Uniti nella diversità. La Chiesa al plurale

Roberto Oliva riflette sulle differenze che portano valore e ricchezza alla comunità cattolica

“Chiesa al plurale. Una prospettiva escatologica” (San Paolo Edizioni 2026) è il nuovo libro di don Roberto Oliva, parroco della diocesi di San Marco Argentano, il quale riflette sulla dimensione pluralista come elemento costitutivo della vita ecclesiale. Con rigore scientifico e usando un linguaggio semplice, il presbitero dirige lo sguardo del lettore sul concetto di Chiesa, intesa non come entità monolitica ma come realtà viva, dinamica e in movimento, nella quale le differenze non sono una difficoltà ma una ricchezza. L’unità della Chiesa, che è un dono di Dio, può essere assicurata percorrendo strade diverse e abbracciando prospettive eterogenee, che vanno tutte a confluire nella medesima direzione che è Cristo. Da qui l’idea concreta di ripensare la Chiesa al plurale, come modalità per imparare a cercare soluzioni alla crisi valoriale del mondo contemporaneo. Papa Francesco ha spinto sul concetto di sinodalità, esaltando la diversità della Chiesa dentro l’unità, mentre Leone XIV insegna che la comunione con la Chiesa passa anche attraverso una dimensione plurale che è ineludibile, e che va concepita come valorizzazione del pensiero altrui. Oliva cita, tra gli altri, il Concilio di Gerusalemme del 49-50 d.C., descritto in Atti 15, che sancì l’apertura del Cristianesimo ai pagani, in un periodo di cui le differenze erano abbastanza accentuate. Nel conflitto tra i giudeo-cristiani, che volevano imporre la legge, e Paolo, che sosteneva la libertà dei gentili, prevalse il punto di vista rivoluzionario di quest’ultimo. La sua intuizione, guidata dallo spirito, conferma che la Chiesa delle origini era plurale e condivideva il nucleo della fede (cherigma) con tutti, senza escludere nessuno. Il Vaticano II, più di sessant’anni fa, diede una forte spinta alla dimensione pluralista con le costituzioni conciliari. La “Sacrosantum Concilium” del 1963 affronta la questione della diversità nei rituali liturgici, la “Lumen Gentium” del 1964 parla di pluralismo ecclesiale, mentre la “Gaudium et spes” del 1965 esorta la Chiesa ad assumere modi diversi per relazionarsi alle società moderne, che non sono più omogenee ma complesse e variegate. La strada indicata dall’assise, tuttavia, è in ascesa e c’è ancora molto da fare. Una svolta decisiva è avvenuta, quindi, con il passaggio da una concezione di Chiesa che insegna e impartisce ordini, ad una Chiesa che si fa discepola – come diceva Paolo VI – che si fa umile, che dialoga e che si getta nel fango. L’esempio viene proprio da Gesù che, dialogando con la cananea, con il lebbroso e con gli infermi, ci ha preceduti nell’incontro con la pluralità delle persone e ci ha insegnato come farlo. Ciò implica un nuovo modo di evangelizzare: non si diffonde più il messaggio divino in maniera semplicistica e assoluta dall’alto, ma lo si insegna in maniera più diretta e umile, passando per il dialogo e tenendo presente le complessità del mondo. Il problema del pluralismo è che possa scadere nel relativismo, portando ognuno a costruirsi la sua personale verità e ad avere una sua prospettiva cristiana. Il limite – secondo Oliva – sta proprio nella fede creduta (il Vangelo), che non ci siamo costruiti noi ma che abbiamo ricevuto dalla tradizione apostolica. Il modo attraverso cui la Parola è stata divulgata è plurale (ciò è dimostrato dalla presenza di quattro versioni simili ma diverse dei testi sacri), ma il messaggio è uguale ed è questo il limite che non può essere superato. Il teologo accenna anche ad alcuni rischi che si presentano alla Chiesa, come l’omologazione e il particolarismo. Il pericolo maggiore è l’omologazione che porta a rinchiudersi in un’idea di comunione ecclesiale vissuta in maniera acritica e, spesso, passiva. Lo spirito santo, invece, crea tensione, apre, non divide mai e crea conflitti che rigenerano. Il cuore della riflessione dello studioso è che il pluralismo si regge su due poli: il passato inteso come ritorno alle sorgenti cristiane della fede (Chiesa apostolica) e il futuro concepito come sguardo proteso al regno di Dio (prospettiva escatologica) che sta per venire. Il ritorno del Signore armonizzerà le differenze esistenti, che troveranno la giusta collocazione come tessere dentro un unico mosaico.