Chiesa
Striscia di Gaza. Pasqua tra le macerie: il giardino dei bambini segno di speranza nella guerra
A poche ore dalla Veglia pasquale, la comunità cristiana di Gaza vive la sua Settimana Santa segnata da un lato da precarietà e paura, e dall’altro anche da una fede forte che resiste nonostante tutto. A raccontarlo al Sir è il parroco latino della parrocchia della Sacra Famiglia, padre Gabriel Romanelli. I cioccolatini pasquali. “La situazione è migliorata rispetto a sei mesi fa, da quando è in vigore il cessate il fuoco, ma questo non vuol dire che sia buona. Soprattutto negli ultimi giorni abbiamo dovuto sospendere, a volte, anche la scuola, perché i colpi e le schegge arrivavano fin qui da noi che siamo vicini alla linea gialla. Quando avvertiamo che c’è pericolo, naturalmente le lezioni si fermano. Tuttavia, la scuola continua a crescere, sia con gli alunni cristiani sia con quelli musulmani. I nostri ragazzi e bambini continuano a venire e ogni giorno sono di più”. Nel pomeriggio riprendono anche le attività della parrocchia, con l’oratorio e i diversi gruppi attivi. “Abbiamo riaperto anche il campo da calcio che si trova accanto alla chiesa – dice con soddisfazione padre Romanelli, autore tra l’altro di un libro di prossima uscita, “Le rovine e la luce” (Piemme) –. E poi ci sono le preghiere e molte altre attività”. Non mancano segni di fraternità: “Da più di un mese non si trovano le uova che abitualmente, qui in Medio Oriente, si distribuiscono a Pasqua insieme al cioccolato. Però siamo riusciti a trovare dei cioccolatini, anche se a prezzi molto alti, e li abbiamo distribuiti ai nostri ragazzi. Sono piccoli gesti che diventano segni di speranza”. La parrocchia ha ripreso vigore dopo il Ramadan e ora, aggiunge il parroco, “con le feste di Pasqua, prima cattolica e poi ortodossa (12 aprile), stiamo facendo numerose attività”. In gita nel giardino di Gaza City. Una in particolare è molto apprezzata. Rivela padre Gabriel: “abbiamo trovato un piccolo giardino in centro città, qui a Gaza City, che dista poco più di un chilometro dalla nostra parrocchia. Andiamo lì con i ragazzi, come se fosse una gita scolastica. In questo giardino li facciamo giocare, cantare, fare merenda e così ‘staccano’ un po’ dalla pressione della guerra e cambiano ambiente. È un posto davvero molto piccolo, per questo andiamo a gruppi di 40-50 alunni per volta. È la loro oasi di pace. Oltre a questo, stiamo già preparando per il dopo Pasqua i campionati di calcio nella scuola”. Liturgie curate. Senza dimenticare, però, la liturgia, “quella di sempre: con i chierichetti, il gruppo delle ragazze, la corale, i lettori. Curiamo molto la liturgia e la preparazione dei riti. Durante la Domenica delle Palme – aggiunge il parroco – avevamo pensato di mettere delle palme sulla croce rimasta in piedi sul tetto. Era un segno per chiedere a Cristo il dono della pace. Però quel giorno abbiamo sentito tanti colpi e boati e così abbiamo rinunciato. Troppo pericoloso salire sul tetto già instabile per i colpi ricevuti a luglio dello scorso anno da un carro armato israeliano. Comunque – rimarca padre Gabriel – abbiamo fatto una bellissima processione delle Palme. Stiamo vivendo a pieno i riti della Settimana Santa e del Triduo. Giovedì Santo abbiamo celebrato la messa in Coena Domini con la lavanda dei piedi a 12 dei nostri fedeli, membri delle famiglie cristiane più numerose di Gaza. Tra loro anche ortodossi. Poi abbiamo celebrato quella che una volta si chiamava la ‘liturgia delle tenebre’, nella quale si cantano le Lamentazioni di Geremia, ricordando i dolori di Gesù e la conversione dell’anima, riscattata dal Signore che paga per i peccati di tutti”. Venerdì santo è il giorno del silenzio, fino alla veglia del sabato, “animata con letture e canti, perché qui la gente ama lodare e cantare. Da Gaza – ci tiene a dire padre Gabriel – salgono tante preghiere e, nella misura del possibile, anche piccoli segni di festa. La Domenica delle Palme abbiamo distribuito aiuti a tante famiglie, cristiane e non, insieme a piccole lanterne a batteria solare. La Domenica di Pasqua doneremo dolci alle famiglie”.
In preghiera per i defunti. La Pasqua è anche un tempo privilegiato per ricordare i morti: “Durante la guerra abbiamo perso 60 cristiani. Ventitré sono stati uccisi da bombardamenti e cecchini, 23 sono morti per mancanza di cure e 14 per anzianità. Eravamo 1.017 cristiani in tutto, tra cattolici e ortodossi. Adesso siamo poco meno di 600. Questo significa che abbiamo perso circa il 40% della comunità cristiana: più di 350 persone sono partite, soprattutto nei primi mesi della guerra, quando i bombardamenti erano molto forti in città e le frontiere erano ancora aperte. Attualmente in parrocchia ospitiamo ancora un centinaio di sfollati”. Gli altri sono usciti: “Chi aveva ancora una casa o pezzi di essa ci è tornato – spiega padre Romanelli – altri sono subentrati nelle abitazioni di chi è partito o è morto; altri ancora sono rimasti a vivere in una stanza o andati in affitto. Le case rimaste hanno tutte tende alle finestre perché, purtroppo, non si trovano materiali per ristrutturare, infissi, legno, vetri. Israele – sottolinea – non permette l’ingresso a Gaza di questi prodotti”. Questo vale anche per gli aiuti: “la gran parte di quello che entra va al mercato per la vendita. Ma sono pochi quelli che possono permettersi di fare acquisti. Gli aiuti umanitari ne entrano di meno. Il valico di Rafah non è del tutto aperto e possono transitare solo alcuni malati, feriti, pochi, e poche altre persone. Di bello – conclude il parroco – c’è che Papa Leone XIV continua a farci sentire la sua vicinanza con messaggi e chiamate. Segue tutto da vicino”.
