Rilettura contemporanea de L’Imitazione di Cristo

La sequela Christi come invito a seguire le orme del Messia cristiano  per approfondire la propria interiorità

Tutti siamo fragili, ma tu non devi ritenere nessuno più fragile di te”. Quest’aforisma è tratto dal capitolo 2 del I libro de L’Imitazione di Cristo, un testo di spiritualità medievale tra i più letti e tradotti della tradizione cristiana, secondo dopo la Bibbia. Redatto tra il XIII e il XV secolo, in un periodo in cui infuriavano guerre, carestie, crisi e tensioni religiose, questo capolavoro parla al mondo contemporaneo che, afflitto da debolezze e fragilità, deve riscoprire se stesso, partendo dal di dentro. È questa consapevolezza che ha portato lo storico del pensiero religioso, Francesco Roat, a pubblicare un saggio intitolato Attualità dell’Imitazione di Cristo (Graphe.it 2026), nel quale ribadisce quanto il messaggio contenuto in quest’opera sia profondamente moderno. L’Imitazione di Cristo è stato attribuita, per molto tempo, al monaco tedesco Tommaso da kempis, vissuto tra XIV e XV secolo, anche se pare che l’autore più probabile sia stato Giovanni Gerseno, abate di Vercelli appartenente all’ordine benedettino, vissuto nel XIII secolo, in quanto lo studio filologico di testi anteriori al da Kempis (il “De Advocatis” per esempio) attestano l’analogia tra loro e l’Imitazione di Cristo. Suddiviso in quattro libri, scritti in un latino semplice e lineare, il trattato contiene tutta una serie di ammonizioni che intendono convincere l’uomo a prendere le distanze dalle cose materiali e a nutrire, invece, la sua vita spirituale in linea con gli insegnamenti di Gesù. Scopo dell’Imitazione di Cristo non è ripetere meccanicamente le azioni esteriori compiute dal Figlio di Dio, ma far sì che i suoi esempi vengano interiorizzati e diano luogo ad una mutazione dell’anima, che deve essere volta all’umiltà, alla pazienza e alla carità. “Chi segue me non cammina nelle tenebre”, le parole di Cristo riportate nel vangelo di Giovanni (Gv 8,12), che aprono il documento medievale. Sono parole che esortano a seguire la sua vita e la sua condotta, per essere “illuminati e liberati da ogni cecità interiore” (Libro I, cap. 1). L’opera appartiene alla corrente spirituale della “Devotio moderna”, nata nei Paesi Bassi nella seconda metà del XIII secolo per esaltare l’orazione metodica, la meditazione, la preghiera e la liturgia, con un particolare occhio di riguardo per il devozionismo, per la pratica dell’ascesi e per la cura del proprio io nella lotta contro le tentazioni, assecondando l’unione della propria vita a quella di Gesù. Il volume ebbe varie traduzioni e fu diffuso in conventi, scuole, monasteri e anche in ambienti laici. Fu letto da grandi nomi come Ignazio di Loyola, Teresa d’Avila, Tommaso Moro e Pascal, ma anche da laici che guardavano con interesse alla dimensione cristiana. Benché sia molto ascetico e contenga espressioni desuete (“vanità delle cose terrene”, “disprezzo del mondo”), che potrebbero suonare anacronistiche oggi, il testo si rivolge a tutti, credenti e atei, perché il suo messaggio non riguarda solo un’istruzione religiosa, ma anche antropologica ed esistenziale. È un’opera di formazione interiore senza pretese dogmatiche o teologiche, che stimola a dialogare con la propria anima per edificare un’esistenza più autentica, o secondo l’insegnamento religioso o secondo le direttive laiche di una vita più libera. Questo capolavoro è in forte contrasto con l’ondata rivoluzionaria odierna, ecco perché è un punto di riferimento essenziale, in quanto esorta a vigilare su sé stessi contro la tendenza moderna al narcisismo, all’autoproclamazione e alla vittoria dell’io. Roat, nel suo libro, aggiunge dei commenti e sottolinea la vicinanza tra il testo medievale e autori, anche non cristiani, contemporanei che ricercano la verità universale. L’intellettuale parla di filosofi, mistici e pensatori moderni, facendo dei confronti con Hölderlin, Hofmannstahl, Eliot, Rilke, con filosofi come Hegel, Schopenhauer, Heidegger, con grandi figure del misticismo cristiano come Etty Hillesum, Bede Griffiths, e con maestri di meditazione contemporanea (Neva Papachristou o Corrado Pensa). L’Imitazione di Cristo getta un ponte tra spiritualità medievale e ricerca corrente di equilibrio e di saggezza. La lettura attualizzante di Roat guarda con occhi nuovi a queste pagine antiche, restituendole in maniera delicata e profonda come antidoto per sperimentare la presenza di Dio nel proprio cuore.