Memorandum Usa-Iran. Politi (Ndcf): “Non è vera pace, ma sospensione realista della guerra”

“Quanto durerà l’apparente normalità è difficile dirlo”, commenta il direttore della Nato Defense College Foundation, aggiungendo che “questa guerra ha ulteriormente compromesso la già fragile cooperazione nel Golfo, e per chi dipende dalle forniture energetiche di quell’area non è un dettaglio”

Quattordici punti con cui porre fine alla guerra e riaprire il traffico nello Stretto di Hormuz, snodo dei commerci globali. Nella Reggia di Versailles, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha firmato il Memorandum d’intesa con l’Iran, poco prima di sedersi a cena con il presidente francese Emmanuel Macron, a margine del G7 di Evian. L’accordo definitivo, però, che doveva essere preceduto dai colloqui in Svizzera nei prossimi giorni, è slittato. Ad annunciarlo è stata la Casa Bianca con un comunicato, poche ore dopo la cancellazione del viaggio del vicepresidente statunitense JD Vance, verso il Paese elvetico. Fatto sta che, al momento, le navi hanno ripreso ad attraversare lo Stretto. Quanto durerà l’apparente normalità è difficile dirlo. Al Sir, Alessandro Politi, direttore della Nato Defense College Foundation (Ndcf), offre una lettura del Memorandum sottolineando che quella siglata a Versailles non è una pace, ma “una sospensione realista della guerra”.

Direttore, il memorandum in 14 punti voluto dalla Casa Bianca, è un compromesso al ribasso?
Guardiamo in faccia la realtà:

a mio avviso questo accordo è la presa d’atto di un fallimento.

Washington e Tel Aviv non hanno vinto questa guerra. Lo stesso Donald Trump, contrariamente a quanto si possa pensare, non si è mai fatto illusioni: sperava di piegare il regime iraniano e di degradarne le capacità militari. Israele, dal canto suo, pensava di poter stabilire la propria supremazia militare e strategica sull’intera regione. In poche parole, i due alleati hanno fallito. Trump in questo si sta dimostrando realista: non riuscendo a ottenere ciò che voleva sul piano politico, ha chiuso la partita.

Questo memorandum di pace è destinato a durare?
Nella regione, la storia ce lo insegna, quasi nessuna pace è duratura. È più una sospensione realista della guerra. In termini diplomatici, si definisce “un processo”. Gli israeliani pensano di poter continuare in Libano, ma un conto è ciò che si spera, un conto è la realtà. Netanyahu sta assumendo il rischio di danneggiare in modo strutturale la “relazione speciale” con gli Stati Uniti, infatti a Tel Aviv sono convinti che potranno continuare a decidere in autonomia ma credo sia un’illusione.

Sul rapporto con Tel Aviv, Trump ha detto, in un’intervista alla testata Axios: “Con Bibi è tutto normale ma lo dobbiamo mantenere sano di mente”. Poi ha aggiunto: “Non ci sono limiti al mio potere”. Che significato hanno queste parole?
Gli ultimi commenti di Trump sulle posizioni del governo israeliano in Libano indicano un pericoloso livello di guardia per la relazione bilaterale.

Israele sta sottovalutando il peso politico degli Stati Uniti?
Israele, schiacciato dalle necessità politiche immediate di Netanyahu, dimentica una verità fondamentale: sono gli americani a sostenere Israele, non il contrario. E in questo momento storico, Israele è importante se qualcuno da fuori decide che risponda ai propri interessi. Finita la presenza sovietica nella regione, è finita quella funzione strategica. E l’influenza politica è insufficiente se non corrisponde ai reali equilibri di potere: se contrasta gli interessi profondi di una superpotenza, quell’influenza diminuisce. È un gioco che gli inglesi hanno fatto per un secolo ed è finito. Israele dovrebbe capirlo.

L’opinione pubblica israeliana condivide questa percezione di isolamento?
Questa dirigenza non capisce che la guerra offre rendimenti politici sempre minori. Dopo 78 anni di conflitti, i risultati politici sono modesti. Non c’è bisogno di una sconfitta militare sul campo per arrivare a una sconfitta politica. La negazione della soluzione dei due stati, non pare aver prodotto nessun risultato rilevante. Oggi c’è un esercito israeliano, secondo il capo di stato maggiore della Difesa (Eyal Zamir), sull’orlo del collasso morale e materiale. Le IDF non sono strutturate per lunghe guerre di logoramento, e molti soldati non credono più al mito dell’esercito più etico del mondo dopo le atrocità viste.

Cosa succederà se la leadership israeliana decidesse di ignorare questi segnali?
Fino ad ora Trump è stato attento anche alle influenze familiari. Ma le stesse domande che a Washington ci si pone sull’Europa, iniziano a porsele anche su Israele.

Allargando lo sguardo alla regione, questo accordo come ricompatta o divide gli altri attori mediorientali?
Guardiamo al paradosso:
l’intera crisi, quella che possiamo definire la Quinta Guerra del Golfo, è nata quando Trump ha stracciato l’accordo nucleare (JCPOA) voluto da Obama, spinto dalle lobby israeliane. Oggi, con questo memorandum, se va bene, si ritorna esattamente al punto di partenza;come nel gioco dell’oca. Nel frattempo, i Paesi del Golfo hanno capito che gli americani non sono più partner affidabili nel momento del bisogno. Questa guerra ha spaccato la già fragile cooperazione nel Golfo, e per chi dipende dalle forniture energetiche di quell’area non è un dettaglio. Gli Stati Uniti hanno registrato una perdita secca di credibilità e la Cina è pronta ad approfittarne.

Qual è l’unica vera via d’uscita per evitare il disastro totale?
È il momento di fare la pace davvero e di avviare la denuclearizzazione del Vicino Oriente prima che sia troppo tardi. Il Pakistan ha già la bomba. Se le cose continuano a deteriorarsi, temo che l’Iran la costruirà. Israele farebbe bene a liberarsi di questa “vacca sacra” dell’atomica. Denuclearizzare è una vecchia proposta egiziana, avanzata da un Paese che, con tutti i suoi difetti, guarda al quadro d’insieme. Israele, purtroppo, continua ad avere lo sguardo solo su sé stesso.

M. Elisabetta Gramolini – Sir