti, mentre oltre 520 procedure endoscopiche e chirurgiche rischiano di essere sospese se non entreranno con urgenza nella Striscia nuove forniture di agenti disinfettanti ad alto livello. Critica anche la situazione per le persone con disabilità: servirebbero oltre 20mila ausili per la mobilità, ma l’ingresso di protesi e attrezzature continua a essere limitato. Le carrozzine disponibili durano mediamente meno di tre mesi a causa delle condizioni ambientali.

Aiuti umanitari. Sul fronte degli aiuti, tra il 1° e il 15 giugno sono entrati circa 23.760 pallet di aiuti, in calo rispetto a maggio. Resta centrale il valico di Kerem Shalom, ai confini tra la Striscia di Gaza, Israele e Egitto, unico punto di ingresso. Le forniture di carburante – circa un milione di litri distribuiti in una settimana – restano insufficienti e condizionano tutte le attività, dalla sanità al sistema idrico. Circa la distribuzione di cibo, il Rapporto evidenzia che tra l’1 e il 13 giugno, i partner umanitari hanno fornito assistenza a oltre 420.000 persone nell’ambito del ciclo mensile di distribuzione. Ogni famiglia ha ricevuto due pacchi: uno con 25 chilogrammi di farina e uno con 2,5 chilogrammi di biscotti ad alto contenuto energetico, sufficienti a coprire il 75% del fabbisogno calorico minimo. Inoltre, fino al 3 giugno, i partner umanitari preparavano quasi 713.000 pasti al giorno attraverso 93 cucine, distribuite in oltre 1.000 località. A causa della mancanza di fondi, però, è stata sospesa la produzione di almeno 400.000 pasti quotidiani.

Una bambina e un bambino passano davanti al muro di annessione e separazione costruito dal governo israeliano in Cisgiordania mentre vanno a scuola
© Per gentile concessione di WeWorld ad Azione contro la Fame.

Cisgiordania. In Cisgiordania, inclusa Gerusalemme Est, operazioni militari israeliane, restrizioni di movimento, demolizioni e violenze dei coloni continuano ad alimentare bisogni umanitari crescenti. Tra il 9 e il 15 giugno oltre 20 palestinesi sono rimasti feriti, metà durante attacchi di coloni. Nello stesso periodo sono state demolite 30 strutture palestinesi, causando lo sfollamento di 30 persone, tra cui 9 bambini, e colpendo complessivamente 142 persone.

Dall’inizio del 2026, Ocha ha registrato oltre 1.020 attacchi di coloni in più di 230 comunità, con una media di circa sei episodi al giorno. Dal 2023, circa 6.200 palestinesi sono stati sfollati a causa di violenze e restrizioni, oltre la metà bambini.

Gli effetti sui minori sono particolarmente gravi: secondo l’Onu, la maggior parte dei bambini palestinesi uccisi dall’ottobre 2023 erano adolescenti (213 su 241 vittime). Dal rapporto emerge anche che le operazioni umanitarie sono sempre più ostacolate. Nei primi cinque mesi del 2026 sono stati registrati 230 incidenti di accesso (circa 46 al mese), legati soprattutto a checkpoint, chiusure stradali e contesti insicuri. Si segnalano anche aggressioni e intimidazioni contro operatori umanitari. Il 9 giugno, nella zona di Hebron, alcuni operatori sono stati attaccati da coloni: uno è rimasto ferito.

Le restrizioni incidono anche sui servizi sanitari: tra ottobre 2023 e maggio 2026 l’Oms ha documentato 987 attacchi alla sanità in Cisgiordania, con 39 morti e 201 feriti.

Le operazioni militari israeliane, con raid e perquisizioni, incidono sulla vita quotidiana. Nella seconda settimana di giugno sono state registrate almeno 38 operazioni in diverse aree, soprattutto nel nord. A Tulkarem circa 35 famiglie sono state evacuate temporaneamente, mentre a Jenin tre famiglie (17 persone, tra cui 6 bambini) sono state costrette a lasciare le proprie case fino ad agosto. Nel complesso, le operazioni militari e le violenze continuano a compromettere l’accesso a case, lavoro e servizi di base, aggravando una crisi già profonda.