Il perdono è ancora possibile. Nella cronaca pagine di Vangelo

Due vicende di cronaca interrogano il significato del perdono: un giovane accoltellato che abbraccia i suoi aggressori e una donna gravemente ferita che sceglie la gratitudine invece del rancore. Nella sofferenza emergono gesti che richiamano il Vangelo e mostrano una pace possibile

C’è un’idea distorta e persino un po’ edulcorata che spesso accompagna la parola “perdono”. Nel sentire comune viene confuso con la debolezza, con una forma di rassegnazione passiva, o peggio, con il tentativo ipocrita di nascondere le responsabilità e cancellare il reato. Niente di più falso. Il perdono non è un colpo di spugna sulla giustizia umana, né un invito all’impunità. È, al contrario, un atto di grandissimo coraggio, una scelta rivoluzionaria che richiede una forza interiore enorme, quasi sovrumana. È la decisione consapevole di non farsi consumare dall’odio, spezzando la catena della vendetta. Quando apriamo i giornali, siamo abituati a leggere storie di sangue, rabbia e rancore. Eppure, se impariamo a leggere la cronaca nera con la Parola di Dio in mano, quando al mattino riprendiamo in mano il giornale e la Parola, scopriamo che tra le pieghe del dolore profondo si nascondono pagine di Vangelo incarnato. Ci sono giovani e persone straordinarie che dimostrano di saper camminare con le proprie gambe anche quando queste, fisicamente o metaforicamente, vengono meno. Come scriveva il celebre autore Paulo Coelho: “Quando le tue gambe sono stanche, cammina con il cuore!”. È esattamente ciò che accade in queste storie vive, dove il Vangelo smette di essere teoria e si fa carne, sangue e cammino spirituale.

Il primo caso: l’abbraccio in tribunale
Il primo squarcio di luce arriva da un’aula di tribunale. Davide Simone Cavallo ha solo 22 anni. Una notte di ottobre la sua vita è stata stravolta per sempre: pestato, accoltellato alla schiena e al torace per una rapina da appena 50 euro, ridotto in fin di vita e condannato a un’invalidità permanente. Le sue gambe sono state private della giovinezza da una violenza cieca. Eppure, prima ancora che il giudice emetta la sentenza, Davide compie un gesto che lascia ammutoliti i presenti. Chiede di parlare con i suoi aggressori, due ragazzi di 18 e 19 anni. Non ci sono urla, non c’è traccia di bramosia di vendetta. Ci sono solo pochi minuti di colloquio, una mano sulla spalla e un abbraccio che scavalca le sbarre del reato. “Potresti essere mio fratello”, gli dice uno degli imputati, scoppiando in lacrime sotto gli occhi stupiti degli agenti di polizia penitenziaria. Persino i legali della difesa si inchinano davanti a quello che definiscono “un ragazzo eccezionale”. Questo giovane ha ricominciato a camminare prima degli altri, muovendosi non con i muscoli, ma con i passi giganti del cuore. Davide non cancella il reato, ma restituisce l’umanità a chi gliel’aveva strappata.

Il secondo caso: la gratitudine oltre il dramma
Poco distante, un’altra storia ci interroga profondamente e si lega in modo drammaticamente letterale a questa riflessione. È quella di Anna, una turista tedesca di 69 anni, che si trova in un letto d’ospedale a Modena. Ha subito l’amputazione di entrambe le gambe dopo essere stata travolta dall’auto guidata da un giovane. Davanti a un destino così cinico, che recide fisicamente la capacità di spostarsi nel mondo, la reazione umana più prevedibile sarebbe il risentimento verso la città, verso il guidatore, verso la vita stessa. Invece, dal suo letto di dolore, Anna pronuncia parole che disarmano: “Quello che mi è successo non è colpa dei modenesi, lo so. Anzi, li sto sentendo vicini. Grazie, grazie”. In questa capacità di scindere la colpa del singolo dall’abbraccio di una comunità, c’è la stessa stoffa spirituale del perdono. C’è il rifiuto assoluto di generalizzare il male. Ad Anna hanno tolto le gambe, ma non la capacità di andare incontro all’altro: il suo cammino prosegue, instancabile, sulle vie della gratitudine e dell’amore.

Una lezione per tutti noi
Il perdono non cancella il passato, ma cambia radicalmente il futuro. Queste storie ci ricordano che il “perdono sempre possibile” non è un ideale astratto per santi dipinti sulle vetrate, ma una scelta quotidiana e faticosa. Guardare la cronaca con gli occhi della fede significa accorgersi che, quando la carne cede e le gambe si fermano, il cuore ha ancora la forza di fare i passi più importanti verso la pace. Giovanni Paolo II, nel messaggio per la Giornata mondiale della pace del 1997, scriveva: “Offri il perdono e ricevi la pace”. Solo perdonando si trova la pace del cuore. Un perdono travagliato, che è un itinerario interiore faticoso e tremendo: non si tratta di un click, ma apre ad orizzonti straordinari. Perdonare può sembrare contrario alla logica umana, soprattutto se essa obbedisce alle sole dinamiche della contestazione e della rivalsa. Il perdono è altro, s’ispira alla logica dell’amore, quell’amore che Dio riserva a ciascun uomo e donna, a ciascun popolo e nazione, come all’intera famiglia umana, e che è liberamente donato. È per coloro che magari hanno perso una battaglia, ma che alla fine vincono davvero.