Quando è Dio che unisce i cuori

Sono poche le informazioni che possediamo su frate Jacopa

Un aspetto della vita di san Francesco d’Assisi, sottovalutato per molto tempo dalle fonti storiche e, per questo motivo, ritenuto di secondaria importanza, riguarda il rapporto tra il santo e Giacoma Francipane de’ Settesoli o “frate Jacopa”. Le poche informazioni che possediamo sul suo conto sono il risultato di una serie di ricerche, iniziate tra la metà del Settecento e gli inizi dell’Ottocento dal frate minore Niccolò Papini, il quale accennò l’ipotesi, non documentata, di un’appartenenza di Jacopa alla famiglia romana dei Normanni, ipotesi sostenuta anche da altri studi locali che parlarono di un suo legame di parentela con il cardinale Stefano dei Normanni. Recepì quest’informazione padre Édouard D’Alençon, cappuccino francese nonché studioso del francescanesimo, vissuto tra la metà dell’Ottocento e i primi del Novecento, il quale curò la prima relazione critica su questo personaggio storico, alla luce del più completo silenzio da parte delle biografie novecentesche. Altri biografi si sono poi soffermati su questa figura, cercando di fare chiarezza sulla sua esistenza, muovendosi tra verità storica e verosimiglianza letteraria. La ragazza si ritaglia un suo spazio dentro un periodo storico nevralgico, caratterizzato dalle logiche comunali, dalla nascita dei mercati, da guerre, epidemie e morte e, non di meno, dalla cupidigia della Chiesa medievale, a cui Francesco oppose una lezione fondata sul messaggio cristiano puro e incorrotto. Sappiamo che Jacopa nacque a Roma nel 1190 nel quartiere di Trastevere. Sposò a 15 anni il nobile e ricco Graziano Frangipane de’ Settesoli e andò a vivere nel Settizonio, una torre con sette piani fatta costruire dall’imperatore Settimio Severo nel 203 ai piedi del colle Palatino, a Roma. Questa giovane castellana, con le trecce bionde, dovette occuparsi da sola della crescita dei suoi figli, Giovanni e Giacomo, dopo la morte del consorte nel 1217, e della gestione dell’immenso patrimonio di famiglia. Aveva solo 20 anni quando conobbe Francesco d’Assisi, giunto nella Città Eterna verso il 1210. L’aiutò a trovare alloggio presso i benedettini di Ripa Grande, mentre cercava in tutti i modi di ottenere udienza da Innocenzo III, per chiedere l’approvazione della sua Regola. Jacopa fu attratta da quel “matto” che predicava per le strade, parlava agli uccelli e recitava i versi d’amore del duca d’Aquitania, in un linguaggio che lei stessa condivideva e comprendeva bene. Era il linguaggio del fin’amor (o amore cortese), nato nel XII secolo nelle corti provenzali e, in seguito, recepito dalla Scuola siciliana e dagli Stilnovisti, per decantare quel concetto nobile ed eroico dell’amore che educa l’anima e stimola l’uomo a raggiungere la perfezione. Questo sentimento avvicinò Francesco e Jacopa che decisero di camminare insieme, perché accomunati da un’affinità profonda. La donna fu affascinata a tal punto dal fraticello, da voler iniziare con lui un rapporto di reciprocità, basato su un affetto autentico e sincero e su una scelta libera e incondizionata. Pian piano Jacopa comprese che l’equilibrio nel legame emotivo e vicendevole tra due persone sta nel porsi l’una accanto all’altra, rispettando le differenze interpersonali. La giovane decise di non spogliarsi mai dei suoi averi, nonostante fosse attratta dalla semplicità di Francesco. Lei (la ricca) e lui (il povero) stettero vicini, condividendo quella sana complicità che supera qualsiasi impedimento terreno e guarda all’amore divino. Un aneddoto interessante riguarda i “mostaccioli romani”, i famosi dolci di cui il frate andava ghiotto e che conobbe grazia a questa donna. Secondo la tradizione, quando il santo era in punto di morte dettò una lettera ai suoi compagni, chiedendogli di chiamare Jacopa perché voleva rivederla, e suggerendole di portargli il suo velo nunziale e i mostaccioli. La donna giunse ad Assisi, prima di ricevere l’epistola, e portò con sé ciò che era nei desideri di Francesco. Si legge nella “Compilatio Assisiensis” che “Donna Jacopa preparò poi il dolce che piaceva a Francesco. Ma egli lo assaggiò appena, poiché per la gravissima malattia le sue forze venivano meno inesorabilmente, e si appressava alla morte”. L’uomo desiderava, prima di esalare l’ultimo respiro, che la donna gli imboccasse un pezzetto di biscotto per sentire, ancora una volta, la spensieratezza, la tenerezza e la leggerezza che avvertono i bambini quando mangiano i dolci, ma anche l’incanto e l’amicizia di un amore infinito. Voleva, in questo modo, continuare ad avere con Jacopa un vincolo fondato sulla gioia. Un episodio, quest’ultimo, che le fonti hanno raccontato raramente, offuscando così quel rapporto vicendevole esistente tra il santo e la donna. Nei “Fioretti” c’è scritto che, quando morì Francesco, Jacopa lo abbracciò e lo inondò di lacrime, al punto che non la si poteva “inspiccare” da lui e sembrava Maddalena con Cristo. Il Poverello morì tra le sue braccia dopo aver visto, per l’ultima volta, il volto di questa donna libera e potente, espressione di quel femminile sacro che gli dava quella leggerezza dell’anima, necessaria per compiere il trapasso. Morto Francesco, la giovane si dedicò ad opere caritatevoli lasciando al primogenito Giovanni il compito di gestire le proprietà familiari. Nel 1231 ottenne dai benedettini la cessione dell’ospedale di san Biagio, che trasformò nella dimora romana dei francescani: è quello che oggi si identifica con il convento di san Francesco a Ripa. Si ritirò poi ad Assisi come terziaria e morì nel 1239, venendo seppellita nella cripta della Basilica di San Francesco, dinnanzi alla tomba del santo e a quella dei suoi compagni. Per approfondire la figura di Jacopa si suggerisce la lettura dei seguenti testi: Jacopa Dei Settesoli – la ricca amica di Francesco (Città Nuova 2022) di Lucia Tancredi e Frate Jacopa. Sulle tracce della nobildonna romana amica di san Francesco (Porziuncola Editore 2020) a cura di Amneris Marcucci.