Chiesa
Giornata comunicazioni sociali. Corrado (Cei): “L’IA non è una sfida tecnologica ma antropologica”
Papa Leone XIV, intelligenza artificiale, giornalismo: in vista della 60ª Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, che la Chiesa celebra il 17 maggio, Vincenzo Corrado, direttore dell’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali della Cei, rilegge il Messaggio: “La sfida non è tecnologica ma antropologica. Centrandola sulla persona, diventa custodia di dignità”
“Partire dalla persona trasforma la comunicazione in un atto vivo e relazionale, non un mero strumento tecnico”. Il 17 maggio la Chiesa celebra la 60ª Giornata mondiale delle comunicazioni sociali sul tema “Custodire voci e volti umani”, scelto da Papa Leone XIV per il suo primo Messaggio. Vincenzo Corrado, direttore dell’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali della Cei, lo rilegge.

(Foto Siciliani-Gennari/SIR)
Leone XIV scrive che la sfida dell’intelligenza artificiale “non è tecnologica, ma antropologica”. Che cosa cambia, per la comunicazione, se il punto di partenza non è lo strumento ma la persona?
Cambia il cuore stesso del comunicare. Se il focus è lo strumento, si rischia di ridurre la comunicazione a efficienza algoritmica, omologazione o a quello che potremmo chiamare un ‘duologo’: un monologo a due voci, privo di apertura autentica all’altro. Centrandola sulla persona, invece, essa diventa custodia di dignità, di voci e di volti umani, in un paradigma antropologico che preserva l’unicità di ciascuno.
Non si tratta di seppellire i talenti creativi cedendoli alle macchine, ma di crescere in umanità, governando gli strumenti con responsabilità ed empatia.
L’intelligenza artificiale diventa così alleata, non oracolo, e si evitano nuove forme di discriminazione digitale. È importante regolare la comunicazione secondo il criterio dell’umano, non del tecnologico.
In un tempo segnato da deepfake, chatbot e contenuti generati, il Papa invita a “custodire voci e volti umani”. Che cosa significa custodire l’umano nella comunicazione?
Significa preservare l’essenza relazionale contro simulacri digitali che fingono voci e volti, svuotando l’intimità del dialogo. È accogliere la dignità altrui con prossimità, incontro e reciprocità, superando le diffidenze tecnologiche con un’empatia viva. Non si tratta soltanto di contenuti, ma di un’arte che lega mente e cuore: custodire voci e volti contro algoritmi discriminatori, ancorandosi a creatività, origine e originalità che definiscono l’identità. In concreto significa curare il tempo legando presente e futuro, rifiutare la delega al progresso, conciliare discernimento e libertà. La comunicazione diventa allora un laboratorio artigianale ed etico, in cui l’innovazione rafforza la solidarietà e l’inclusione senza scivolare verso l’omologazione.
Il Messaggio insiste sul rischio di una comunicazione sempre più rapida, automatizzata e impersonale. Quale responsabilità hanno oggi i media cattolici?
Tutti i media, non solo quelli d’ispirazione cattolica, devono incarnare responsabilità, cooperazione ed educazione: sono i pilastri che reggono la comunicazione autentica contro l’impoverimento algoritmico. La responsabilità non si delega, chiede cooperazione condivisa e plasma un’educazione persistente, rivolta a tutti.
È importante promuovere il pensiero critico e la libertà interiore, discernendo l’essenziale nella pluralità e opponendosi a una velocità che perde profondità.
I media devono verificare che la tecnologia sia davvero alleata nel custodire l’umano, contrastando frodi e cyberbullismo. Il loro compito è rendere la comunicazione uno spazio vitale, elevando l’umano sul tecnologico.

(Foto Calvarese/SIR)
Leone XIV richiama la necessità di verificare, discernere, non lasciarsi guidare solo dagli algoritmi. Che cosa resta insostituibile nel lavoro del giornalista?
Resta insostituibile l’unicità incarnata della persona, fatta di corpo, voce e sguardo che nessun modello predefinito può replicare. È inimitabile il modo in cui un essere umano sceglie di parlare, tacere, aspettare o accogliere l’altro. L’intimità del racconto, maturata attraverso un cammino di vita, rimane un territorio inaccessibile alla ripetizione algoritmica.
Il giornalista deve saper integrare il ragionamento logico con l’empatia emotiva, percependo la realtà come un’esperienza viva e in continua evoluzione.
È come un artigiano che si mette a disposizione dell’altro senza sostituirsi a lui. Restano fondamentali le domande e il discernimento, che permettono di orientarsi nella pluralità senza cedere a semplificazioni o a messaggi standardizzati.
Quale eredità lascia questo Messaggio a chi nella Chiesa è chiamato a comunicare ogni giorno?
Il Messaggio illumina la comunicazione da diverse prospettive – antropologica, etica, professionale – cogliendo le sfide poste dai sistemi di intelligenza artificiale. Propone una visione della comunicazione come ‘tessuto generativo’, capace di rendere il tempo presente abitabile e aperto a un futuro autenticamente umano. È un invito rivolto a quanti sono impegnati nei media: stimolare il pensiero critico impedendo che l’originalità della persona venga assorbita dall’omologazione. La comunicazione, in fondo, è la verità più profonda dell’uomo: un dono da orientare verso il bene comune. Per accompagnare la lettura del Messaggio, l’Ufficio Cei insieme al Cremit dell’Università Cattolica ha promosso il volume “Custodire voci e volti umani” (Scholé-Morcelliana).
