Attualità
La bilancia agroalimentare italiana degli scambi con l’estero
Le imprese devono ancora fare i conti (e dovranno farlo ancora per molto tempo) con l’assoluta incertezza e imprevedibilità dei mercati, oltre che con la tendenziale chiusura delle frontiere
Grande successo mondiale, sempre. Eppure, un successo che non basta a mantenere la bilancia agroalimentare italiana degli scambi con l’estero in territorio positivo. Segnale da non trascurare, quello del ritorno in zona rossa del risultato tra importazioni e esportazioni agroalimentari nostrane. Segnale che dice molto sulla delicatezza del comparto e sui colpi ai quali è sottoposto.
Stando alle rilevazioni Istat diffuse qualche giorno fa, la vendite all’estero di prodotti agroalimentari italiani hanno superato il valore di 72 miliardi di euro e si sono avvicinate ai 73. Il problema, tuttavia, è che gli acquisti di alimenti provenienti dal resto del mondo e in arrivo in Italia, hanno oltrepassato i 73 miliardi. Il risultato del confronto è un passivo pari a 769 milioni di euro. Certo, è vero: non si tratta di un importo miliardario, ma è comunque un segnale che deve destare attenzione. Ancor più se si guarda alla velocità di crescita di esportazioni ed importazioni: le prime, nel 2025, sono aumentate del 4,9%, le seconde del 10,5%. A determinare lo sbilancio, come è evidente, sono molte cause ma alcune più di altre. I dazi hanno pesato, e tanto. Così come l’altalenare delle politiche commerciali dei grandi blocchi. E’ un fatto, tuttavia, che le vendite di prodotti agroalimentari italiani negli Usa siano crollate del 5% a 7,5 miliardi di euro, un livello più basso di quelle effettuate in Francia. E ad arretrare è stato anche un altro mercato ricco come quello giapponese (-12%).
La morale che si può trarre dai numeri è alla fine una sola: le imprese devono ancora fare i conti (e dovranno farlo ancora per molto tempo) con l’assoluta incertezza e imprevedibilità dei mercati, oltre che con la tendenziale chiusura delle frontiere. Alcuni – come la Cia-Agricoltori Italiani – di fronte ai numeri appena ricordati, hanno fatto balenare il rischio della perdita della nostra sovranità alimentare. Altri – come Coldiretti ma anche Confagricoltura – hanno chiesto, con ragione, l’applicazione rigorosa del principio della reciprocità delle regole da far rispettare: detto in altro modo, i severi vincoli di produzione ai quali gli agricoltori europei devono rispondere, occorre che siano anche rispettati da chi, producendo altrove, vuole comunque vendere in Europa.
Una questione importante, quella della reciprocità di regole, che non può essere di facciata ma deve, anzi, essere il fondamento sul quale costruire una politica commerciale europea più decisiva, aperta agli scambi ma severa nei controlli.
Oltre a tutto questo, però, serve anche dell’altro. Prima di tutto investimenti nella produzione agroalimentare nazionale così come per l’export, ma anche più infrastrutture, maggiori controlli, miglior coordinamento tra i diversi anelli della catena agroalimentare, una minore conflittualità e una maggiore cooperazione, appaiono essere tutti elementi ormai imprescindibili per provare non solo a far crescere le esportazioni ma anche a far diminuire le importazioni. Intanto però occorre fare i conti con la quotidianità dei bilanci. Conti tartassati non poco non solo dagli arrivi di prodotti dall’estero (spesso di peggior qualità), ma anche da costi di produzione non sempre sotto controllo e non sempre comprimibili, così come da un andamento climatico non solo avverso ma bizzoso, che colpisce spesso nei momenti più delicati del ciclo produttivo agricolo riuscendo a distruggere un raccolto in pochi minuti. Perché – è bene ricordarlo sempre – la produzione agricola (e cioè la base imprescindibile della ricchezza agroalimentare) non si svolge al chiuso dei capannoni ma in “fabbriche” a cielo aperto.
Agensir
