Attualità
Caschi blu in ritirata: il peacekeeping globale ai minimi storici
I dati del Sipri (Stockholm International Peace Research Institute) fotografano il peggior anno dall’inizio del millennio: zone di conflitto lasciate senza copertura, civili esposti alla violenza e comunità sospinte nella povertà. Mentre le missioni si ritirano o non partono, si erodono le regole che dovrebbero proteggere i più vulnerabili
Mezzo mondo in meno per la pace. Non è una metafora, ma la fotografia del declino del peacekeeping multilaterale nell’arco di un decennio che emerge dalla rilevazione diffusa dallo Stockholm International Peace Research Institute (Sipri). Allo scorso 31 dicembre erano dispiegati 78.633 operatori internazionali, la metà rispetto al 2016 e il livello più basso da almeno venticinque anni, con il 2025 che ha segnato il calo annuo più brusco dell’intero decennio, pari a -17%. Le operazioni internazionali attive sono scese a 58, concentrandosi in 34 Paesi o territori. All’incirca tre quarti del personale è concentrato in appena cinque missioni, quattro delle quali in Africa subsahariana, mentre il resto del mondo (incluse alcune delle crisi più gravi tutt’ora in corso) è di fatto scoperto.

Crisi di governance, prima che di fondi. La prima e più immediata causa del crollo è di natura finanziaria. Nel luglio 2025 le operazioni di pace dell’Organizzazione delle Nazioni Unite si sono trovate con un deficit di 2 miliardi di dollari, oltre il 35% del budget disponibile. I principali donatori non hanno versato le proprie quote in tempo o per intero, costringendo a tagli drastici al personale militare e civile e a un budget 2025-26 al minimo del decennio: un “collasso finanziario imminente”, come lo ha definito lo scorso gennaio il Segretario generale Onu, António Guterres. Dall’analisi del Sipri emerge come le divisioni tra i membri permanenti all’interno del Consiglio di sicurezza Onu bloccano nuove missioni e rendono faticoso rinnovare quelle già esistenti. È accaduto ad Haiti, dove la proposta di trasformare la missione multinazionale in un’operazione finanziata dall’Onu è stata fermata dal veto di Cina e Russia, ma anche in Sudan, dove una risposta multilaterale non è mai decollata.“Se la situazione perdura, potremmo assistere a un indebolimento drammatico della gestione multilaterale dei conflitti e alla marginalizzazione quasi totale di istituzioni come le Nazioni Unite”,avverte il direttore Jaïr van der Lijn, prevedendo che “il risultato sarà probabilmente un aumento dei conflitti, con conseguenze ancora più gravi per i civili”.
Dove si chiude e cosa rimane. La mappa delle chiusure del 2025 racconta la geografia dell’abbandono. Emblematico è il caso della Repubblica Democratica del Congo, dove la missione regionale promossa dalla Comunità per lo sviluppo dell’Africa australe si è ritirata nel pieno dell’offensiva del movimento M23, che aveva appena conquistato la città di Goma. In Libano, invece, l’interforze Unifil presente fin dal 1978 lungo la linea di cessate il fuoco tra Israele e Libano sarà smobilitata entro il prossimo dicembre. E poi c’è il fronte dei teatri in cui non si è riusciti ad avviare alcuna nuova operazione multilaterale, dall’Ucraina alla Siria fino al già citato Sudan. A Gaza una forza internazionale di stabilizzazione è stata autorizzata dal Consiglio di Sicurezza nel novembre 2025, ma a fine anno nessun operatore era stato ancora dispiegato: il quadro che emerge dal report è dunque di una missione che esiste sulla carta, mentre sul terreno i civili rimangono da soli.
Chi paga il vuoto: civili e nuovi attori armati. I dati raccontano come il 70% del personale di pace rimasto sia concentrato nell’Africa subsahariana, la regione che nel 2025 ha registrato il calo più forte su base annua (-21%). Meno caschi blu significa meno protezione per i civili, meno monitoraggio delle violazioni dei diritti umani e meno sostegno ai già fragili processi di pace. L’analisi dell’Istituto con sede in Svezia restituisce poi un’ulteriore fotografia della situazione. A tenere in piedi il sistema sono soprattutto i Paesi del cosiddetto Sud globale, dall’Africa all’Asia, mentre le potenze occidentali contribuiscono soprattutto con fondi mostrando – scrivono dal Sipri – una sempre maggiore “riluttanza a pagare il conto politico ed economico” della crisi.Ad occupare il vuoto lasciato dal ritiro multilaterale ci pensano poi accordi diretti fra le parti, sempre più militarizzati e guidati da interessi nazionali,come dimostrano gli interventi del Rwanda in Africa centrale o il ricorso a forze sponsorizzate da Paesi del Golfo in diversi teatri africani ne sono l’emblema. Si tratta di operazioni spesso al di fuori dal perimetro delle regole costruite dal diritto internazionale umanitario: protezione dei civili, neutralità, responsabilità degli operatori. Quando un modello bilaterale sostituisce uno multilaterale, queste norme si erodono un po’ di più: è questo il grido d’allarme che arriva da Stoccolma.
Un segnale da non ignorare. Non tutto, però, appare definitivamente perduto. I nuovi accordi di cessate il fuoco continuano a prevedere missioni multilaterali, dimostrando come – sul campo – la domanda di pace non sia venuta meno. “Il collasso della gestione multilaterale dei conflitti non è inevitabile”, ricorda l’autrice del report, Claudia Pfeifer Cruz. Ma affinché non lo sia per davvero,c’è bisogno che gli Stati riescano ad andare oltre le mere dichiarazioni garantendo “finanziamenti prevedibili” e creando “spazio politico per risposte multilaterali efficaci”.Non ultimo, anche per contrastare la povertà: secondo la Banca mondiale, i conflitti prolungati possono cancellare fino al 20% del Pil pro capite in cinque anni e spingere decine di milioni di persone in più oltre la soglia di povertà, specie nei Paesi già fragili. Un conto salatissimo che restituisce, nella freddezza tipica dei numeri, tutto il peso umano di quanto costa rinunciare alla pace.
