Città
Nel Palacultura di Rende risuona la voce di Impastato
In scena Ad alta voce: abbi il coraggio di dire no
“Mi dicono tutti di abbassare la voce, che parlo troppo, che faccio troppe domande. Ma che posso farci io? Niente, è chiu forte i mia. A scuola, poi, non ne parliamo proprio, mi dicono sempre: Impastato, ta stari muto, facemo veniri a to patri”. In una Sicilia scandita da silenzi, rituali e gesti che ‘parlano’ più delle parole, quella di Peppino Impastato è la voce di un outsider. La parola è l’unica cosa che non potranno mai togliergli. Inizia e prosegue su quest’onda ‘Ad alta voce: abbi il coraggio di dire di no’, lo spettacolo dedicato alla figura di Peppino Impastato che ha debuttato in prima nazionale venerdì, al Palacultura Giovanni Paolo II di Rende. Intriso di libertà e passione civile, Peppino trova subito il suo linguaggio per stare al mondo. Proprio un bravo attore chi lo interpreta, il giovanissimo Gabriele Brandi. Accanto a lui ci sono Francesco Antonio Conti, che interpreta Luigi Impastato e cura la regia, Barbara Bruni nel ruolo di Felicia Bartolotta e Maria Dora Palermo, figura simbolica del la coscienza collettiva che accompagna il racconto fino a incarnarsi in Luisa, la nipote di Peppino. L’ingenuità della giornate in campagna ad inseguire le lucciole e la presa di coscienza. La cronaca narra di un adolescente come tanti, fra ribellione, dubbi e inquietudini. Peppino il suo posto nel mondo ce l’ha e ha il profumo di chi sa che la libertà ha un costo. Ma vale più del quieto vivere, più di quella trappo la che si chiama famiglia, più di uno zio, Cesare Manzella, il boss considerato da tutti il benefattore del paese, e più di un padre, Luigi, con cui Peppino si scontra. La scenografia è semplice: qualche luce, un gradino ed una porta, che somiglia a quello della casa di Peppino. Quella porta si apre e si chiude sulle strade di Cinisi, in una Sicilia che sembra il Far West. Fasciata da abiti scuri Felicia parla. La sua è una vocalità marcata. È la disperazione di moglie e madre, è la mater dolorosa che si inginocchia e con ‘smisurata preghiera’ chiede ‘cangia u su destinu, Madonnuzza mia, sa grazia ca ti spiaru mi la ffari’. Un’interpretazione che arriva, quella di Barbara Bruni che veste i panni di Felicia. Gabriele Brandi, nei panni di Peppino, è l’onda anomala, il sangue pazzo, un ragazzo che arde di passione e di ideali. Francesco Antonio Conti è il ‘padre-padrone’, simbolo di una famiglia patriarcale e figura che ammicca al potere della mafia. Maria Dora Palermo è l’immagine dolce di Luisa, quella bambina che non conoscerà mai lo zio Peppino, ma è anche la coscienza che parla. Le musiche originali sono del maestro Mario De Lio, il nome dello spettacolo riprende il titolo del brano ‘Ad Alta Voce’, vincitore del concorso della Regione Lazio ‘Un brano contro le mafie’. La scenotecnica e le luci sono curate da Eros Leale, mentre la fonia è affidata a Paolo Scarpino. Rivolto agli studenti di scuole primarie e secondarie per sensibilizzarli sui temi della legalità e della conoscenza, strumenti contro la dispersione scolastica e la microdelinquenza, perché la mafia si annida nel quotidiano, non è solo uccisione: sono gli atti di bullismo, il prendersi colpe di azioni non commesse. Raccontare la mafia con parole che non turbano la sensibilità dei giovani è stata l’altra grande sfida combattuta: “Non è stato semplice, ma allo stesso tempo il nostro è un linguaggio di cose che appartengono al quotidiano, come gli atti volti ad offendere la dignità delle persone”, ha raccontato a PdV l’autrice Maria Dora Palermo. Vera, emozionante e choccante è la trama di relazioni e visite tessuta nei giorni trascorsi dal cast a Cinisi: “la visita al casolare dove Peppino ha trovato la morte, Casa memoria, dove siamo stati accolti da Giovanni Impastato e da sua figlia Luisa, che è presidente di Casa memoria; abbiamo inoltre avuto la fortuna di conoscere Pino Manzella, uno dei fondatori del Circolo musica e cultura a Cinisi che è stato amico e compagno di lotta di Peppino Impastato”. A distanza di 48 anni da quel maggio del 1978 resta attuale più che mai il messaggio di Peppino. Ancora una manciata di posti e sarebbe stato sold out. Il pubblico muto assiste, poi si scioglie e si lascia andare ad un lungo applauso, qualcuno si alza in piedi. Più che uno spettacolo è un’esperienza che scuote, interroga. Andare in scena nella Giornata Mondiale del teatro non è stato un caso per chi semina bellezza e trasforma il palco in uno specchio della vita. A Peppino si deve molto. Agli attori il merito di aver fatto incontrare teatro e coscienza sociale, che di per sé è già un successo.
