Cultura
Scoperta di Dio e possibilità di salvezza nelle opere di Dostoevskij
I personaggi inventati dallo scrittore russo vivono la tensione di dover scegliere tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato
Fëdor Dostoevskij continua ad influenzare il pensiero moderno per la sua grande capacità di ricercare il mistero e la salvezza, in una maniera mai tentata da nessuno. L’attualità della sua letteratura è evidenziata nel libro Dostoevskij – La salvezza in scena (Jaca Book) del cosentino Vincenzo Rizzo, già ricercatore del Consiglio Nazionale delle Ricerche-IRPI di Cosenza, nonché esperto di filosofia russa. Il padre di Delitto e castigo, vissuto nell’Ottocento, è stato in grado di indagare le peggiori inquietudini e bassezze mondane e, allo stesso tempo, è stato abile nell’elevarsi al di sopra delle miserie del mondo parlando delle virtù che avvicinano a Dio, attraverso un sapiente uso delle parole che attingono a universi eterogenei. Con la sua scrittura approfondisce il senso della vita, della morte, dell’amore e della salvezza, ponendo la persona dinnanzi alla complessità della scelta: bene e male, luce e tenebre, piccolezza e grandezza. Rizzo riporta, come sottotitolo del suo lavoro, l’espressione “la salvezza in scena”, per spiegare l’approccio di Dostoevskij al tema della liberazione dal peccato. L’intellettuale russo affronta la questione del nichilismo, ripresa poi da Nietzsche che parla del crollo dei valori assoluti, della morte di Dio e dell’avvento dell’oltreuomo, ma si distanzia dal filosofo tedesco proponendo una prospettiva trascendente come cura alla disumanizzazione odierna, in ragione del suo profondo attaccamento al Vangelo. La riflessione tra nichilismo e salvezza è al centro di quelli che sono gli abissi, che i personaggi dei suoi romanzi si trovano ad affrontare. Dimitrij (Mitja) Karamazov, uno dei protagonisti dell’opera I fratelli Karamazov, è – secondo Rizzo – una delle figure più in grado di parlare al nostro presente. Sconta una pena sproporzionata rispetto alla colpa, ma non scappa perché entra in gioco una realtà più grande che gli fa dire “Io sono”, una realtà che l’aiuta a fronteggiare l’impossibile e l’ingiusto. La salvezza che entra in scena è una misura più grande, ineffabile e inspiegabile che rende più vero quest’uomo. L’essere umano, nella prospettiva dostoevskijana, passa per una serie di “processi” contro se stesso e contro l’altro, ma trema dinnanzi al destino che lo lascia inquieto. Lo scopo di Dostoevskij è tracciare un sentiero per tornare all’origine, cioè ad un “Prima Misterioso” e inattingibile, che va oltre il razionalismo e il positivismo. I tentativi di fuga dei personaggi, inventati dall’autore di Mosca, falliscono dinnanzi alle tragedie e, ai loro occhi, si presenta la salvezza come qualcosa da accogliere o da rigettare. Dio/il Mistero interrompe l’ordinario e introduce l’imprevisto, che mette alla prova la fede. La persona, piena di limiti, può aspirare ad accedere ad un’altra dimensione, ricercando l’Altissimo e riconoscendosi sua creatura. La decisione che Alëša Karamazov, in preda alla disperazione, deve prendere scegliendo tra la famiglia e il suo destino, così come le domande senza risposta dei bambini, riuniti davanti alla tomba del piccolo Iljuša ne I fratelli Karamazov, sono segni di una salvezza che entra nella vita e genera un sapere, definito come “risorto”, perché misterioso, ed “eccessivo”, perché impossibile da contenere. I personaggi si dividono tra una salvezza terrena rincorsa, ma vana, e una salvezza spirituale offerta a tutti, ma rifiutata da molti; tra il sé che vuole sopraffare e l’altro che viene incontro. Attraverso le tensioni, Dostoevskij rappresenta la vittoria dell’uomo sui suoi fantasmi. Le prove che si presentano giornalmente possono portare alla liberazione dalla chiusura del proprio io, riconoscendo Dio che dà senso alla vita.
