Riscoprire il sacro nell’era moderna

La storia di siti come la Grotta del Romito a Papasidero ha influenzato la religione dei romani

Un saggio che ripercorre l’antico legame tra l’uomo e il trascendente non può che tornare utile, per riscoprire l’importanza di guardare nella propria interiorità e per capire quanto il divino sia parte della propria anima, mettendo in discussione qualsiasi pretesa narcisistica. Lo storico Domenico Oliva, docente alla Sapienza di Roma, affronta questa tematica nel suo libro Gli dei ci guardano: La Religione tra la fondazione di Roma e il Mediterraneo antico (Edizioni Antiquitas), la cui prefazione è a cura del giornalista Marco Guidi, già professore di Storia Romana ed editorialista de Il Messaggero. L’esperto ricostruisce il concetto di sacro fin dall’antichità, passando in rassegna non solo le vicende che portarono alla fondazione di Roma – alla luce della narrazione fatta da Tito Livio – ma anche la storia dei Greci, degli Etruschi e di altri popoli. I Romani avevano una concezione molto particolare del divino. Durante le loro conquiste territoriali si impossessavano del sacro altrui, rivolgendosi agli dei delle terre assoggettate a cui promettevano l’edificazione di templi votivi, in cambio di sostegno e di vittoria sui nemici. Fondarono una loro religione prendendo tanti elementi dai popoli confinanti, tra cui gli Etruschi, e dalle genti del Mediterraneo. Si appropriarono, per esempio, dell’Apollo di Veio di Vulca, assimilarono il culto della Grande Madre, Cibele, un’antica divinità anatolica, durante la seconda guerra punica, e cercarono in Asia Minore il serpente di Asclepio, simbolo della medicina e della vita che si rigenera. Adoravano le entità supreme più semplici, da quelle della famiglia a quelle della gensis, dai Penati alla Triade Capitolina e a Mitra. Fino al III secolo d.C., i Romani non concepirono la religione solo come fede, ma come rapporto giuridico con il trascendente, con cui interloquivano con le giuste formule, riportate in diversi volumi come i “Libri lintei”. Questo tipo di religiosità era il risultato di influenze diverse, di sedimentazioni culturali e di stratificazioni millenarie, che gettavano un ponte con epoche remote. Ancor prima della nascita dell’Urbe, infatti, siti archeologici come la Grotta del Romito a Papasidero, in provincia di Cosenza, erano diventati luoghi in cui maturava un determinato rapporto con le divinità, a cui ci si appellava per ricevere protezione. La grotta paleolitica calabrese è nota, in particolar modo, per la presenza del graffito del Bos Primigenius, un emblema rituale che esprime una precisa visione del mondo. Il suo significato totemico dipende dalle doti del toro, che fungeva da simbolo di fertilità, nonché da entità protettrice dell’intero gruppo sociale che viveva in questo luogo. La Grotta del Romito possiede, quindi, una sua antica sacralità, comprensibile anche dagli scheletri rinvenuti in una certa posizione e dalla presenza di oggetti cultuali. Questi dati hanno convinto Oliva a vedere in Papasidero una radice del sacro occidentale, anteriore allo sviluppo di Roma. Il sacro, pian piano, emerse come una vera e propria struttura della coscienza umana, grazie alla quale si provava a dare senso ai fenomeni che sfuggivano all’intelletto. Quando i Romani tracciarono il “pomerium” (il confine rituale delimitante la città) ripetettero un’antica usanza del mondo, inteso come uno spazio del mistero nel quale vigeva un sistema di scambio, basato su onori, su sacrifici e su formule sacre che servivano per richiedere la benevolenza degli dei. L’editto di Teodosio del 380 d.C., assimilando i dettami dell’editto di Nicea, impose la venerazione di Cristo Gesù che divenne, in questo modo, protettore di tutto l’impero romano. Il libro di Oliva connette preistoria e storia di Roma, non descrive solo riti ma offre una visione della mentalità romana, nel rapporto tra visibile e invisibile, tra vita e morte. Il messaggio che lo studioso vuole lanciare è che l’uomo di oggi, immerso nel suo egoismo e pronto a fare guerra, è per prima cosa un essere religioso, che non può fare a meno del sacro, per vivere la sua vita e per dare ordine al mondo.