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Suicidio assistito: mons. Pegoraro (Pav), “pur meritando il massimo riconoscimento e rispetto, interroga l’intera comunità”
Il presidente della Pontificia Accademia per la vita commenta il suicidio di Libera, paziente 55enne affetta da sclerosi multipla, morta oggi a seguito dell’autosomministrazione di un farmaco letale
“È sempre fonte di rammarico constatare come una persona possa individuare nel suicidio l’unica via d’uscita per porre fine a una sofferenza o a una malattia che, pur meritando il massimo riconoscimento e rispetto, interroga l’intera comunità. Ci si chiede come mai il suicidio venga considerato la soluzione definitiva nonostante l’esistenza di strumenti normativi già consolidati”. Lo ha detto mons. Renzo Pegoraro, presidente della Pontificia Accademia per la vita, a margine degli Stati Generali della rete di trapiantologia, riguardo al suicidio di Libera, la paziente 55enne affetta da sclerosi multipla, morta oggi in casa a seguito della autosomministrazione di un farmaco letale tramite il dispositivo con comando oculare, predisposto dal Cnr per consentirle di azionare l’infusione endovenosa del farmaco. “Da un lato, la legge 38/2010 sulle cure palliative garantisce il dovere di offrire un’assistenza integrale a chi affronta patologie croniche, degenerative o disabilità gravi. Dall’altro, la legge 219/2017 permette la sospensione di qualsiasi trattamento, assicurando continuità assistenziale e, laddove necessario, il ricorso alla sedazione palliativa profonda. Questi due strumenti offrono già risposte concrete al dolore, rendendo difficile comprendere perché l’idea del suicidio debba imporsi con tale forza. Lo scenario mette in difficoltà la società, spingendola a riflettere su come assistere chi soffre senza scivolare in una visione orientata esclusivamente verso la fine volontaria della vita”, ha aggiunto mons. Pegoraro di cui nella giornata di oggi è stata data la comunicazione della nomina a vescovo titolare di Gabi (diocesi di Padova) da Papa Leone XIV. “Accompagnare qualcuno – ha concluso – verso una morte dignitosa è un impegno etico e civile fondamentale, ma questo non deve tradursi automaticamente né necessariamente nella pratica del suicidio assistito, poiché la tutela della dignità passa innanzitutto attraverso la cura, l’assistenza e la vicinanza umana nella fase conclusiva dell’esistenza”.
