La Resurrezione di Alessandro Manzoni, un classico sempre attuale

La morte da cui salva Colui che è tornato dalla umana fine è anche quella del non senso, dello spreco, della festa inutile

Non è un caso che la Resurrezione (“Risurrezione” nelle prime edizioni a stampa, come si usava allora: anche il romanzo di Tolstoj ebbe questa titolazione nelle più antiche traduzioni italiane) di Alessandro Manzoni capovolga la cronologia evangelica e apra i suoi Inni sacri.

L’episodio finale diviene l’inizio e il senso di ogni cosa, compreso il nuovo cammino di un uomo che aveva attraversato il materialismo sensista per poi passare ad una sorta di generico deismo fino a quel 1810 che vedrà la consacrazione secondo il rito cattolico di un matrimonio che era già stato celebrato secondo il rito calvinista: quello tra il venticinquenne Alessandro e Enrichetta Blondel, la donna che aveva riportato il giovane intellettuale alla fede in un Dio che aveva creato il mondo, e che soprattutto si era incarnato per condividere la sofferenza e il dolore.

Era questa partecipazione alla materia e il suo superamento attraverso la sconfitta della morte che aveva colpito Manzoni: una nuova alba si innalzava sull’orizzonte umano, ed era quella visione che doveva aprire gli Inni sacri, la prima testimonianza poetica del futuro creatore dei Promessi sposi in cui emerge la nuova visione del mondo e dell’oltre.

Lo scrittore mette da parte il linguaggio alto e forbito del colto neo-illuminista e opera la sua kènosis, l’umile abbassamento a una nuova condizione che non vuol dire umiliazione, ma vita, nuova e vera vita, nella condivisione del poco e dell’essenziale. È per questo che nella terz’ultima strofa improvvisamente Manzoni assume un tono moralistico, anche se stavolta non più in senso laicistico e intellettuale, ma puramente evangelico: sarebbe meglio che il ricco condivida la frugalità del pasto con i poveri, compresi quelli che hanno scelto in piena libertà questa nuova povertà, invitando i possidenti a portare quel cibo superfluo “all’umil tetto”, in modo che finalmente il povero possa godere di un cibo migliore. Perché la vera felicità non è l’accumulazione, ma la condivisione.

Il poeta invita ad abbandonare le false illusioni dei lussi inutili, perché la vera “allegrezza non è questa”: l’unica gioia è quella spirituale, quella scaturita da uno che “è risorto”, come Manzoni scrive in apertura di inno.

La morte da cui salva Colui che è tornato dalla umana fine è anche quella del non senso, dello spreco, della festa inutile e della tristezza che scaturisce alla fine del godimento fine a se stesso. Le porte che “Il Signor ha schiuse” sono anche quelle del senso, oltre la pura materia, che vuol dire condivisione, aiuto reciproco, anticipo di qualcosa che “non è qui”, come Colui che è risorto dopo aver scelto di iniziare da Madre umana il suo cammino sulla terra.

E non è un caso che il poeta si rivolga alla Donna “alma del cielo”, “nido” di un Dio che ha scelto lei per affrontare il nostro terreno cammino. Una nuova poesia, dunque, quella del nuovo Manzoni, scritta tra l’aprile e il giugno del 1812, che trova nuova forza nella preghiera e in una Resurrezione che ha cambiato il mondo con una umile speranza: “Nel Signor chi si confida/ col Signor risorgerà”.

Agensir

Resurrezione – di Alessandro Manzoni

È risorto: il capo santo

più non posa nel sudario

è risorto: dall’un canto

dell’avello solitario

sta il coperchio rovesciato:

come un forte inebbriato,

il Signor si risvegliò

Era l’alba; e molli il viso

Maddalena e l’altre donne

fean lamento in su l’Ucciso;

ecco tutta di Sionne

si commosse la pendice

e la scolta insultatrice

di spavento tramortì

Un estranio giovinetto

si posò sul monumento:

era folgore l’aspetto

era neve il vestimento:

alla mesta che ‘l richiese

dié risposta quel cortese:

è risorto; non è qui.